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OK, comunicazione!
Ma c'è anche la dis-comunicazione
di
Etrio Fidora
Non tutto ciò che è informazione è
anche comunicazione: l'informazione è da fonte a uno o più
destinatari (unidirezionale "da... ...a" = --->). Tuttociò
che è comunicazione invece contiene, ma come sua parte interna,
anche informazione: la comunicazione è reciproca, a due, più,
o circolarmente (bidirezionale "...fra..." = <--->). Vedi
McLuhan, Watzlawick, Lasswell... Come però esiste pure la dis-informazione,
esiste dunque anche la dis-comunicazione: Cioé un'incompatibilità
fra determinate sue parti interne. In soldoni, le lucciole non riescono
a capire le lanterne (o non vogliono), né i fischi i fiaschi. A
sua volta la discomunicazione può essere unilaterale ma anche reciproca.
Fu reciproca fra Cortés e Monteczuma in Messico e fra serbi e croati
in Bosnia, fu unilaterale in Europa fra l'Inquisizione e i presunti eretici
e fra il Nazismo e gli ebrei. Un fenomeno tragicamente discomunicativo
esiste anche attualmente fra le due entità nazionali-religiose
che abitano la Palestina una parte della quale oggi è Israele.
Questa non è la premessa di una ordinaria lezione di Scienze della
Comunicazione ma neppure se ne allontana, si badi. Sempre di messaggi,
sempre di codici linguistici e culturali infatti si tratta.
E' già noto da stampa e televisione, anche se un po' imperfettamente
da quest'ultima, cos'è appena successo a Trieste: la dis-comunicazione
come scelta, come atto volitivo e deliberato. Comune e Provincia sono
da poco retti da una maggioranza di destra e il giorno della festa nazionale
della Liberazione dal nazifascismo, 25 aprile, l'hanno fatta grossa. Non
associandosi alla solennizzazione dell'evento che ha riguardato come ogni
anno l'intero territorio nazionale, hanno invece indetto un'altra e distinta
manifestazione ufficiale che ha posto accento su sentimenti sciovinisti
di tipo xenofobo (lepen-heideriano, se vogliamo un riferimento europeo)
e antislavo in particolare, e che ha suscitato reazioni negative dappertutto
(a Trieste anche di piazza) e pure e sottolineatamente dalla stessa destra
italiana di governo, ricadendo altresì sotto il monito del capo
dello Stato Ciampi. Come se la seconda guerra mondiale, andiamo, non fosse
finita ben tre generazioni fa.
Non voglio e non devo naturalmente entrare nel merito politico della cosa,
ma me ne servo in quanto occasione esemplare per evidenziare un fatto
che potremmo anche definire solo tecnico: come cioè forme di comunicazione
su eventi le quali ignorino - ecco apparire il fatidico "dis"
- i precedenti motivanti degli eventi stessi, non siano cioè acculturate
con la concatenazione logica (e la logica non è una categoria morale)
che li ha prodotti, possono procurare solo danni e gravissimi. Esporrò
dunque in questa sede - e lo credo utile perché in quest'isola
così lontana da lì di queste cose si sa o si ricorda davvero
poco o niente, nè la scuola media ha ben inserito qualcosa di ciò
nelle nozioni dei più giovani - un minuscolo bignamino di storia
che riguarda la nostra frontiera orientale.
Entrata in guerra a fianco della Germania l'anno successivo da che fu
iniziata, una delle prime cose che l'Italia allora fascista ha fatto è
stata di annettersi quel pezzo di Jugoslavia che oggi è la Slovenia
(non popolata da italiani, talché la prima guerra mondiale si era
giustamente fermata a Trento e Trieste, subito dopo e altrettanto giustamente
raggiunte dannunzianamente da Fiume che, come la Dalmazia, italiana era).
Ridurre Lubiana (Ljubljana, che significa L'Amata, come il nome arabo
di Palermo, Aziz, significava La Dolce) a un nostro capoluogo di Provincia
era cosa davvero un po' forte, diciamolo, anche se già da tempo
lo erano diventate perfino le libiche Tripoli, Bengasi, Misurata e Derna.
La guerra partigiana guidata da Tito fu dunque, e molto popolarmente,
antitaliana oltre che antitedesca. Il fratello di mia nonna comandava
allora una di quelle unità di Brigate Nere di Salò e SS
italiane specializzate in cosiddetti "rastrellamenti" che di
molte (come le chiamiamo? Marzabotto? Mài Lay?) si resero, di conseguenza
anche per mia diretta nozione di ragazzo, per un paio d'anni responsabili
nelle attuali Slovenia e Croazia.
Nel maggio 1945 Trieste non venne subito occupata dall'VIII Armata angloamericana
perché l'Isonzo era in piena e impedì, rotti i ponti, il
passaggio delle sue truppe corazzate. Le precedettero così per
un pelo le brigate slave scese dall'altopiano, anche se i tedeschi resistettero
ancora, asserragliati, il tempo necessario per potersi arrendere non a
loro ma a un esercito regolare. Per quaranta giorni tuttavia, prima di
dover cedere mano agli alleati, i "titini" restarono padroni
della città e, gonfi di voglia di rivalsa (ma l'odio è sempre
irragionevole e anche vile e autolesionista, qualunque sia la parte che
se ne faccia invadere), imprigionarono, fucilarono senza processi, infoibarono.
Una mia zia, per esempio, e solo perché, professoressa di tedesco,
faceva traduzioni anche per il locale comando germanico.
Trieste e un pezzetto d'Istria restarono autonomo e così nominato
Territorio Libero con governatore inglese e americano ad anni alterni
fino al 1953, quando fu alla fine firmato il trattato di pace degli alleati
con l'Italia anche per quanto riguardava la fissazione dei nuovi confini,
che ci salvava Trieste ma ci faceva perdere Istria, Carnaro e Dalmazia,
e la periferia di Gorizia. La situazione precedente era comunque peggiore,
perché prima il Mussolini di Salò aveva consentito che quell'area,
preludio di annessione in caso di vittoria, già si chiamasse Adriatische
Kuestenland e fosse retta da un Gaulaiter tedesco, che vi istallò,
nella risiera di San Sabba, l'unico forno crematorio di israeliti in terra
italiana . La decisione dei vincitori produsse 350mila esuli istriani
un po' in tutta Italia, ormai da tempo assorbiti. E nessuno, o pochissimi,
più neanche rammenta la postuma alterazione del nome di Guglielmo
Oberdank, che lo italianizza con la privazione della "k": sotto
l'Austria italiani e slavi eravamo entrambi "popoli irredenti"
e a lui non era riuscito quel che riuscì poi (Sarajevo) a Gavrilo
Princip nel 1914.
Dopo la fine di questa guerra, ci vollero quasi sessanta pazientissimi
anni perché in quelle terre, passate ormai ai pronipoti delle famiglie
che avevano avuto morti innocenti da tutte e due le parti, fra slavi e
italiani i rapporti tornassero sereni (i veri triestini sono tutti ereditariamente
sanguemisti e i miei quattro nonni me ne mischiano appunto quattro: italiano,
austriaco, ungherese e sloveno), ci fossero di nuovo tre o quattro sindaci
sloveni nel Carso italiano e, di là, alcuni sindaci d'etnìa
italiana in Comuni della penisola istriana, le due culture si riconoscessero
se non sorelle cugine, i diritti civici ripristinati reciprocamente, il
trattato di Osimo rinverdisse gli scambi e ora si convenissero anche joint
ventures economiche da un lato e risarcimenti e restituzioni agli esuli
dall'altro: quel confine, sui cui due versanti il bilinguismo è
da tempo legge statale, è già praticamente sparito di fatto
ancor prima che imminentemente la Slovenia entri in Europa.
E ora, improvvisamente, c'è chi non vuole più comunicare,
cerca che "il pendolo torni indietro", per usare una frase circolante
in questi giorni, e che riappaia in quei luoghi Santa Discomunicazione.
Compromettendo un'altra volta rapporti faticosamente ricostruiti fra due
popoli. Rischiando di produrre cospicui disastri culturali, civili, materiali.
Rinnegando la Storia, parola che più di tutte le altre che il dizionario
annovera merita la maiuscola. Le Scienze della Comunicazione non includono
solo media e tecnologie, non includono solo arti e linguaggi: riguardano
in toto i rapporti fra gli uomini. Stiamo parlando di una scienza globale.
La società del XXI secolo l'ha per essenziale, non ne può
in alcun modo fare a meno. E perfino la politica, se è discomunicazione
invece di comunicazione, si suicida. Non sono dunque uscito, scrivendo
queste cose, dal mio campo. Che resta appunto quello scientifico.
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Per e-mail: fidora@unipa.it
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