|
|
|
 
"Quando pubblicare
una notizia?
Il delicato problema del segreto istruttorio"
di Etrio Fidora
Avevamo pubblicato
in questa sede un'intervista
al professore Franco Nicastro, docente di Teoria e Tecniche del Linguaggio
Giornalistico nella nostra Università, sull'opportunità
di pubblicare una notizia in casi particolari. Abbiamo chiesto un'opinione
anche al professore Etrio Fidora, che insegna questa stessa materia all'Università
di Trieste
Prendo occasione per
aggiungere in questa sede un'opinione all'intervista di Franco Nicastro,
giornalista e prof come me in quest'Università, che ho letto giorni
fa su "Ateneonline". Allo scopo, dato che non rispecchia identicamente
quella esposta da lui, di arricchire il discorso poiché è
bene che gli studenti del corso di laurea in Giornalismo, che abbiamo
in comune, sentano discutere, e discutano, di queste cose. Anch'essa verteva
infatti su un problema importante e delicatissimo: il segreto istruttorio
e il comportamento di fronte ad esso dei professionisti dell'informazione.
Segreto o non segreto, "quando c'è la notizia la si dà".
Ecco, questo è un assioma che non mi vede d'accordo. La notizia
c'è, infatti, solo dal momento in cui viene pubblicata. Prima ci
sono solo un fatto, un evento, un documento che non sono noti, o che lo
sono in ristrettissima cerchia o magari a un'unica persona, ma che sta
proprio a noi far diventare notizia oppure no. Con l'orrendo neologismo
ipotetico di "notiziabilità" si intende qualcosa di qualitativo.
Se cioè quel fatto, quell'evento, quel documento, contengono o
meno i requisiti che li rendano meritevoli d'esser resi pubblici, e di
diventare così appunto notizia; e inoltre se può effettivamente
esserci interesse generale verso essi, e se vi sia l'opportunità
temporale della loro notorietà. Il giornalismo pragmaticamente
anodino, a parte il fatto che è di rara esistenza in quanto tale,
rischia sempre, quando viene proposto, di incorrere in astrazione teoretica
ed autoderesponsabilizzante nei confronti di contesti e/o di conseguenze.
Sarà che a me piace talvolta ragionare per paradossi, ma i casi-limite
son proprio quelli che aiutano a segnare i paletti entro cui stare. Immaginate
una formidabile notizia che fosse così redatta: "Domani 6
giugno 1944, all'alba, una forza navale inglese e americana, appena salpata
dai porti britannici, sbarcherà un'armata d'invasione sulle coste
della Normandia mentre in appoggio militare una divisione di fanteria
USA, la 101esima, che sta per decollare, verrà paracadutata dietro
le linee di difesa tedesche su Cherbourg". Tutto vero, tutto esatto,
un signor scoop. Ma...? Bastano i puntini di sospensione a sottolineare,
credo, che proprio non sarebbe stato il caso. Dimensioni a parte, è
pari pari infatti lo stesso caso del segreto istruttorio. La cui violazione
può danneggiare anche irrimediabilmente un'indagine giudiziaria
in corso. E per questo chiama in ballo una forte responsabilità
del tutto individuale del giornalista. La cui indipendenza sui contenuti
di quel che scrive e quindi comunica e la cui autonomia nel recepimento
da fonti di materiale informativo e dell'uso da poter fare di esso è
doveroso siano ritenute fuori discussione. Ma questa indipendenza e quest'autonomia
sono referenti esclusivamente al foro della sua coscienza e a nessun'altra
sede. Gli si pone quindi un problema squisitamente deontologico ("La
dò? Non la dò?") che non ha regole generalizzabili
ed è perciò tutto suo. Personalmente, in una quarantina
d'anni di professione, sono stato sul banco degli imputati in 86 processi
tutti per "diffamazione a mezzo stampa" o per "propalazione
di notizie tendenziose" (attenzione: diffamazione non è alterare
una verità, ma renderla pubblica recando danno personale a un'immagine
o a una reputazione, altrimenti sarebbe calunnia, cioè saper di
dire bugìe deliberate; e che qualcosa di scritto sia o non sia
tendenzioso ricade comunque sempre in casistica di opinione). Ma per aver
raccontato particolari ancora segretati di una delicata istruttoria criminale
in corso, e dalle relative indagini tuttora aperte verso risultati che
la pubblicità potrebbe automaticamente compromettere, assolutamente
mai. Non me lo sono mai permesso e l'avrei considerato una colposa leggerezza.
Avrebbe potuto far prontamente predisporre "linee di fuga",
inquinamento di prove, subornazione di testimoni, da parte degli interessati.
Una volta sola sono stato "processato" per aver raccolto e pubblicato
un documento ancora riservato della Commissione Antimafia - che è
anch'essa per legge una magistratura - ma si trattava di un'istruttoria
già conclusa e dagli esiti definiti, e si trattava dunque più
che altro di un fatto di galateo istituzionale: quel documento non era
ancora stato inoltrato, come da stabilita prassi, ai presidenti delle
Camere e a quello della Repubblica, che così l'hanno invece letto
sul mio giornale in anteprima. Credo, ma guarda un po', di essere stato,
e l'occasione fu proprio quella, l'unico cittadino italiano mai direttamente
denunciato alla magistratura ordinaria nella pur lunga vita di quella
Commissione. L'argomento consisteva nelle circostanze che permisero al
superboss Luciano Liggio di squagliarsela verso una nuova lunga latitanza
dalla clinica privata in cui per ragioni di salute era custodito. E "saltarono"
in sincrono un Questore, un Prefetto, un presidente di Tribunale. Dopo
un certo tempo, quel procedimento contro di me come direttore responsabile
e contro il collega estensore del servizio fu archiviato perché
se n'erano accorti un po' tutti di quanto fosse grottesca l'accusa; tutto
quel che di clamoroso poi accadde non fu infatti conseguenza di questa
pubblicazione ma sarebbe accaduto lo stesso successivamente a breve. Restò
comunque agli atti un mio interrogatorio dall'andamento decisamente surreale.
Faccio un altro esempio, stavolta non inventato ma realmente avvenuto.
Esce su un giornale nazionale una notizia frutto di indiscrezione: di
tre o quattro magistrati palermitani indagati per "favoreggiamento
mafioso". Contenuta in una corrispondenza da Palermo, reca il nome
di uno solo di essi, che è più noto anche fuori dalla Sicilia
e mai prima discusso. "Atto dovuto" per ragioni anche solo procedurali
(esternazioni di qualche "pentito"?) o meno che fosse, il portatore
di quel nome legge nel proprio ufficio a Palazzo di Giustizia quest'indiscrezione
divenuta notizia, chiama l'autista e la scorta, si fa portare a casa,
si chiude nello studio e si spara una revolverata in testa. Con lucida
disperazione avendo realizzato la sua carriera ne sarebbe risultata ormai
di fatto stroncata non solo in caso di "coscienza sporca" -
se berninteso c'era - ma anche se lui fosse stato innocente, e ciò
a causa di un dubbio gravissimo già così entrato nella mente
di ogni lettore. Ma se era innocente o colpevole non lo sapremo mai perché
la morte estingue ogni procedura giudiziaria.
Si suol chiamare "fuga di notizie", una circostanza così.
Ma io non riesco a vedere queste notizie che corrono con le loro gambette
a scavalcare uno steccato. Le notizie, o meglio gli episodi che lo diventano,
non fuggono da sole: qualcuno, che è una persona fisica, le fa
uscire (e se lo fa ha un motivo). E trovo inevitabilmente, nella fattispecie,
molto sospetto per l'incompletezza con cui la fonte ha fornito lo scoop
che il nome svelato fosse uno solo. Come se appartenesse a preciso disegno
che i riflettori, con accensione mirata, illuminassero solo lui. Bene,
io ogni tanto penso al rimorso che quel collega certamente ha in seguito
provato. Anche perché s'e trattato di un'indagine poi svanita nel
nulla senza che poi nessun altro nome si affiancasse a quello del defunto.
No, dunque, che non si rivela giornalisticamente un segreto istruttorio
- segreto che ha una precisa e tutelante ragion d'essere già più
su illustrata - se non quando esso sia giunto a conclusioni di accertamento
a questo punto passibili di rinvìo a giudizio, e non rappresentino
più dato parziale e da altri elementi sconnesso, che ne potrebbero
cambiar natura. In questo nostro Paese così pieno di segreti-colabrodo
e di segreti invece impenetrabili ancora dopo anni o decenni (come andò
a Ustica? chi e perché ha ordinato l'uccisione di Ilaria Alpi e
del suo cameraman?), e in cui tutte e due le specie sono indubitabilmente
finalizzate da regìe restanti in ombra, van sempre, anche se non
scartate a priori e dunque messe comunque a vaglio, prese con le pinze
le candidature a notizia spesso devianti che a questo o quel giornalista
qualcuno fornisce. Perché non si tratta tanto, in questi casi,
di giornalista "bravo" - e per fortuna però ce ne sono
- a scovare verità nascoste, quanto di giornalista scelto da altri
come strumento per una cosa che c'è qualcuno cui serva sia propalata.
E se l'informazione ricevuta è, come nel caso che ho citato, incompleta,
il naso del giornalista dovrebbe subito sentire ancora più puzza.
Naturalmente è opinione mia, questa che sto esponendo, legittima
come quella del collega il quale ne ha espresso una diversa, anche se
poi alcune cautele e alcuni "però" nel seguito dell'intervista
li ha prospettati. Ma questo appunto rafforza il mio precedente riferirmi
a un foro individuale della coscienza professionale. Posso anche, ma meglio
no, "passare col rosso", violando cioè con rischio solo
mio una norma stabilita come inderogabile, unicamente se sono certissimo
di non poter investire pedoni in transito.
Altro dunque che il criterio del "quando c'è si dà"!
Come se potessimo prescindere allegramente da una valutazione delle conseguenze
di vario tipo, ingiuste o addirittura lesive, che fossero da ciò
in più d'un caso provocabili. E da un altro strumento legislativo
recente che è quello appunto lodevolmente eretto a protezione della
privacy. Il che non vuol dire che non ci sia un certo numero di segreti
che meriterebbero una voglia matta di violarli e l'impegnativamente avventuroso
reperimento del modo per poterlo fare. Come quello della formula chimica
segreta con cui viene fabbricata la Cocacola, per esempio, e per dirne
- solo fino a un certo punto scherzosamente - uno di quelli fra i più
interessanti. Ma per questo occorrerebbe essere hackers scafatissimi e
io spero sempre che davvero qualcuno di essi almeno ci provi. Anche sapendo
di rischiare, come in tanti casi del genere è già accaduto,
punizione legale.
Per e-mail: fidora@unipa.it
|
|