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di Etrio
Fidora
Metodologie
della comunicazione politica
Quando la polis era piccola, la
democrazia era "diretta". L'oratore parlava, la folla
ascoltava, poi si alzava un braccio ed era un voto, cento
braccia ed erano cento voti. Si contavano. Se si alzavano
tutte era l'unanimità. Nulla di tutto ciò
è adesso possibile. Siamo in troppi. Non siamo
più radunabili in unico luogo. Ora la democrazia
è "delegata". I cittadini, suddivisi territorialmente
in collegi, eleggono un ristretto gruppo di rappresentanti e
questi compongono un'assemblea, da tempo intesa come
"parlamento", la quale si assune i compiti deliberanti "in
nome" del popolo che l'ha selezionata. E' questa che
conferisce ai governi la fiducia perché essi,
appunto, governino, ovvero gliela revoca. Né è
possibile, per un parlamento, per un governo, per il suo
capo o per ciascun singolo dei suoi membri, avere un
rapporto comunicativo diretto con la massa da cui trae
validità il loro mandato. La comunicazione con la
gente deve perciò avvenire attraverso i media. Si
è passati dagli araldi alla stampa, dalla stampa alla
radio, dalla radio alla televisione, dalla televisione
all'on-line.
C'era una volta il "comizio". Una campagna elettorale, ma
ancora sino a pochi anni fa, si svolgeva nelle piazze:
oratori sul podio, ascoltatori a (non sempre) riempirla. Si
alternavano, cambiando ogni volta a questo podio colori,
bandiere, simboli. Su un piano, comunque, di eguaglianza.
Oggi le campagne elettorali si fanno in televisione. E la
televisione è un filtro: sceglie, riassume; le
è possibile il "tempo" reale, ma non la "durata"
reale. Il luogo fisico "piazza" non aveva una propria
opinione, le sue pietre ospitavano e basta; il luogo
immateriale "televisione" un'opinione particolare invece
può averla. E se ce l'ha può influenzare,
condizionare, anche manipolare, i contenuti di cui è
semplice, ma non passivo, contenitore e vettore.
Non occorre andare molto indietro col ricordo per poter fare
un altro confronto. All'interno della tv, stavolta. Oggi si
chiamano talk-show perché gli necessita, per
essere attrattivi, un elemento spettacolare. Più che
un dibattito con un moderatore sono dei circhi con un
domatore (o aizzatore, talvolta) e sono questi conduttori a
decidere gli invitati. Prima invece si chiamavano
«Tribune politiche» ed erano in sostanza delle
conferenze stampa. Regolate così: accanto a un
conduttore più che altro con funzioni di
chairman notarile sedeva un membro del governo o il
segretario di un partito. Gli scranni di fronte erano per
metà riservati ai quotidiani di diffusione nazionale
e per l'altra metà, secondo una turnazione puntata
per puntata, a quelli locali. In questo comparto vi avevo
qualche volta partecipato. Era ogni singola testata, e non i
responsabili della trasmissione, a scegliere il proprio
giornalista più adatto a rappresentarla in quella
sede. Ogni giornalista aveva diritto a porre una domanda,
cui il politico rispondeva, e aveva poi anche una sorta di
diritto di replica: poteva cioè - questa era la
formula - spiegare se era o non era rimasto soddisfatto da
questa risposta. Nulla che somigli, insomma, a ciò
che si vede in televisione adesso, dove le regole del
rugby sembrano aver del tutto soppiantato quelle
della professionalità.
Noi stiamo parlando del nostro paese e non dappertutto
è finita così, naturalmente. Ci sono paesi,
peraltro, dove i media hanno ancora l'unica funzione di
essere propaganda del regime. Ma questa sommaria descrizione
di quadro è stata fatta perché solleticatami
da un episodio di questi giorni, che ha avuto per
protagonisti l'un contro l'altro polemici un presidente
(quello della Regione Siciliana) e un quotidiano («La
Repubblica»). Se ne faccio oggetto di una rubrica come
questa è proprio perchè ricade credo
esemplarmente in una problematica comunicativa, la quale ne
è appunto il pane, e più specificamente
appunto riguarda una metodologia della comunicazione
politica. Dell'episodio presidente e testata dànno
versioni diverse e ragioni contrapposte ma io penso,
rispetto a loro, in un terzo modo.
Quel che è in sostanza avvenuto è che delle
comunicazioni sull'attività del governo sono state
fornite ai singoli rappresentanti delle testate in modo
separato e possibilmente differenziato e non facendoli
passare dall'anticamera al luogo di queste comunicazioni
tutti insieme. Il quotidiano afferma che i giornalisti sono
stati chiamati uno alla volta e che quando toccò al
suo cronista egli non fu invece ricevuto, come gli altri in
precedenza, perché il presidente trovava, e lo
dichiarò come motivo, quel giornale troppo critico
verso il suo governo. Il presidente invece sostiene,
confermando il suo giudizio di antipatìa per tale
quotidiano, che non si trattava di una vera conferenza
stampa ma di un fatto informale in cui alcuni giornalisti
furono più intraprendenti di altri nell'accesso.
Io invece formo la mia valutazione verso entrambi con lo
stesso spirito e nella stessa ottica che se fossi ancora,
come lo sono stato per diversi anni, presidente del
sindacato territoriale dei giornalisti e vicesegretario
nazionale del medesimo. Una conferenza stampa, formale o
estemporanea che sia, è una conferenza stampa. Non
presuppone una serie di consecutivi colloqui appartati e
singoli fra chi esterna e chi raccoglie, ma un'unica
esternazione offerta all'attenzione contestuale di tutti.
Con libertà di valutazione e d'interpretazione di
ciascuno e che ciascuno, e non solo alcuni, ha il diritto,
se lo ritiene, di approfondire con domande. Avrebbero dovuto
essere i giornalisti stessi a dichiarare, "o siamo accettati
dentro tutti insieme o nessuno di noi entra", rifiutando
l'ambiguo "uno alla volta". E avrebbero dovuto così
sventare la possibilità che all'uno o all'altro, a
seconda della testata rappresentata e del livello di
feeling fra interlocutori, le cose dette fossero,
chissà, graduate nel livello e differenziate nelle
qualità modali e/o nella specificità dei
particolari.
Bene, questo rappresenta - e per questo me ne sono occupato
- da un lato un efficace esempio dello scadimento, appunto
modale, della comunicazione politica; e dall'altro del
trend di subalternizzazione (la Crusca questo termine
non lo approverebbe ma si sa che la lingua è anche
plastilina) della professione giornalistica nei confronti di
chi potere politico detiene. Lo si tenta per ora, del resto,
anche con i magistrati.
Racconterò ora un episodio personale che non c'entra
nulla e nulla ha in comune, per carità, con quanto
sin qui esposto; ma che serve a costatare fin dove e a quali
superamenti di soglia si può arrivare quando si perde
di vista la distinzione e la parità dei ruoli fra il
potere politico e quello che una volta era stato battezzato
"il quarto". Risale a molti anni fa e segue a una mia
intervista - di quand'ero anch'io un redattore parlamentare
- con un assessore regionale. Dopo avermi esposto nel suo
ufficio le mirabilia del suo assessorato, e dopo che io mi
ero alzato riponendo il taccuino, fece un cenno a persona
presente che non ricordo se fosse capo della sua segreteria
o del suo gabinetto, il quale mi porse un fascio di
dépliants e di documenti, parte imbustati e
parte no, mentre l'assessore in piedi ora a sua volta mi
chiedeva se avessi figli e, alla mia risposta che avevo due
bambini, mi disse con un gran sorriso che allora avrei
trovato là in mezzo anche qualcosa di utile per loro.
E che dopo aver letto il mio articolo mi avrebbe fatto
scrivere, così aggiunse, "altre cose
interessanti".
Tornando al giornale ripensai per strada a questo: forse si
trattava di qualche iniziativa riguardante gli scolari, o
dei buoni-libro, che so. Ma quando al mio tavolo di
redazione aprii le buste, in una c'erano cinque banconote
che insieme facevano più o meno il mio stipendio di
un mese. Mi tenni per un paio di minuti la testa fra le mani
e poi feci il numero di quel testimone che mi aveva messo il
pacco di carte in mano poco prima e gli chiesi di venire
subito al giornale perché "dovevo restituire qualcosa
all'assessore". Capì al volo e dopo meno di mezz'ora
me lo annunciarono dalla portineria. Scesi io e non gli
dissi niente, gli porsi solo quella busta che adesso era
più gonfia perché le cinque banconote io le
avevo appallottolate una per una. Poi gli voltai le spalle
sempre in silenzio e risalìi. L'accaduto fu da me
riferito solo al direttore del mio giornale e l'articolo che
scrissi con quell'intervista dentro, molto oggettivo, con
qualche apprezzamento legislativo e con due o tre rilievi
critici, era esattamente lo stesso che avrei scritto se
questo increscioso e tremendo caso non fosse avvenuto.
Ai miei studenti di giornalismo è dunque doveroso che
affettuosamente dica: attenzione che c'è sempre
qualcuno il quale si ritiene più in alto di voi e che
di voi vorrebbe fare poltiglia servile. Sotto tutti i regimi
gli ingegneri continuano a costruire ponti e i medici a
curare i malati nello stesso modo. Magistrati e giornalisti
non rivestono ruoli meno delicati, eppure si vorrebbe che
loro sì di regime in regime cambiassero verso e modo
di esercitare la professione. Che ne dite? Non è
forse «No» la risposta che si deve dare?
Per e-mail: fidora@unipa.it
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