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www.ateneonline-aol.it
portale d'informazione
dell'Università degli Studi
di Palermo
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Editoriale
- Presentazione di Ateneo
Palermitano
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Uno
strumento di confronto
per la nuova Università
di
Giuseppe Silvestri
L'Università
di Palermo ritorna, con questo numero di Ateneo,
ora anche in versione online, ad avere una sua
pubblicazione destinata ad ospitare dibattiti, a
presentare progetti, a fornire informazioni a tutti
gli utenti ed operatori. La ripresa delle
pubblicazioni è un altro dei segni tangibili
del rinnovamento. Poco più di un anno fa
eravamo nel pieno di una crisi istituzionale
gravissima, senza gli organi collegiali di governo
nella configurazione statutaria, prigionieri di un
incastro normativo e giurisdizionale che da un lato
ci privava del potere di intervento sullo Statuto,
e dall'altro, per uscire dalla crisi, ci imponeva
modifiche statutarie. Uscire da questa impasse ha
comportato il superamento di complessi problemi
procedurali, e l'appianamento di diffidenze e di
polemiche. Siamo adesso in presenza di organi
collegiali di governo (Senato e Consiglio di
Amministrazione) stabili, che stanno già
svolgendo a pieno ritmo i loro compiti
istituzionali. Infine, una volta completata la
riconfigurazione dei Consigli di Facoltà, si
è proceduto alle elezioni dei presidi con
gli elettorati allargati, così come a quella
del rettore, che ha visto la riconferma di chi
scrive.
A fronte di un ennesimo tentativo di impedire una
serena partecipazione alla vita collettiva di tutte
le componenti dell'Ateneo mediante la presentazione
di un ulteriore ricorso (che non ha tuttavia
ottenuto la richiesta sospensione dello Statuto
impugnato), assistiamo ad una compatta e convinta
adesione alle nuove norme, che si manifesta
attraverso una ordinata e civile partecipazione
agli eventi elettorali.
Ateneo seguirà l'evolversi della riforma
dell'ordinamento didattico delle università
italiane, e, avendo come riferimento quella di
Palermo, registrerà il modo in cui le nostre
Facoltà procederanno al rinnovamento dei
contenuti, per meglio soddisfare le
necessità degli studenti che ci auguriamo
siano sempre più coinvolti nel processo di
trasmissione critica del sapere come moltitudine di
individualità attente, partecipi di una
trasformazione tesa a farci più attenti e
propositivi verso la Società che ci sta
intorno.
L'autonomia universitaria, pur essendo ad oggi
ancora lontana dagli obiettivi che la Costituzione
propone al legislatore, responsabilizza gli atenei,
mettendo nelle mani dei loro organi collegiali il
compito di mettere a punto i propri apparati
regolamentari, in equilibrio tra un sistema di
leggi e decreti ricco e talvolta contraddittorio,
ed esigenze locali spesso derivanti da
sedimentazioni difficili da rimuovere o da
ricondurre entro norme di valenza generale. Anche
se, in questa fase evolutiva, sarà difficile
evitare contrapposizioni e incomprensioni, occorre
registrare positivamente che queste sono nella
maggior parte dei casi derivate dall'interesse che
ciascuno mostra verso la "sua" Università,
dal desiderio che questa risponda alle sue
legittime aspettative per lo svolgimento delle sue
attività di ricerca e lo sviluppo della sua
didattica. Con queste premesse la vivacità
del confronto è la migliore prova
dell'attenzione costruttiva di tutti verso
l'elaborazione del progetto della nuova
Università di Palermo: un progetto che
richiede attenzione e capacità creative, che
arrivi ad una razionale suddivisione di spazi,
risorse economiche e personale, che metta tutti i
Corsi di Laurea che si deciderà di attivare
in condizione di dare il meglio delle proprie
capacità scientifiche e didattiche.
Ci si offrono eccezionali occasioni di sviluppo:
abbiamo appena avuto la conferma della assegnazione
nella finanziaria regionale 2001 di una somma fino
a 120 miliardi per il ripianamento del credito
dell'Ateneo relativamente alle spese per assistenza
sanitaria degli anni '91-'94, abbiamo sbloccato il
mutuo di 100 miliardi a favore della edilizia
sanitaria del Policlinico, abbiamo rimesso in moto
l'edilizia universitaria, con importanti interventi
di manutenzione e di completamento, per un
complessivo ammontare di finanziamenti, tutti
coperti dalle disponibilità attuali, che
supera i 90 miliardi. Con queste
potenzialità potremo elaborare un piano di
sviluppo dell'Ateneo di ampia portata e rispettoso
delle esigenze e delle necessità di
Facoltà e Dipartimenti, per un equilibrato
sviluppo di attività didattiche e di
ricerca.
Trova concreta attuazione, con questo numero, anche
un importante esperimento di collaborazione,
sancito da una apposita convenzione, tra il Corso
di Laurea in Scienze della Comunicazione, indirizzo
giornalismo, e l'Ordine nazionale dei Giornalisti,
per l'utilizzazione della partecipazione alle
attività redazionali di Ateneo ai fini dello
svolgimento del periodo di praticantato presso una
testata giornalistica necessario per l'iscrizione
all'albo.
Desidero, prima di chiudere questa breve
introduzione, ricordare Marina Pino alla quale,
subito dopo il mio insediamento, chiesi di reggere
l'ufficio stampa della nostra Università e
di progettare Ateneo. Dopo pochi mesi di intenso e
coinvolto lavoro, Marina venne colpita da una grave
malattia, che non le diede scampo: visse fino alla
fine lavorando con coraggioso entusiasmo e dandomi,
con la sua esperienza e professionalità,
preziosi consigli su come gestire il mio rapporto
con gli organi di stampa, e con l'ambiente politico
amministrativo che conosceva profondamente. Questo
numero di Ateneo non può non essere dedicato
a Lei.
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Il
Policlinico Universitario
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Uno sportello per prevenire gli
infarti di origine genetica
Assistere gratuitamente i
cittadini nel campo delle patologie cardiovascolari, che
"statisticamente - dicono dal Policlinico - rappresentano la
prima causa di morte in Sicilia". È l'obiettivo del
protocollo d'intesa stipulato tra il Comune e l'istituto di
Medicina interna e Geriatria dell'Università, che ha
portato all'apertura di uno sportello nei locali del centro
di Dislipidemie genetiche ed aterosclerosi (Cdga), al
Policlinico. Le attività svolte vanno
dall'informazione legata alla prevenzione fino alla
diagnostica, nell'ottica di offrire assistenza in tema di
malattie del metabolismo dei lipidi, possibili cause dello
sviluppo dell'arteriosclerosi.
L'iniziativa nasce da un progetto di lavori socialmente
utili elaborato dall'associazione Falstaff, e si propone in
particolare di aiutare una precisa categoria di soggetti
svantaggiati: i portatori di gravi ipercolesterolomie
genetiche. L'incidenza di tale malattia è senz'altro
rilevante: si presenta con una frequenza di un caso ogni 500
individui, per un totale di circa 10-15 mila portatori
eterozigoti in tutta l'Isola. Questi soggetti accusano un
elevato rischio di incorrere entro i 50 anni in patologie
cardiovascolari quali l'infarto o l'angina, mentre
l'aspettativa di vita degli omozigoti non supera i 20-30
anni. L'unica via per affrontare il male, quindi, sembra
quella di identificare prima possibile i vari casi e
predisporre un trattamento precoce al riguardo.
Attraverso lo sportello attivato al Cdga del Policlinico,
viene infatti messa a disposizione dei cittadini
un'attività di prevenzione che si prefigge di
anticipare nei soggetti a rischio le potenziali complicanze
cardiovascolari, soprattutto in quegli individui che
necessitano di diagnosi e cura delle dislipidemie genetiche.
Il servizio si propone inoltre di condurre un'opera di
sensibilizzazione sul tema, unita alla promozione della
ricerca scientifica attinente i disordini metabolici alla
radice del male. Si intendono quindi informare - ma anche
"educare" - sia le famiglie affette che la cittadinanza. E
non è finita qui. L'iniziativa prevede infatti la
realizzazione di un data-base informatico, con l'intento di
raccogliere tutti i dati relativi ai pazienti con
ipercolesterolemia familiare.
È questo il primo passo verso l'identificazione di
nuovi casi, non ancora noti, utilizzando la strategia del
case-finding: si parte dal soggetto conosciuto, per
estendere la ricerca ai familiari e agli altri soggetti
"vicini" geneticamente. In questo modo, diviene possibile la
costruzione di "alberi genealogici del rischio", utilissimi
nell'identificare precocemente i bambini da sottoporre a
osservazione. Le informazioni rilevate entrano poi a far
parte di un registro comunale che fotografa la situazione
delle patologie in questione tra i cittadini
palermitani.
Tutto questo tenendo sempre informati i medici che operano
nel territorio, aggiornando così di volta in volta le
loro conoscenze sul male. L'obiettivo di lunga durata
è quello di identificare le mutazioni genetiche
responsabili della malattia, per scoprire alla fine, tramite
alcune tecniche di biologia molecolare, quella che si
presenta in maniera più frequente.
Lo sportello è aperto al pubblico tutte le mattine
dal lunedì al venerdi, dalle 8 alle 12. La sede
è il Cdga in via del Vespro 143, dipendente dalla
cattedra universitaria di Medicina interna, diretta dal
docente Alberto Notarbartolo. Il biologo responsabile del
servizio è la dottoressa Marino, esperta in
diagnostica di laboratorio. Il personale è messo a
disposizione da Comune, che ha impiegato
nell'attività alcuni lavoratori socialmente utili. Il
Policlinico e l'Amministrazione comunale si sono impegnati a
definire e promuovere iniziative, convenzioni e programmi
finalizzati alla copertura degli oneri per la gestione e lo
sviluppo della struttura e del personale.
Salvo
Gemmellaro
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Giornalismo
e nuovi media
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Il nuovo giornalismo nasce tra banchi
e laboratori
Nell'era di Internet si pone
per il giornalismo una sfida decisiva: o riesce a tenere il
passo dei processi di trasformazione radicale che investono
il mondo dell'informazione oppure è destinato a
perdere la centralità del suo ruolo. L'espansione
della Rete si è fatta incalzante. Le notizie
circolano con una velocità straordinaria che ne ha
ridotto al minimo il tempo di vita e di consumo. Ma il
mutamento più significativo consiste nella
contaminazione di generi, tecniche e linguaggi. Oggi
è difficile tracciare ancora una linea netta di
separazione tra le immagini, la parola scritta e quella
stampata.
Se questo è vero allora si comprende meglio la crisi
di identità del giornalista tradizionale, legata a un
modello professionale che tende sempre più a
diventare marginale anche, ma non solo, per effetto dell'uso
massiccio delle tecnologie. E però non si può
dimenticare che dentro quel modello si è formata la
stragrande maggioranza dei giornalisti. È una
formazione orientata alla gestione artigianale della notizia
che considera fondamentale il giornalismo della carta
stampata e specialistico quello radio-televisivo mentre il
giornalismo on line resta lontano dalla dimensione
professionale di molti.
Quel modello, a cui pure vanno riconosciuti tanti meriti, ha
fatto il suo tempo. I giornalisti che hanno seguito percorsi
formativi tradizionali trovano difficoltà crescenti
nel passaggio da un mezzo all'altro. Scontano la scarsa
conoscenza delle tecniche e dei linguaggi dei diversi media.
Tendono a restare fedeli al modulo espressivo
originariamente acquisito. Tutta colpa, è stato
osservato, di una formazione professionale
"unidimensionale". Ma anche, aggiungiamo noi, di una
rigidità culturale che, prescindendo dai nuovi saperi
e dalle nuove competenze, si scontra con le mobilità
del mercato e con le dinamiche delle trasformazioni in
atto.
Sarebbe sbagliato riportare l'origine e la causa principale
della crisi all'esplosione della Rete e all'espansione delle
tecnologie. I problemi si erano già manifestati da
tempo, quando le routine produttive nelle aziende editoriali
avevano decretato la decadenza e la rapida scomparsa del
modello artigianale. Le aziende non avevano investito
più nell'insegnamento "sul campo" del mestiere
facendo così mancare alle giovani generazioni il
riferimento dei "maestri" e delle altre figure portatrici di
esperienze consolidate. In più la cultura
professionale ha dovuto fare i conti con quei cambiamenti
profondi e sostanziali che il Censis ha descritto in questo
modo: "Le strutture di offerta si sono moltiplicate e sono
diventate altamente eterogenee, tanto che la definizione di
giornalista non sembra più capace di rappresentare
l'accresciuta varietà delle competenze e delle
mansioni di chi lavora nel settore, venendo ormai sostituita
con quella più allargata, ma anche più neutra,
di operatore dell'informazione".
Sono stati questi mutamenti a richiedere un'attenzione nuova
verso la formazione. E si è finalmente riconosciuto,
come prima non si aveva avuto forse il coraggio di fare, che
il "nuovo" giornalismo si apprende attraverso un mix di
studio e di esercizio, di pratica e di teoria, tra banchi e
laboratori.
È così che sono nate negli anni Ottanta le
prime scuole di formazione riconosciute dall'Ordine dei
giornalisti, primo passo di una riforma di fatto che da
qualche anno trova nell'Università la sede naturale
della sua attuazione. Abbandonati gli ultimi orgogliosi
arroccamenti corporativi, tutti convengono ormai sulla
necessità di assegnare ai corsi di laurea in Scienze
della Comunicazione la funzione di canali di accesso alla
professione, che prima erano invece controllati dagli
editori. È una sfida che vede protagonista anche
l'Ateneo palermitano, scelto come sede di formazione dei
nuovi giornalisti. Con risultati che spetta ad altri
giudicare si sta sperimentando una nuova e stimolante
collaborazione tra il mondo delle competenze accademiche e
le realtà produttive. L'auspicio è che tutto
questo possa alimentare un circuito virtuoso dal quale siano
almeno in due a trarre un vantaggio: il giornalismo e
l'università.
Franco Nicastro
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Facoltà
di Medicina e chirurgia - Il programma del
nuovo preside Elio
Cardinale
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Tra
le tante novità previste,
una scuola di criminologia
Elio Cardinale,
direttore della cattedra di Radiologia, eletto a
grande maggioranza. Il nuovo preside annuncia
l'istituzione di un tavolo permanente per la
ricerca e di nuovi percorsi di laurea. Previsti
anche l'avvio dei dipartimenti ed un recupero del
ruolo propositivo universitario all'interno del
Policlinico.
Duecentottantatre
voti contro centododici: il nuovo preside di
Medicina e chirurgia è Elio Adelfio
Cardinale. Una vittoria schiacciante sul
predecessore Giuseppe Amato, che porta il direttore
della cattedra di Radiologia alla guida di una
delle facoltà più autorevoli
dell'intera Università. Su 447 aventi
diritto si sono registrati 419 votanti, che hanno
anche espresso 16 preferenze per il terzo
candidato, Rosolino Camarda, annullato cinque
schede e lasciatene in bianco tre.
Cosa cambia adesso per la Facoltà? «A
essere modificato sarà il metodo di gestione
- afferma Elio Cardinale -. La mia volontà
è rivolta verso un'azione collegiale, che
manca. Si devono creare deleghe, nominare vice
presidi, istituire una giunta di presidenza per
organizzare al meglio il lavoro. L'obiettivo
è garantire che la maggior parte possibile
delle componenti della Facoltà collabori a
un progetto comune».
E le patate bollenti non sono certo poche, visto
che la particolarità di Medicina e chirurgia
è quella di garantire sì un percorso
formativo, ma dare anche una prestazione
d'assistenza al Policlinico. E quindi docenti che
devono fare la spola tra aule universitarie e sale
operatorie, in un articolato giro di turni che
evidenzia le carenze di personale. A questo si
aggiunge un problema di gestione, lievitato in
seguito alla legge nota come Bindi-Zecchino e
approvata l'anno scorso dal Parlamento: la norma
regola i rapporti fra il sistema nazionale
sanitario e le facoltà di Medicina,
«limitando l'autonomia dei medici - sottolinea
il rettore dell'Ateneo, Giuseppe Silvestri - e
trasferendo alcuni poteri al direttore generale del
Policlinico». Un provvedimento legislativo di
fatto difficile da applicare, che ha creato qualche
divergenza tra la Facoltà e
l'Amministrazione della struttura sanitaria,
guidata da Giuseppe Pecoraro. Ma Cardinale stempera
i toni: «Non ci sono stati conflitti con
Pecoraro - dice - Piuttosto è mancata
l'iniziativa da parte della Facoltà, che
è venuta meno al suo dovere. Così
l'Azienda ha operato senza il necessario controllo.
Adesso è fondamentale che la componente
universitaria recuperi il suo ruolo
propositivo».
Il nuovo preside elenca quindi le priorità
del suo programma: lo sviluppo della
produttività scientifica, la caccia a
ulteriori fondi, l'utilizzo di quelli esistenti per
la realizzazione dell'area di emergenza e di altri
spazi per la didattica. E ancora: un tavolo
permanente per la ricerca, pensato come punto di
riferimento per le istituzioni, e poi, in tema di
riforma, l'istituzione di nuovi percorsi di laurea,
unita al riordino delle scuole di specializzazione,
una delle quali sarà in criminologia.
«Nel nostro Paese ne esiste una sola a Modena
- spiega Cardinale -. Mi sembra utile proporre
un'iniziativa simile a Palermo, dove il crimine
raggiunge livelli che conosciamo tutti». Ma
perchè non sono ancora stati proposti i
nuovi percorsi di stampo anglosassone che prevedono
tre anni più due? «Non è stato
finora emanato il decreto ministeriale concernente
l'area sanitaria - replica il preside uscente,
Giuseppe Amato - comunque, Medicina resterà
una laurea specialistica, composta da cinque anni
più uno di corso pratico, durante il quale
verrà praticata l'attività in
corsia.
Poi, resteranno le lauree brevi e, per quanto
concerne i diplomi, sembra che la tendenza sia
quella di farli diventare lauree, alcune delle
quali (per esempio Infermieri), specialistiche
cioè di 3 anni più due». Al
momento, l'offerta formativa della Facoltà
consta di tre corsi di laurea: uno in Medicina e
chirurgia (210 posti a numero chiuso), un altro in
Odontoiatria e protesi dentaria (40 posti), e un
terzo in Medicina con sede decentrata a
Caltanissetta (40); ai quali si aggiungono 10
diplomi, otto al Policlinico (Ortottista, Dietista,
Fisioterapista, Fisioterapista dell'età
evolutiva, Infermieri, Ostetrici, Tecnico di
Radiologia, Tecnico della riabiltazione
psichiatrica e psicosociale), uno al Civico
(Infermieri) e un altro al Sant'Antonio Abbate di
Trapani (Ostetrico).
La scommessa della nuova presidenza sarà
prediporre i nuovi percorsi e completare la
dipartimentalizzazione della Facoltà, che
dovrà raggruppare in dipartimenti i troppi
istituti sparpagliati per la città.
Salvo
Gemmellaro
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Atlante
linguistico siciliano -
Dipartimento
di Scienze filologiche e linguistiche
dell'Università di Palermo
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In un atlante il patrimonio
linguistico siciliano
Tra gli obiettivi
dell'Atlante linguistico siciliano c'è anche la
costituzione di un grande archivio dei dialetti e
dell'italiano regionale. Un documento di grande valore al
servizio del territorio
Una ricerca affascinante che
esplora la Sicilia linguistica dalle forme più
tradizionali della cultura dialettale alle nuove dinamiche
di interferenza tra dialetto e lingua. Una ricerca, quella
dell'Atlante linguistico siciliano (ALS), portata avanti dal
dipartimento di Scienze filologiche e linguistiche
dell'Università di Palermo e dal centro di Studi
filologici e linguistici siciliani. Un progetto impegnativo
che intende preservare un patrimonio culturale di
inestimabile valore. Un atlante linguistico è il
risultato dell'osservazione dei fenomeni linguistici
distribuiti nello spazio geografico. I materiali ottenuti
dai rilevamenti vengono cartografati in modo da offrire una
rappresentazione della diffusione areale dei vari fenomeni.
Dopo la grande stagione degli atlanti nazionali realizzati
nella prima metà del '900, l'attenzione si è
spostata, un po' in tutto il mondo, verso la costituzione di
atlanti regionali in grado di esplorare in profondità
la realtà di territori relativamente ampi.
L'obiettivo fondamentale dell'Atlante linguistico siciliano,
che rappresenta un punto di incontro tra dialettologia
tradizionale e sociolinguistica, è di documentare il
repertorio linguistico, dallo stato più arcaico del
dialetto ai livelli più spinti di italianizzazione,
nonché il patrimonio etnoantropologico dei siciliani.
Si vuole così presentare un quadro della situazione
linguistica etnografica della Sicilia contemporanea,
documentando la coesistenza dinamica di arcaicità e
modernità. Una particolare attenzione viene inoltre
rivolta alle parlate alloglotte, siculo- albanesi e
gallo-italiche, presenti in quasi tutte le province
siciliane. L'ALS, il cui progetto iniziale risale ad una
decina di anni fa, è stato presentato in varie
università italiane e straniere, diventando oggetto
di studio nell'ambito di corsi universitari. Saggi sull'ASL
sono stati pubblicati in Italia, Francia, Spagna, Germania;
si tratta infatti di un programma di ricerca apprezzato in
campo internazionale. Un progetto dai tempi lunghi, i cui
primi rilevamenti sul campo sono iniziati circa sei anni fa,
e che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe impegnare i
suoi ricercatori per almeno dieci anni. Si tratta di un
progetto concepito per moduli. Il prodotto finale
sarà costituito da una banca dati computerizzata
formata da una serie di archivi, da volumi di carte
geoetnolinguistiche e sociolinguistiche, da alcuni atlanti
settoriali (tra cui quelli sul gioco, la cultura alimentare,
i mestieri tradizionali), da una collezione di volumi su
materiali e ricerche dell'ASL e da un atlante di tipo
sociolinguistico, per fotografare la situazione linguistica
della Sicilia contemporanea, in tutte le sue dinamiche di
variazione dal dialetto all'italiano. Fino ad ora sono stati
realizzati: una parte dell'atlante dei giochi, il cd "la
trottola e il gioco" e una serie di carte. Sono stati quasi
completati i rilevamenti sociolinguistici, e sono in corso i
rilevamenti sul lessico della cultura alimentare. Sono stati
pubblicati dodici volumi di materiali dell'atlante e tre
sono in corso di stampa. Vi lavorano una sessantina di
studiosi, ma la ricerca, a lungo termine, necessita spesso
di nuova linfa vitale e nuovi collaboratori. "Poiché
dovremo rilanciare una serie di rilevamenti sul campo - dice
il direttore della ricerca Giovanni Ruffino - abbiamo
bisogno di rinfoltire il numero dei rilevatori". Ecco
perché quest'anno è stato lanciato un avviso
per reclutare nuovi collaboratori, possibilmente già
laureati e con un minimo di competenza nel settore.
Attualmente, sulla base dei curricula inviati, si sta
svolgendo una prima selezione. "Noi ne selezioneremo molti -
dice Ruffino - almeno una cinquantina". Gli aspiranti
collaboratori frequenteranno, in autunno, un corso di
formazione per la conduzione di rilevamenti sul campo e per
la trascrizione di idiomi etnodialettali. Successivamente ci
sarà un'ulteriore selezione che porterà, il
prossimo anno, alla stipula di alcuni contratti.
Un'occasione importante per molti giovani di fare esperienza
nel campo della ricerca e conquistare un rapporto di
collaborazione con l'università.
Giusi Bosio
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I
frammenti di una storia lunga milioni di
anni
Il museo
Gemmellaro custodisce tesori in grado di svelare la
storia geologica della terra. Ha grandi collezioni
e pochi spazi espositivi, vanta una storia illustre
ma da anni, quasi dimenticato, attende di essere
valorizzato
Poche vetrine
illustrano una storia lunga milioni di anni. Poche
vetrine che racchiudono frammenti del patrimonio
del Museo Geologico Gemmellaro. Un museo illustre
dalla storia travagliata che attende di essere
valorizzato. In mostra, nell'unico salone di
esposizione del museo che fa parte del Dipartimento
di Geologia e Geodesia dell'Università,
nella sede di corso Tukory 131, appena 600 reperti
contro un patrimonio di 600.000 costituito da
collezioni paleontologiche, litologiche,
stratigrafiche, vertebratologiche,
micropaleontologiche, mineralogiche,
paleoetnologiche, sistematiche, paleobotaniche,
didattiche, di confronto e di calchi. Un patrimonio
che, per la ricchezza e l'importanza delle
collezioni, fa del Gemmellaro, grazie anche alla
presenza di un migliaio di olotipi, esemplari su
cui è stata istituita una specie nuova
(richiesti per confronto da tutte le parti del
mondo), uno dei più ricchi musei scientifici
d'Europa.
Fondato nel 1860 da Gaetano Giorgio Gemmellaro,
primo professore di Geologia e Mineralogia
dell'Ateneo palermitano, nonché fondatore
della Paleontologia stratigrafica, nel 1911 il
museo fu considerato, per espressa dichiarazione
della comunità scientifica, secondo solo al
British Museum. Dopo di allora, nonostante il museo
continuasse ad arricchirsi di fossili,
cominciò il declino, dovuto a problemi di
spazio, personale e fondi che portarono nel 1963
alla sua chiusura. I fossili, riposti in delle
casse, scivolarono nell'oblio. Fino a quel momento
la sua sede era stata nel Palazzo dei Padri Teatini
dove oggi si trova la facoltà di
Giurisprudenza. Dopo di allora, per anni, un enorme
patrimonio trovò la sua collocazione in un
polveroso magazzino.
La rinascita si ebbe soltanto negli anni Settanta,
grazie all'impegno del professore Enzo Burgio che,
ricordando quel periodo, così scriveva nel
1985, in un articolo pubblicato sul giornale L'Ora:
"1977: progetto di riapertura del museo.
Neo-conservatore del museo di Paleontologia, mi
ritrovo cinquecentocinquanta casse di fossili,
raccolti in cento anni di lavoro e di ricerche in
Sicilia, più altre meraviglie donate dal
naturalista Antonio De Gregorio. Sono solo,
disperatamente appassionato del materiale
".
Dopo un lunghissimo lavoro di riordino e di
catalogazione durato quasi dieci anni, si giunse
alla riapertura del museo, nella sede attuale, nel
1985. Lo spazio, insufficiente ad esporre la
maggior parte delle collezioni, impose una rigida
selezione. Pochi reperti, scelti con un'ottica non
esclusivamente scientifica, in grado di attrarre un
pubblico di ogni età.
"Qualunque traccia o resto che rappresenti
testimonianza della vita passata è un
fossile" si legge in un cartellone posto proprio
all'ingresso del salone di esposizione. Comincia
così, per il visitatore, un lungo viaggio
alla scoperta della Paleontologia, scienza che
studia gli organismi vissuti nel passato attraverso
i fossili, in grado di svelare, grazie alle
informazioni contenute nelle rocce, la storia
geologica della terra. La mostra, dedicata in modo
particolare alle esigenze delle scuole (uno dei
compiti del museo è proprio la
divulgazione), si apre con una sezione introduttiva
che spiega cosa sono i fossili, come si formano,
quali sono le rocce che li contengono. Segue una
carrellata di fossili siciliani dall'Era
Paleozoica, la più antica, a quella
Quaternaria. Si va dalle straordinarie collezioni
scoperte alla fine dell'800 da Gemmellaro a Palazzo
Adriano, risalenti al Permiano, ultimo periodo
dell'Era Paleozoica (ammoniti, trilobiti e
brachiopodi di centinaia di milioni di anni fa) ai
fossili del Quaternario provenienti da tutta la
regione (conchiglie, ricci, coralli vertebrati fino
a sessantamila anni fa).
Un tuffo nella storia geologica della Sicilia in
grado di suscitare tante curiosità e svelare
molti misteri. Si scopre così che la Sicilia
nasce come isola in tempi geologicamente recenti,
dopo una storia di permanenza sottomarina durata
centinaia di milioni di anni, documentata dai
fossili contenuti nelle sue rocce. Solo nel
Pleistocene (Era Quaternaria) si può parlare
propriamente di Sicilia. I suoi contorni,
però, erano diversi da quelli attuali.
Abbassamenti del livello del mare dovuti alle
glaciazioni, creavano collegamenti terrestri tra
Calabria, Sicilia e Malta, destinati ad essere poi
nuovamente sommersi dalle acque con il successivo
scioglimento dei ghiacciai. Nessuna meraviglia
allora di fronte alla straordinaria ricchezza della
sua fauna. Ippopotami, tartarughe giganti, iene,
ghiri, cinghiali, cervi, lontre e soprattutto
elefanti. Certo è difficile immaginare un
elefante mentre cammina a due passi dell'attuale
via Libertà, eppure proprio lì, nel
1932, durante gli scavi fatti per la costruzione
del canale Passo di Rigano, furono trovati i resti
di un grande elefante, vissuto 460.000 anni fa. Ma
gli elefanti, a giudicare dai resti, dovevano
trovarsi un po'in tutta la regione, ed erano di
diverse taglie, grandi, medi e nani, alti meno di
90 centimetri, come l'Elephas Falconeri, i cui
resti sono stati trovati vicino Palermo, nella
grotta di Luparello, e nella grotta Spinagallo a
Siracusa. Ed è sempre il cranio di un
elefante (Elephas Mnaidriensis), scoperto nelle
grotte dei Puntali di Carini, a troneggiare al
centro della sala, quasi come un ciclope, di fronte
al visitatore. La sua fossa nasale, al centro del
cranio, sembra l'occhio di un gigante.
E certamente giganti dovettero sembrare agli
antichi quei resti di cui erano ricche le grotte,
tanto da entrare nel mito e nella leggenda; cantati
da Omero, immortalati nella storia di Ulisse e
Polifemo. Vagando tra la vetrine si incontrano
pezzi davvero eccezionali, una farfalla in ambra
del Simeto, un guscio d'uovo che si presume abbia
duecentomila anni di età, foglie
pietrificate di ulivo, uova di tartaruga e persino
un cristallo di gesso di cinque milioni e mezzo di
anni fa che racchiude preziose gocce d'acqua di un
preistorico mar Mediterraneo. E giusto gocce sono
quelle che si possono ammirare al museo, rispetto
alla vastità delle collezioni, stipate in
ogni angolino disponibile. Così, tante
porticine nascondono tesori inimmaginabili. Intere
collezioni mai esposte al pubblico (anche una
gigantesca collezione paleontologica generale,
proveniente da tutto il mondo, di circa 15.000
pezzi) che attendono di trovare una collocazione
adeguata. Lo spazio, infatti, è uno dei
maggiori problemi del museo cui negli anni sono
state promesse innumerevoli sedi, ma che non ha
ancora trovato una sistemazione ideale. Difficile,
in quei pochi spazi ritagliati, trovar posto ai
fossili provenienti da nuovi scavi, o dedicarsi in
modo adeguato alla ricerca. Ma al museo, che si
avvale per la gestione di una ditta specializzata,
la cooperativa Gea, manca anche il personale; il
suo organico, infatti, è composto dal solo
Conservatore, Enzo Burgio. I fondi, poi, sono
insufficienti a permettere di tenerlo aperto tutto
l'anno. Un accordo di programma triennale stipulato
nel 1998 con il Comune ha consentito di aprire al
pubblico da ottobre a maggio, con una media di 6000
visitatori l'anno. Ma sul futuro del museo grava,
come sempre, una pesante incertezza.
Prima di andare via un ultimo sguardo: in una teca,
perfettamente conservato, c'è lo scheletro
di Thea, donna del paleolitico, ritrovato nella
grotta di San Teodoro ad Acquedolci, vicino
Messina. E' l'unico scheletro femminile di Homo
sapiens completo ritrovato in Italia. Data la sua
giovane età, appena 11.000 anni, è
praticamente la mascotte del museo.
Giusi
Bosio
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Con Nettuno, nel
cyberspazio alla conquista di una laurea
Il consorzio
Nettuno permette di conseguire una laurea con
modalità teledidattica, grazie all'uso di
Internet, di due reti satellitari, e al supporto
delle università che aderiscono al progetto.
Tra queste c'è anche l'Ateneo
palermitano
Nel pianeta
Università si aggira anche il popolo dei
nettuniani. Per loro ogni momento è buono
per seguire una lezione, e ogni luogo adeguato alla
didattica. Non conoscono barriere spazio temporali
e si muovono con disinvoltura tra mondi virtuali e
reali. Il loro obiettivo, come tutti gli abitanti
del pianeta, è quello di ottenere la laurea;
per raggiungerlo hanno deciso di credere e di
investire nel Consorzio Nettuno, un'associazione
tra università e aziende, promossa dal
Ministero dell'Università e della ricerca
scientifica e tecnologica, per la realizzazione di
corsi universitari a distanza, secondo quanto
previsto dalla riforma degli ordinamenti didattici.
Con Nettuno si realizza il sogno di
un'università a portata di tutti,
soprattutto a portata di chi lavora e non ha la
possibilità di seguire i corsi nei modi e
nei tempi previsti normalmente dalla didattica.
Ogni luogo, la casa come l'ufficio, può
diventare allora il luogo deputato a seguire una
lezione o svolgere un'esercitazione, mentre anche
gli esami si piegano alle esigenze di chi ha a
disposizione solo ritagli di tempo. Nettuno
è la prima università televisiva e
telematica che utilizza due reti satellitari (Rai
Nettuno Sat 1 e 2) e Internet, per la trasmissione
dei propri corsi e lo svolgimento delle proprie
attività. Il suo modello d'insegnamento
però è un modello misto che consente
di unire alla grande flessibilità e
comodità della didattica a distanza anche un
rapporto diretto, di tipo tradizionale, tra
studenti e docenti, grazie alla presenza,
all'interno delle università che fanno parte
del consorzio, dei poli tecnologici. Si tratta di
strutture didattiche che offrono agli studenti
molti servizi, tra cui esercitazioni,
attività di laboratorio, assistenza di
tutor, archivio delle videolezioni, ed esami.
Naturalmente i corsi di laurea e di diploma a
distanza coordinati da Nettuno hanno lo stesso
valore legale dei corsi tradizionali, anche se non
gli stessi costi. Bisogna considerare, infatti, una
quota Nettuno di circa 2.100.000 che si aggiunge
alla quota destinata all'università che
varia in funzione del reddito. Anche l'Ateneo
palermitano fa parte del Consorzio Nettuno, ha il
suo polo tecnologico e ha attivato per l'anno
accademico 2000-2001 due corsi di diploma a
distanza in Ingegneria Elettrica e in Ingegneria
Meccanica, che dal prossimo anno, in attuazione
della riforma universitaria, diventeranno lauree di
I livello. Come spesso accade per le strutture
appena nate, il polo tecnologico di Palermo ha
qualche problema da superare, prima di poter
decollare. Ha pochi fondi e strutture carenti, ma
molti progetti per il futuro. Dal prossimo anno
accademico dovrebbe partire un nuovo corso di
laurea in Ingegneria Informatica e logistica della
produzione, ma l'obiettivo naturalmente è
quello di estendere la presenza di Nettuno
all'interno dell'Ateneo, moltiplicando le offerte e
gli indirizzi, non solo in Ingegneria. Un altro
progetto è rivolto all'esterno, con la
possibilità di attivare dei poli tecnologici
distaccati presso le maggiori aziende della
Sicilia. Un modo per andare incontro alle esigenze
di chi lavora e dare alle aziende la
possibilità di investire sulla formazione e
la crescita del proprio personale. Attualmente gli
iscritti ai diplomi dell'Ateneo palermitano, con
modalità teledidattica, sono appena nove,
anche se dai contatti e dalle richieste pervenute
via Internet, si pensa che dal prossimo anno le
iscrizioni dovrebbero triplicare. Lo studente
"tipo" lavora, è sui trent'anni, e ha
bisogno di grande flessibilità per
conciliare lo studio con altri impegni. Gli esami
si svolgono in modo tradizionale, ma le date
vengono concordate con i docenti e possono essere
fissate anche il venerdì sera o il sabato,
in modo da sfruttare i ritagli di tempo libero. Gli
insegnanti, nove in tutto, svolgono attività
di tutoraggio e possono essere contattati via
e-mail, telefonicamente o incontrati di presenza.
Gli spazi di aggregazione, per i nettuniani, non
sono gli stessi dei loro colleghi, ma anche per
loro, naturalmente, è importante il
confronto e la possibilità di scambiarsi
informazioni. Così al bar, si sostituisce la
chat, al gruppo di studio un forum virtuale, e alla
passeggiata tra i viali una corsetta nella
rete.
Giusi
Bosio
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Università
e mondo del lavoro
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La logica della riforma
di Antonio La
Spina
Abbiamo letto anche
sulla stampa quotidiana nazionale, oltre che
sentito in giro da più parti, critiche
pesanti e talora giustificate contro la "riforma
del 3+2". Secondo alcuni è stata imposta una
compressione, a loro dire innaturale, di corsi di
studio nati come quadriennali. Sarebbe stata poi
sacrificata l'autonomia delle sedi, alle quali le
indicazioni centrali non lascerebbero sufficiente
margine di manovra. È stato richiesto ai
docenti (spesso, almeno negli atenei più
svantaggiati, poco o nulla supportati dal personale
non docente sia nel merito che dal punto di vista
operativo) un lavoro massacrante, in termini sia di
riempimento e continua riscrittura di una
modulistica sempre mutevole, sia di spiacevoli
lotte intestine, che avvengono al momento di
ridefinire il peso dei vari insegnamenti nei nuovi
corsi di primo livello e specialistici, ove in
omaggio alla riforma dovrebbero spesso avere un
ruolo di spicco materie nuove e
professionalizzanti, anche se non "difese" da
docenti già strutturati, laddove invece le
"tradizioni" interne possono talora portare a
sovrarappresentare settori più tradizionali,
o addirittura in declino, a dispetto della loro
minore utilità.
Tutto giustificato, tutto plausibile. Molto spesso
le riforme all'italiana sono riuscite, in uno
sforzo paradossale, ad acuire - attraverso le nuove
discipline introdotte e la retorica che le ha
accompagnate - proprio i problemi cui avrebbero
dovuto ufficialmente far fronte: si pensi alla
legislazione sul lavoro volta a garantire
l'occupazione, che ha posto le premesse di una
resistenza delle imprese ad assumere; al Servizio
Sanitario Nazionale; alla riforma del processo
penale in chiave accusatoria, che ha in
realtà aumentato il protagonismo dei pm;
alla riforma elettorale pseudomaggioritaria, che ha
però moltiplicato il numero dei partiti;
alla riforma dell'istruzione scolastica; e l'elenco
potrebbe continuare a lungo. Non già: "tutto
cambi affinché niente cambi", bensì:
"molto cambi affinché tutto vada
peggio".
Dobbiamo pronosticare lo stesso esito per la
riforma universitaria? Provo a dire perché,
almeno in questo caso, potremmo forse rispondere di
no, a condizione che certi presupposti si
verifichino.
La riforma richiede agli atenei non soltanto di
ritagliare diversamente i propri corsi di laurea, e
di adottare il linguaggio dei crediti, ma anche e
soprattutto di abolire il fenomeno dei fuoricorso
"parcheggiati" in itinerari formativi senza sbocco,
garantendo piuttosto le condizioni di una frequenza
full time; poi di creare titoli immediatamente
spendibili sul mercato del lavoro, potenziando, di
conseguenza, il momento del tirocinio e il raccordo
con le professioni e le imprese, da coinvolgere
anche nella progettazione dei corsi,
nell'individuazione dei profili, nell'articolazione
degli insegnamenti, nelle docenze. Forte di una
posizione di monopolio nel rilascio di un titolo di
studio il cui valore formale - uguale su tutto il
territorio nazionale - era privo di qualunque
rapporto con il valore sostanziale della formazione
impartita, l'Università di ieri puntava alle
masse, e guardava dall'alto in basso la
possibilità di reclutare a contratto esperti
provenienti dal mondo del lavoro.
L'Università di domani, o meglio di oggi,
deve piuttosto puntare alla formazione di
qualità, ad una corretta combinazione tra
numero degli iscritti, requisiti di accesso,
composizione dei curricula, impegno concretamente
richiesto agli studenti, numero e caratteristiche
dei docenti disponibili, strutture, attrezzature,
laboratori e stages, prospettive lavorative, rete
di rapporti con i settori produttivi. È poi
una Università che deve accogliere la
concorrenza (tra atenei, ma anche tra proposte
formative, approcci scientifico-culturali,
facoltà, aree geografiche) non solo come un
vincolo, ma addirittura come un valore, così
come devono divenire un valore ed una risorsa la
qualità del prodotto erogato e la sua
valutazione sistematica. Infine, specie in una
realtà come quella meridionale, una
Università capace sia di analizzare gli
sbocchi occupazionali e le prospettive di crescita
socio-economica sia di muoversi (seppure talora
perché "costretta") di conseguenza,
avrà le carte in regola per divenire uno
degli agenti cruciali dello sviluppo.
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Cercasi
data di nascita
per un Evo già in corso
di
Etrio Fidora
Una rubrica
perchè? "Rubrica" è termine
repertoriale, includente gamma vastissima di
strumenti: dal registro alfabetico o numerico per
uffici e negozi o complemento di un'agenda, fino
all'elenco telefonico. Nelle testate giornalistiche
e nei programmi audiovisivi s'intende invece uno
spazio fisso dedicato a determinate tematiche o
comunque in vario modo caratterizzato. Facciamo
però attenzione a come nasce tale nome:
nell'arte libraria antica le rilegature degli
incunaboli erano supportate da un'asticella
centrale tinta di rosso, come le loro custodie; e
rossi erano, ancor prima dell'invenzione della
stampa, capilettera sottolineature titoli e ogni
parte saliente d'un testo. Rosso, in latino rubrum,
e dunque rubrica la terra rossa da cui questo
colore veniva ricavato. Così descritto il
percorso, esso definisce ai nostri fini l'oggetto
come una sede di cose ritenute variamente portanti
o salienti: informazione, analisi, commento, anche
satira.
E questa rubrica di cosa si occuperà e in
che chiave? D'un po' di tutto, purchè
interessante l'Università come luogo
scientifico, soggetto sociale, comunità di
giovani che studiano ma vivono anche fuori da essa;
per sollevare questioni, cercar di spiegarle,
provocarne dibattito; stimolare, incuriosire.
Ciò che è relativo alla comunicazione
(per il rilievo che ha nel mondo d'oggi, ma anche
per la specifica area corsuale entro la quale il
medium "Ateneo" viene prodotto e per il crescente
interesse e coinvolgimento dei giovani in questa
direzione) sarà, è ovvio, argomento
previlegiato.
Anche in quest'ottica ho scelto il nome che leggete
nella sua testatina. È appena iniziato un
secolo, infatti, che non solo s'è lasciato
alle spalle tuttociò che era stato iscritto
nel concetto di "modernità" dai due
precedenti ma ne ha anzi già preso nette
distanze. Il XIX improntato dall'illuminismo e poi
dal romanticismo oltre che da una serie di
rivoluzioni sociopolitiche e statuali, il XX che fu
lanciato dall'Exposition Universelle del '900 di
Parigi (suo maxi-gadget la Tour Eiffel che altro
non era se non la clamorosa pubblicità delle
nuove costruzioni in ferro) e che fu riempito dal
sorgere, affrontarsi e tramontare di alcune
storiche ideologie, da due tremende guerre
mondiali, dalla sostituzione del vapore con
l'elettricità e i carburanti e della
meccanica con l'elettronica. È impossibile
riconoscere nelle tecniche e nei valori che
impongono indirizzo alla società planetaria
attuale gli stessi (vado per stenogrammi
emblematici) che contraddistinsero il secolo di
Giuseppe Verdi e di Karl Marx e poi quello della
grande Hollywood e di Jean-Paul Sartre. Migliori?
Peggiori? Solo fatalmente diversi. E innescanti
processi di enorme e ancora incalcolabile
fisionomia finale.
Segnalo un libro, oggi. Si chiama "Raccontare il
postmoderno" (Bollati Boringhieri) e l'ha scritto
Remo Ceserani che insegna letterature comparate a
Bologna. Poichè un'epoca cambia quando la
stessa serie di nuovi fenomeni si manifesta in
luoghi differenti anche se in modi a prima evidenza
non collegati, l'autore rintraccia fra gli anni 50
e 60 del Novecento i germi dell' effettiva
mutazione culturale, sociale, economica, politica
di quella che dalla rivoluzione francese in poi era
stata espressamente chiamata modernità. Il
termine post-modern, annoto, si comincia a usare
correntemente in Inghilterra già nel
decennio successivo come ci informa Tullio De
Mauro, e a metà del decennio '70 è
per primo un movimento di architetti (eclettismo
stilistico, nuovi materiali) a definirsi
esplicitamente "postmoderno". Poi il termine passa
in letteratura. Oggi parliamo di new media, di new
economy, di globalizzazione. Sì dunque che
abbiamo cambiato epoca, anche se ancora non
sappiamo applicare a ciò una data come il
476, il 1492, il 1789. Yalta? Hiroshima?
L'esplosione sessantottista? Il piede umano sulla
luna? Internet? Propongo una commissione di storici
per lavorare presto ad una scelta.
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Ateneo
Palermitano
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