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di Etrio
Fidora
Riformate
questa riforma
Sia L'Ordine professionale
dei giornalisti che il loro sindacato, ossia la Federazione
della Stampa, sostengono oggi ufficialmente - e in questa
direzione si muovono - che il tempo dei giornalisti
selezionati e formati dagli editori è passato e che,
come ogni altra professione, tocca all'Università di
costruire anche gli addetti a questa. Il "Villaggio Globale"
e la dilagante multimedialità dell'informazione,
accrescendo la delicatezza e la responsabilità di
questo ruolo sociale, rendono infatti incompatibile il
criterio fin qui durato dell'"apprendimento sul campo", la
cui natura è di fatto, oltre che empiricamente
estemporanea, sostanzialmente privatistica e politica.
L'espandersi numerico dei free-lance e il dilatarsi
dell'informazione via Internet costituiscono ulteriore
accentuazione di tale esigenza.
In passato era stata l'indipendenza dei giornali ad essere
garanzia di qualità, ma oggi essi tendono, e proprio
a livello editoriale, ad essere sempre più
prigionieri di due forme di condizionamento: quella
commerciale, del mercato, del sistema pubblicitario; e
quella della selezione politica, che rappresenta
un'inversione di referenza: dalla platea degli utenti,
cioè, alle superiori stanze del potere. La prima
riguarda di più i quotidiani stampati, la seconda
l'informazione radiotelevisiva. Per poter dipendere dai
propri datori di lavoro funzionalmente ed
organizzativamente, come è giusto, ma non più
anche professionalmente, occorre che la formazione del
giornalista sia appunto sottratta a questi e che egli arrivi
contrattualmente all'assunzione del ruolo solo in quanto
già preventivamente dotato di qualificazione
culturale e tecnica e provveduto di deontologia propria.
Nonché superati gli abilitanti esami di Stato. Come
avviene per i medici, i magistrati, gli ingegneri, eccetera;
professioni altrettanto delicate.
Perché ciò abbia attuazione positiva,
comunque, occorre che prima governo ed università si
diano una regolata. Il primo accrescendo e non diminuendo i
finanziamenti per l'istruzione universitaria (l'assemblea
nazionale di tutti i Rettori ha minacciato dimissioni
generali se tale linea non s'inverte, ipotizzando
così un blocco di settore senza precedenti). La
seconda provvedendo a rettificare, nell'àmbito
consentito alla propria autonomia e a seconda dei rispettivi
statuti - e a meno non vi provveda il Parlamento - almeno
taluni degli assurdi criteri su cui è basata la
recente riforma Zecchino, detta "del 3 + 2".
Faccio degli esempi. Logica vorrebbe che le biennali lauree
di secondo livello (specializzazione) fossero in numero
maggiore di quelle triennali di primo (insegnamenti basici).
Viceversa, a seconda delle sedi, la situazione si presenta
al contrario. Così come non si può proseguire
nella tipologia che attualmente caratterizza la prescritta
(irragionevole e nociva per gli studenti ) modularità
degli insegnamenti, secondo la quale un piano di studi
può includere al massimo due dei tre moduli in cui
ciascuna materia è suddivisa. Ho notato con un
brivido durante l'ultimo appello di esami di profitto come
mi venissero esibiti da studenti di primo anno, i primi in
questa riforma inclusi, libretti con la prima pagina
già praticamente riempita da esiti di esami
sostenuti. Perché di una materia da nove crediti (tre
moduli) essi ne avevano utilizzati solo tre o sei
(cioè un modulo o due). Moltiplicando così il
numero degli esami da sostenere ed acquisendo insieme non
solo incompletezza di nozioni da ciascun insegnamento ma un
risultato generale di apprendimento più simile a
un'insalata russa che a un bagaglio complessivo dotato di
coerenza. E tutto questo con minori, perché
sparpagliate, possibilità di frequenza e maggiore
fatica di applicazione allo studio. Senza contare che chi
volesse presentarsi sul mercato del lavoro a parità
di spessore qualitativo con gli iscritti del vecchio
ordinamento deve, in base a quello nuovo, allestire nello
stesso arco di tempo due tesi di laurea invece di una.
Hai detto niente, sommando tutto questo
Singole Facoltà e corsi di laurea più
avveduti, in Italia, son già andati ai ripari
autorizzando anche per il nuovo ordinamento che il singolo
corso sia seguito per intero pur nella sua tripartizione
modulare. Ma sarebbe catastrofico ciò non fosse, e
rapidamente, generalizzato.
Questa riforma ha aumentato a dismisura il numero dei corsi
di laurea, attribuendo ad essi anche specificità
più proprie di un master, oltre ad alcune
futilità. Ne ha accorciato la durata, rendendone
più sommari i contenuti, come non fosse bastata la
sforbiciata dovuta alla semestralizzazione (in realtà
trimestralizzazione) dei corsi stessi. Li ha infine
spezzettati rendendo, con l'aritmetica astratta dei crediti,
puzzles contabili i piani di studi che sono invece
bisognosi di compatte coerenze mirate. E resta da
tuttociò evidente come sia degli studenti e non dei
docenti (più materie, più supplenze,
più contratti, restrizione dei tempi di impegno,
maggiore possibilità di doppiare insegnamenti in
altre sedi) il danno maggiore.
La mia è naturalmente solo un'opinione basata su
esperienza, ma anche - spero - un contributo a dibattito. I
tempi perché sia approfondito premono
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Per e-mail: fidora@unipa.it
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