Aggiornamento n. 4
Mercoledì 12 luglio 2001

Università di Palermo
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Testata giornalistica dell'Università degli Studi di Palermo. Direttore: Giuseppe Silvestri. Direttore responsabile: Dario Fidora.
Redazione a cura della Scuola di Giornalismo - Corso di laurea in Scienze della Comunicazione. Presidente: Antonio La Spina
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Editoriale - Presentazione di Ateneo Palermitano

Uno strumento di confronto
per la nuova Università

di Giuseppe Silvestri

L'Università di Palermo ritorna, con questo numero di Ateneo, ora anche in versione online, ad avere una sua pubblicazione destinata ad ospitare dibattiti, a presentare progetti, a fornire informazioni a tutti gli utenti ed operatori. La ripresa delle pubblicazioni è un altro dei segni tangibili del rinnovamento. Poco più di un anno fa eravamo nel pieno di una crisi istituzionale gravissima, senza gli organi collegiali di governo nella configurazione statutaria, prigionieri di un incastro normativo e giurisdizionale che da un lato ci privava del potere di intervento sullo Statuto, e dall'altro, per uscire dalla crisi, ci imponeva modifiche statutarie. Uscire da questa impasse ha comportato il superamento di complessi problemi procedurali, e l'appianamento di diffidenze e di polemiche. Siamo adesso in presenza di organi collegiali di governo (Senato e Consiglio di Amministrazione) stabili, che stanno già svolgendo a pieno ritmo i loro compiti istituzionali. Infine, una volta completata la riconfigurazione dei Consigli di Facoltà, si è proceduto alle elezioni dei presidi con gli elettorati allargati, così come a quella del rettore, che ha visto la riconferma di chi scrive.
A fronte di un ennesimo tentativo di impedire una serena partecipazione alla vita collettiva di tutte le componenti dell'Ateneo mediante la presentazione di un ulteriore ricorso (che non ha tuttavia ottenuto la richiesta sospensione dello Statuto impugnato), assistiamo ad una compatta e convinta adesione alle nuove norme, che si manifesta attraverso una ordinata e civile partecipazione agli eventi elettorali.
Ateneo seguirà l'evolversi della riforma dell'ordinamento didattico delle università italiane, e, avendo come riferimento quella di Palermo, registrerà il modo in cui le nostre Facoltà procederanno al rinnovamento dei contenuti, per meglio soddisfare le necessità degli studenti che ci auguriamo siano sempre più coinvolti nel processo di trasmissione critica del sapere come moltitudine di individualità attente, partecipi di una trasformazione tesa a farci più attenti e propositivi verso la Società che ci sta intorno.
L'autonomia universitaria, pur essendo ad oggi ancora lontana dagli obiettivi che la Costituzione propone al legislatore, responsabilizza gli atenei, mettendo nelle mani dei loro organi collegiali il compito di mettere a punto i propri apparati regolamentari, in equilibrio tra un sistema di leggi e decreti ricco e talvolta contraddittorio, ed esigenze locali spesso derivanti da sedimentazioni difficili da rimuovere o da ricondurre entro norme di valenza generale. Anche se, in questa fase evolutiva, sarà difficile evitare contrapposizioni e incomprensioni, occorre registrare positivamente che queste sono nella maggior parte dei casi derivate dall'interesse che ciascuno mostra verso la "sua" Università, dal desiderio che questa risponda alle sue legittime aspettative per lo svolgimento delle sue attività di ricerca e lo sviluppo della sua didattica. Con queste premesse la vivacità del confronto è la migliore prova dell'attenzione costruttiva di tutti verso l'elaborazione del progetto della nuova Università di Palermo: un progetto che richiede attenzione e capacità creative, che arrivi ad una razionale suddivisione di spazi, risorse economiche e personale, che metta tutti i Corsi di Laurea che si deciderà di attivare in condizione di dare il meglio delle proprie capacità scientifiche e didattiche.
Ci si offrono eccezionali occasioni di sviluppo: abbiamo appena avuto la conferma della assegnazione nella finanziaria regionale 2001 di una somma fino a 120 miliardi per il ripianamento del credito dell'Ateneo relativamente alle spese per assistenza sanitaria degli anni '91-'94, abbiamo sbloccato il mutuo di 100 miliardi a favore della edilizia sanitaria del Policlinico, abbiamo rimesso in moto l'edilizia universitaria, con importanti interventi di manutenzione e di completamento, per un complessivo ammontare di finanziamenti, tutti coperti dalle disponibilità attuali, che supera i 90 miliardi. Con queste potenzialità potremo elaborare un piano di sviluppo dell'Ateneo di ampia portata e rispettoso delle esigenze e delle necessità di Facoltà e Dipartimenti, per un equilibrato sviluppo di attività didattiche e di ricerca.
Trova concreta attuazione, con questo numero, anche un importante esperimento di collaborazione, sancito da una apposita convenzione, tra il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, indirizzo giornalismo, e l'Ordine nazionale dei Giornalisti, per l'utilizzazione della partecipazione alle attività redazionali di Ateneo ai fini dello svolgimento del periodo di praticantato presso una testata giornalistica necessario per l'iscrizione all'albo.
Desidero, prima di chiudere questa breve introduzione, ricordare Marina Pino alla quale, subito dopo il mio insediamento, chiesi di reggere l'ufficio stampa della nostra Università e di progettare Ateneo. Dopo pochi mesi di intenso e coinvolto lavoro, Marina venne colpita da una grave malattia, che non le diede scampo: visse fino alla fine lavorando con coraggioso entusiasmo e dandomi, con la sua esperienza e professionalità, preziosi consigli su come gestire il mio rapporto con gli organi di stampa, e con l'ambiente politico amministrativo che conosceva profondamente. Questo numero di Ateneo non può non essere dedicato a Lei.


Il Policlinico Universitario

Uno sportello per prevenire gli infarti di origine genetica

Assistere gratuitamente i cittadini nel campo delle patologie cardiovascolari, che "statisticamente - dicono dal Policlinico - rappresentano la prima causa di morte in Sicilia". È l'obiettivo del protocollo d'intesa stipulato tra il Comune e l'istituto di Medicina interna e Geriatria dell'Università, che ha portato all'apertura di uno sportello nei locali del centro di Dislipidemie genetiche ed aterosclerosi (Cdga), al Policlinico. Le attività svolte vanno dall'informazione legata alla prevenzione fino alla diagnostica, nell'ottica di offrire assistenza in tema di malattie del metabolismo dei lipidi, possibili cause dello sviluppo dell'arteriosclerosi.
L'iniziativa nasce da un progetto di lavori socialmente utili elaborato dall'associazione Falstaff, e si propone in particolare di aiutare una precisa categoria di soggetti svantaggiati: i portatori di gravi ipercolesterolomie genetiche. L'incidenza di tale malattia è senz'altro rilevante: si presenta con una frequenza di un caso ogni 500 individui, per un totale di circa 10-15 mila portatori eterozigoti in tutta l'Isola. Questi soggetti accusano un elevato rischio di incorrere entro i 50 anni in patologie cardiovascolari quali l'infarto o l'angina, mentre l'aspettativa di vita degli omozigoti non supera i 20-30 anni. L'unica via per affrontare il male, quindi, sembra quella di identificare prima possibile i vari casi e predisporre un trattamento precoce al riguardo.
Attraverso lo sportello attivato al Cdga del Policlinico, viene infatti messa a disposizione dei cittadini un'attività di prevenzione che si prefigge di anticipare nei soggetti a rischio le potenziali complicanze cardiovascolari, soprattutto in quegli individui che necessitano di diagnosi e cura delle dislipidemie genetiche. Il servizio si propone inoltre di condurre un'opera di sensibilizzazione sul tema, unita alla promozione della ricerca scientifica attinente i disordini metabolici alla radice del male. Si intendono quindi informare - ma anche "educare" - sia le famiglie affette che la cittadinanza. E non è finita qui. L'iniziativa prevede infatti la realizzazione di un data-base informatico, con l'intento di raccogliere tutti i dati relativi ai pazienti con ipercolesterolemia familiare.
È questo il primo passo verso l'identificazione di nuovi casi, non ancora noti, utilizzando la strategia del case-finding: si parte dal soggetto conosciuto, per estendere la ricerca ai familiari e agli altri soggetti "vicini" geneticamente. In questo modo, diviene possibile la costruzione di "alberi genealogici del rischio", utilissimi nell'identificare precocemente i bambini da sottoporre a osservazione. Le informazioni rilevate entrano poi a far parte di un registro comunale che fotografa la situazione delle patologie in questione tra i cittadini palermitani.
Tutto questo tenendo sempre informati i medici che operano nel territorio, aggiornando così di volta in volta le loro conoscenze sul male. L'obiettivo di lunga durata è quello di identificare le mutazioni genetiche responsabili della malattia, per scoprire alla fine, tramite alcune tecniche di biologia molecolare, quella che si presenta in maniera più frequente.
Lo sportello è aperto al pubblico tutte le mattine dal lunedì al venerdi, dalle 8 alle 12. La sede è il Cdga in via del Vespro 143, dipendente dalla cattedra universitaria di Medicina interna, diretta dal docente Alberto Notarbartolo. Il biologo responsabile del servizio è la dottoressa Marino, esperta in diagnostica di laboratorio. Il personale è messo a disposizione da Comune, che ha impiegato nell'attività alcuni lavoratori socialmente utili. Il Policlinico e l'Amministrazione comunale si sono impegnati a definire e promuovere iniziative, convenzioni e programmi finalizzati alla copertura degli oneri per la gestione e lo sviluppo della struttura e del personale.

Salvo Gemmellaro

Giornalismo e nuovi media

Il nuovo giornalismo nasce tra banchi e laboratori

Nell'era di Internet si pone per il giornalismo una sfida decisiva: o riesce a tenere il passo dei processi di trasformazione radicale che investono il mondo dell'informazione oppure è destinato a perdere la centralità del suo ruolo. L'espansione della Rete si è fatta incalzante. Le notizie circolano con una velocità straordinaria che ne ha ridotto al minimo il tempo di vita e di consumo. Ma il mutamento più significativo consiste nella contaminazione di generi, tecniche e linguaggi. Oggi è difficile tracciare ancora una linea netta di separazione tra le immagini, la parola scritta e quella stampata.
Se questo è vero allora si comprende meglio la crisi di identità del giornalista tradizionale, legata a un modello professionale che tende sempre più a diventare marginale anche, ma non solo, per effetto dell'uso massiccio delle tecnologie. E però non si può dimenticare che dentro quel modello si è formata la stragrande maggioranza dei giornalisti. È una formazione orientata alla gestione artigianale della notizia che considera fondamentale il giornalismo della carta stampata e specialistico quello radio-televisivo mentre il giornalismo on line resta lontano dalla dimensione professionale di molti.
Quel modello, a cui pure vanno riconosciuti tanti meriti, ha fatto il suo tempo. I giornalisti che hanno seguito percorsi formativi tradizionali trovano difficoltà crescenti nel passaggio da un mezzo all'altro. Scontano la scarsa conoscenza delle tecniche e dei linguaggi dei diversi media. Tendono a restare fedeli al modulo espressivo originariamente acquisito. Tutta colpa, è stato osservato, di una formazione professionale "unidimensionale". Ma anche, aggiungiamo noi, di una rigidità culturale che, prescindendo dai nuovi saperi e dalle nuove competenze, si scontra con le mobilità del mercato e con le dinamiche delle trasformazioni in atto.
Sarebbe sbagliato riportare l'origine e la causa principale della crisi all'esplosione della Rete e all'espansione delle tecnologie. I problemi si erano già manifestati da tempo, quando le routine produttive nelle aziende editoriali avevano decretato la decadenza e la rapida scomparsa del modello artigianale. Le aziende non avevano investito più nell'insegnamento "sul campo" del mestiere facendo così mancare alle giovani generazioni il riferimento dei "maestri" e delle altre figure portatrici di esperienze consolidate. In più la cultura professionale ha dovuto fare i conti con quei cambiamenti profondi e sostanziali che il Censis ha descritto in questo modo: "Le strutture di offerta si sono moltiplicate e sono diventate altamente eterogenee, tanto che la definizione di giornalista non sembra più capace di rappresentare l'accresciuta varietà delle competenze e delle mansioni di chi lavora nel settore, venendo ormai sostituita con quella più allargata, ma anche più neutra, di operatore dell'informazione".
Sono stati questi mutamenti a richiedere un'attenzione nuova verso la formazione. E si è finalmente riconosciuto, come prima non si aveva avuto forse il coraggio di fare, che il "nuovo" giornalismo si apprende attraverso un mix di studio e di esercizio, di pratica e di teoria, tra banchi e laboratori.
È così che sono nate negli anni Ottanta le prime scuole di formazione riconosciute dall'Ordine dei giornalisti, primo passo di una riforma di fatto che da qualche anno trova nell'Università la sede naturale della sua attuazione. Abbandonati gli ultimi orgogliosi arroccamenti corporativi, tutti convengono ormai sulla necessità di assegnare ai corsi di laurea in Scienze della Comunicazione la funzione di canali di accesso alla professione, che prima erano invece controllati dagli editori. È una sfida che vede protagonista anche l'Ateneo palermitano, scelto come sede di formazione dei nuovi giornalisti. Con risultati che spetta ad altri giudicare si sta sperimentando una nuova e stimolante collaborazione tra il mondo delle competenze accademiche e le realtà produttive. L'auspicio è che tutto questo possa alimentare un circuito virtuoso dal quale siano almeno in due a trarre un vantaggio: il giornalismo e l'università.

Franco Nicastro

Facoltà di Medicina e chirurgia - Il programma del nuovo preside Elio Cardinale

Tra le tante novità previste,
una scuola di criminologia

Elio Cardinale, direttore della cattedra di Radiologia, eletto a grande maggioranza. Il nuovo preside annuncia l'istituzione di un tavolo permanente per la ricerca e di nuovi percorsi di laurea. Previsti anche l'avvio dei dipartimenti ed un recupero del ruolo propositivo universitario all'interno del Policlinico.

Duecentottantatre voti contro centododici: il nuovo preside di Medicina e chirurgia è Elio Adelfio Cardinale. Una vittoria schiacciante sul predecessore Giuseppe Amato, che porta il direttore della cattedra di Radiologia alla guida di una delle facoltà più autorevoli dell'intera Università. Su 447 aventi diritto si sono registrati 419 votanti, che hanno anche espresso 16 preferenze per il terzo candidato, Rosolino Camarda, annullato cinque schede e lasciatene in bianco tre.
Cosa cambia adesso per la Facoltà? «A essere modificato sarà il metodo di gestione - afferma Elio Cardinale -. La mia volontà è rivolta verso un'azione collegiale, che manca. Si devono creare deleghe, nominare vice presidi, istituire una giunta di presidenza per organizzare al meglio il lavoro. L'obiettivo è garantire che la maggior parte possibile delle componenti della Facoltà collabori a un progetto comune».
E le patate bollenti non sono certo poche, visto che la particolarità di Medicina e chirurgia è quella di garantire sì un percorso formativo, ma dare anche una prestazione d'assistenza al Policlinico. E quindi docenti che devono fare la spola tra aule universitarie e sale operatorie, in un articolato giro di turni che evidenzia le carenze di personale. A questo si aggiunge un problema di gestione, lievitato in seguito alla legge nota come Bindi-Zecchino e approvata l'anno scorso dal Parlamento: la norma regola i rapporti fra il sistema nazionale sanitario e le facoltà di Medicina, «limitando l'autonomia dei medici - sottolinea il rettore dell'Ateneo, Giuseppe Silvestri - e trasferendo alcuni poteri al direttore generale del Policlinico». Un provvedimento legislativo di fatto difficile da applicare, che ha creato qualche divergenza tra la Facoltà e l'Amministrazione della struttura sanitaria, guidata da Giuseppe Pecoraro. Ma Cardinale stempera i toni: «Non ci sono stati conflitti con Pecoraro - dice - Piuttosto è mancata l'iniziativa da parte della Facoltà, che è venuta meno al suo dovere. Così l'Azienda ha operato senza il necessario controllo. Adesso è fondamentale che la componente universitaria recuperi il suo ruolo propositivo».
Il nuovo preside elenca quindi le priorità del suo programma: lo sviluppo della produttività scientifica, la caccia a ulteriori fondi, l'utilizzo di quelli esistenti per la realizzazione dell'area di emergenza e di altri spazi per la didattica. E ancora: un tavolo permanente per la ricerca, pensato come punto di riferimento per le istituzioni, e poi, in tema di riforma, l'istituzione di nuovi percorsi di laurea, unita al riordino delle scuole di specializzazione, una delle quali sarà in criminologia. «Nel nostro Paese ne esiste una sola a Modena - spiega Cardinale -. Mi sembra utile proporre un'iniziativa simile a Palermo, dove il crimine raggiunge livelli che conosciamo tutti». Ma perchè non sono ancora stati proposti i nuovi percorsi di stampo anglosassone che prevedono tre anni più due? «Non è stato finora emanato il decreto ministeriale concernente l'area sanitaria - replica il preside uscente, Giuseppe Amato - comunque, Medicina resterà una laurea specialistica, composta da cinque anni più uno di corso pratico, durante il quale verrà praticata l'attività in corsia.
Poi, resteranno le lauree brevi e, per quanto concerne i diplomi, sembra che la tendenza sia quella di farli diventare lauree, alcune delle quali (per esempio Infermieri), specialistiche cioè di 3 anni più due». Al momento, l'offerta formativa della Facoltà consta di tre corsi di laurea: uno in Medicina e chirurgia (210 posti a numero chiuso), un altro in Odontoiatria e protesi dentaria (40 posti), e un terzo in Medicina con sede decentrata a Caltanissetta (40); ai quali si aggiungono 10 diplomi, otto al Policlinico (Ortottista, Dietista, Fisioterapista, Fisioterapista dell'età evolutiva, Infermieri, Ostetrici, Tecnico di Radiologia, Tecnico della riabiltazione psichiatrica e psicosociale), uno al Civico (Infermieri) e un altro al Sant'Antonio Abbate di Trapani (Ostetrico).
La scommessa della nuova presidenza sarà prediporre i nuovi percorsi e completare la dipartimentalizzazione della Facoltà, che dovrà raggruppare in dipartimenti i troppi istituti sparpagliati per la città.

Salvo Gemmellaro

Atlante linguistico siciliano - Dipartimento di Scienze filologiche e linguistiche dell'Università di Palermo


In un atlante il patrimonio linguistico siciliano

Tra gli obiettivi dell'Atlante linguistico siciliano c'è anche la costituzione di un grande archivio dei dialetti e dell'italiano regionale. Un documento di grande valore al servizio del territorio

Una ricerca affascinante che esplora la Sicilia linguistica dalle forme più tradizionali della cultura dialettale alle nuove dinamiche di interferenza tra dialetto e lingua. Una ricerca, quella dell'Atlante linguistico siciliano (ALS), portata avanti dal dipartimento di Scienze filologiche e linguistiche dell'Università di Palermo e dal centro di Studi filologici e linguistici siciliani. Un progetto impegnativo che intende preservare un patrimonio culturale di inestimabile valore. Un atlante linguistico è il risultato dell'osservazione dei fenomeni linguistici distribuiti nello spazio geografico. I materiali ottenuti dai rilevamenti vengono cartografati in modo da offrire una rappresentazione della diffusione areale dei vari fenomeni. Dopo la grande stagione degli atlanti nazionali realizzati nella prima metà del '900, l'attenzione si è spostata, un po' in tutto il mondo, verso la costituzione di atlanti regionali in grado di esplorare in profondità la realtà di territori relativamente ampi. L'obiettivo fondamentale dell'Atlante linguistico siciliano, che rappresenta un punto di incontro tra dialettologia tradizionale e sociolinguistica, è di documentare il repertorio linguistico, dallo stato più arcaico del dialetto ai livelli più spinti di italianizzazione, nonché il patrimonio etnoantropologico dei siciliani. Si vuole così presentare un quadro della situazione linguistica etnografica della Sicilia contemporanea, documentando la coesistenza dinamica di arcaicità e modernità. Una particolare attenzione viene inoltre rivolta alle parlate alloglotte, siculo- albanesi e gallo-italiche, presenti in quasi tutte le province siciliane. L'ALS, il cui progetto iniziale risale ad una decina di anni fa, è stato presentato in varie università italiane e straniere, diventando oggetto di studio nell'ambito di corsi universitari. Saggi sull'ASL sono stati pubblicati in Italia, Francia, Spagna, Germania; si tratta infatti di un programma di ricerca apprezzato in campo internazionale. Un progetto dai tempi lunghi, i cui primi rilevamenti sul campo sono iniziati circa sei anni fa, e che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe impegnare i suoi ricercatori per almeno dieci anni. Si tratta di un progetto concepito per moduli. Il prodotto finale sarà costituito da una banca dati computerizzata formata da una serie di archivi, da volumi di carte geoetnolinguistiche e sociolinguistiche, da alcuni atlanti settoriali (tra cui quelli sul gioco, la cultura alimentare, i mestieri tradizionali), da una collezione di volumi su materiali e ricerche dell'ASL e da un atlante di tipo sociolinguistico, per fotografare la situazione linguistica della Sicilia contemporanea, in tutte le sue dinamiche di variazione dal dialetto all'italiano. Fino ad ora sono stati realizzati: una parte dell'atlante dei giochi, il cd "la trottola e il gioco" e una serie di carte. Sono stati quasi completati i rilevamenti sociolinguistici, e sono in corso i rilevamenti sul lessico della cultura alimentare. Sono stati pubblicati dodici volumi di materiali dell'atlante e tre sono in corso di stampa. Vi lavorano una sessantina di studiosi, ma la ricerca, a lungo termine, necessita spesso di nuova linfa vitale e nuovi collaboratori. "Poiché dovremo rilanciare una serie di rilevamenti sul campo - dice il direttore della ricerca Giovanni Ruffino - abbiamo bisogno di rinfoltire il numero dei rilevatori". Ecco perché quest'anno è stato lanciato un avviso per reclutare nuovi collaboratori, possibilmente già laureati e con un minimo di competenza nel settore. Attualmente, sulla base dei curricula inviati, si sta svolgendo una prima selezione. "Noi ne selezioneremo molti - dice Ruffino - almeno una cinquantina". Gli aspiranti collaboratori frequenteranno, in autunno, un corso di formazione per la conduzione di rilevamenti sul campo e per la trascrizione di idiomi etnodialettali. Successivamente ci sarà un'ulteriore selezione che porterà, il prossimo anno, alla stipula di alcuni contratti. Un'occasione importante per molti giovani di fare esperienza nel campo della ricerca e conquistare un rapporto di collaborazione con l'università.

Giusi Bosio

 

Il Museo Gemmellaro

I frammenti di una storia lunga milioni di anni

Il museo Gemmellaro custodisce tesori in grado di svelare la storia geologica della terra. Ha grandi collezioni e pochi spazi espositivi, vanta una storia illustre ma da anni, quasi dimenticato, attende di essere valorizzato

Poche vetrine illustrano una storia lunga milioni di anni. Poche vetrine che racchiudono frammenti del patrimonio del Museo Geologico Gemmellaro. Un museo illustre dalla storia travagliata che attende di essere valorizzato. In mostra, nell'unico salone di esposizione del museo che fa parte del Dipartimento di Geologia e Geodesia dell'Università, nella sede di corso Tukory 131, appena 600 reperti contro un patrimonio di 600.000 costituito da collezioni paleontologiche, litologiche, stratigrafiche, vertebratologiche, micropaleontologiche, mineralogiche, paleoetnologiche, sistematiche, paleobotaniche, didattiche, di confronto e di calchi. Un patrimonio che, per la ricchezza e l'importanza delle collezioni, fa del Gemmellaro, grazie anche alla presenza di un migliaio di olotipi, esemplari su cui è stata istituita una specie nuova (richiesti per confronto da tutte le parti del mondo), uno dei più ricchi musei scientifici d'Europa.
Fondato nel 1860 da Gaetano Giorgio Gemmellaro, primo professore di Geologia e Mineralogia dell'Ateneo palermitano, nonché fondatore della Paleontologia stratigrafica, nel 1911 il museo fu considerato, per espressa dichiarazione della comunità scientifica, secondo solo al British Museum. Dopo di allora, nonostante il museo continuasse ad arricchirsi di fossili, cominciò il declino, dovuto a problemi di spazio, personale e fondi che portarono nel 1963 alla sua chiusura. I fossili, riposti in delle casse, scivolarono nell'oblio. Fino a quel momento la sua sede era stata nel Palazzo dei Padri Teatini dove oggi si trova la facoltà di Giurisprudenza. Dopo di allora, per anni, un enorme patrimonio trovò la sua collocazione in un polveroso magazzino.
La rinascita si ebbe soltanto negli anni Settanta, grazie all'impegno del professore Enzo Burgio che, ricordando quel periodo, così scriveva nel 1985, in un articolo pubblicato sul giornale L'Ora: "1977: progetto di riapertura del museo. Neo-conservatore del museo di Paleontologia, mi ritrovo cinquecentocinquanta casse di fossili, raccolti in cento anni di lavoro e di ricerche in Sicilia, più altre meraviglie donate dal naturalista Antonio De Gregorio. Sono solo, disperatamente appassionato del materiale…". Dopo un lunghissimo lavoro di riordino e di catalogazione durato quasi dieci anni, si giunse alla riapertura del museo, nella sede attuale, nel 1985. Lo spazio, insufficiente ad esporre la maggior parte delle collezioni, impose una rigida selezione. Pochi reperti, scelti con un'ottica non esclusivamente scientifica, in grado di attrarre un pubblico di ogni età.
"Qualunque traccia o resto che rappresenti testimonianza della vita passata è un fossile" si legge in un cartellone posto proprio all'ingresso del salone di esposizione. Comincia così, per il visitatore, un lungo viaggio alla scoperta della Paleontologia, scienza che studia gli organismi vissuti nel passato attraverso i fossili, in grado di svelare, grazie alle informazioni contenute nelle rocce, la storia geologica della terra. La mostra, dedicata in modo particolare alle esigenze delle scuole (uno dei compiti del museo è proprio la divulgazione), si apre con una sezione introduttiva che spiega cosa sono i fossili, come si formano, quali sono le rocce che li contengono. Segue una carrellata di fossili siciliani dall'Era Paleozoica, la più antica, a quella Quaternaria. Si va dalle straordinarie collezioni scoperte alla fine dell'800 da Gemmellaro a Palazzo Adriano, risalenti al Permiano, ultimo periodo dell'Era Paleozoica (ammoniti, trilobiti e brachiopodi di centinaia di milioni di anni fa) ai fossili del Quaternario provenienti da tutta la regione (conchiglie, ricci, coralli vertebrati fino a sessantamila anni fa).
Un tuffo nella storia geologica della Sicilia in grado di suscitare tante curiosità e svelare molti misteri. Si scopre così che la Sicilia nasce come isola in tempi geologicamente recenti, dopo una storia di permanenza sottomarina durata centinaia di milioni di anni, documentata dai fossili contenuti nelle sue rocce. Solo nel Pleistocene (Era Quaternaria) si può parlare propriamente di Sicilia. I suoi contorni, però, erano diversi da quelli attuali. Abbassamenti del livello del mare dovuti alle glaciazioni, creavano collegamenti terrestri tra Calabria, Sicilia e Malta, destinati ad essere poi nuovamente sommersi dalle acque con il successivo scioglimento dei ghiacciai. Nessuna meraviglia allora di fronte alla straordinaria ricchezza della sua fauna. Ippopotami, tartarughe giganti, iene, ghiri, cinghiali, cervi, lontre e soprattutto elefanti. Certo è difficile immaginare un elefante mentre cammina a due passi dell'attuale via Libertà, eppure proprio lì, nel 1932, durante gli scavi fatti per la costruzione del canale Passo di Rigano, furono trovati i resti di un grande elefante, vissuto 460.000 anni fa. Ma gli elefanti, a giudicare dai resti, dovevano trovarsi un po'in tutta la regione, ed erano di diverse taglie, grandi, medi e nani, alti meno di 90 centimetri, come l'Elephas Falconeri, i cui resti sono stati trovati vicino Palermo, nella grotta di Luparello, e nella grotta Spinagallo a Siracusa. Ed è sempre il cranio di un elefante (Elephas Mnaidriensis), scoperto nelle grotte dei Puntali di Carini, a troneggiare al centro della sala, quasi come un ciclope, di fronte al visitatore. La sua fossa nasale, al centro del cranio, sembra l'occhio di un gigante.
E certamente giganti dovettero sembrare agli antichi quei resti di cui erano ricche le grotte, tanto da entrare nel mito e nella leggenda; cantati da Omero, immortalati nella storia di Ulisse e Polifemo. Vagando tra la vetrine si incontrano pezzi davvero eccezionali, una farfalla in ambra del Simeto, un guscio d'uovo che si presume abbia duecentomila anni di età, foglie pietrificate di ulivo, uova di tartaruga e persino un cristallo di gesso di cinque milioni e mezzo di anni fa che racchiude preziose gocce d'acqua di un preistorico mar Mediterraneo. E giusto gocce sono quelle che si possono ammirare al museo, rispetto alla vastità delle collezioni, stipate in ogni angolino disponibile. Così, tante porticine nascondono tesori inimmaginabili. Intere collezioni mai esposte al pubblico (anche una gigantesca collezione paleontologica generale, proveniente da tutto il mondo, di circa 15.000 pezzi) che attendono di trovare una collocazione adeguata. Lo spazio, infatti, è uno dei maggiori problemi del museo cui negli anni sono state promesse innumerevoli sedi, ma che non ha ancora trovato una sistemazione ideale. Difficile, in quei pochi spazi ritagliati, trovar posto ai fossili provenienti da nuovi scavi, o dedicarsi in modo adeguato alla ricerca. Ma al museo, che si avvale per la gestione di una ditta specializzata, la cooperativa Gea, manca anche il personale; il suo organico, infatti, è composto dal solo Conservatore, Enzo Burgio. I fondi, poi, sono insufficienti a permettere di tenerlo aperto tutto l'anno. Un accordo di programma triennale stipulato nel 1998 con il Comune ha consentito di aprire al pubblico da ottobre a maggio, con una media di 6000 visitatori l'anno. Ma sul futuro del museo grava, come sempre, una pesante incertezza.
Prima di andare via un ultimo sguardo: in una teca, perfettamente conservato, c'è lo scheletro di Thea, donna del paleolitico, ritrovato nella grotta di San Teodoro ad Acquedolci, vicino Messina. E' l'unico scheletro femminile di Homo sapiens completo ritrovato in Italia. Data la sua giovane età, appena 11.000 anni, è praticamente la mascotte del museo.

Giusi Bosio


Consorzio Nettuno

Con Nettuno, nel cyberspazio alla conquista di una laurea

Il consorzio Nettuno permette di conseguire una laurea con modalità teledidattica, grazie all'uso di Internet, di due reti satellitari, e al supporto delle università che aderiscono al progetto. Tra queste c'è anche l'Ateneo palermitano

Nel pianeta Università si aggira anche il popolo dei nettuniani. Per loro ogni momento è buono per seguire una lezione, e ogni luogo adeguato alla didattica. Non conoscono barriere spazio temporali e si muovono con disinvoltura tra mondi virtuali e reali. Il loro obiettivo, come tutti gli abitanti del pianeta, è quello di ottenere la laurea; per raggiungerlo hanno deciso di credere e di investire nel Consorzio Nettuno, un'associazione tra università e aziende, promossa dal Ministero dell'Università e della ricerca scientifica e tecnologica, per la realizzazione di corsi universitari a distanza, secondo quanto previsto dalla riforma degli ordinamenti didattici. Con Nettuno si realizza il sogno di un'università a portata di tutti, soprattutto a portata di chi lavora e non ha la possibilità di seguire i corsi nei modi e nei tempi previsti normalmente dalla didattica. Ogni luogo, la casa come l'ufficio, può diventare allora il luogo deputato a seguire una lezione o svolgere un'esercitazione, mentre anche gli esami si piegano alle esigenze di chi ha a disposizione solo ritagli di tempo. Nettuno è la prima università televisiva e telematica che utilizza due reti satellitari (Rai Nettuno Sat 1 e 2) e Internet, per la trasmissione dei propri corsi e lo svolgimento delle proprie attività. Il suo modello d'insegnamento però è un modello misto che consente di unire alla grande flessibilità e comodità della didattica a distanza anche un rapporto diretto, di tipo tradizionale, tra studenti e docenti, grazie alla presenza, all'interno delle università che fanno parte del consorzio, dei poli tecnologici. Si tratta di strutture didattiche che offrono agli studenti molti servizi, tra cui esercitazioni, attività di laboratorio, assistenza di tutor, archivio delle videolezioni, ed esami. Naturalmente i corsi di laurea e di diploma a distanza coordinati da Nettuno hanno lo stesso valore legale dei corsi tradizionali, anche se non gli stessi costi. Bisogna considerare, infatti, una quota Nettuno di circa 2.100.000 che si aggiunge alla quota destinata all'università che varia in funzione del reddito. Anche l'Ateneo palermitano fa parte del Consorzio Nettuno, ha il suo polo tecnologico e ha attivato per l'anno accademico 2000-2001 due corsi di diploma a distanza in Ingegneria Elettrica e in Ingegneria Meccanica, che dal prossimo anno, in attuazione della riforma universitaria, diventeranno lauree di I livello. Come spesso accade per le strutture appena nate, il polo tecnologico di Palermo ha qualche problema da superare, prima di poter decollare. Ha pochi fondi e strutture carenti, ma molti progetti per il futuro. Dal prossimo anno accademico dovrebbe partire un nuovo corso di laurea in Ingegneria Informatica e logistica della produzione, ma l'obiettivo naturalmente è quello di estendere la presenza di Nettuno all'interno dell'Ateneo, moltiplicando le offerte e gli indirizzi, non solo in Ingegneria. Un altro progetto è rivolto all'esterno, con la possibilità di attivare dei poli tecnologici distaccati presso le maggiori aziende della Sicilia. Un modo per andare incontro alle esigenze di chi lavora e dare alle aziende la possibilità di investire sulla formazione e la crescita del proprio personale. Attualmente gli iscritti ai diplomi dell'Ateneo palermitano, con modalità teledidattica, sono appena nove, anche se dai contatti e dalle richieste pervenute via Internet, si pensa che dal prossimo anno le iscrizioni dovrebbero triplicare. Lo studente "tipo" lavora, è sui trent'anni, e ha bisogno di grande flessibilità per conciliare lo studio con altri impegni. Gli esami si svolgono in modo tradizionale, ma le date vengono concordate con i docenti e possono essere fissate anche il venerdì sera o il sabato, in modo da sfruttare i ritagli di tempo libero. Gli insegnanti, nove in tutto, svolgono attività di tutoraggio e possono essere contattati via e-mail, telefonicamente o incontrati di presenza. Gli spazi di aggregazione, per i nettuniani, non sono gli stessi dei loro colleghi, ma anche per loro, naturalmente, è importante il confronto e la possibilità di scambiarsi informazioni. Così al bar, si sostituisce la chat, al gruppo di studio un forum virtuale, e alla passeggiata tra i viali una corsetta nella rete.

Giusi Bosio


Università e mondo del lavoro

La logica della riforma

di Antonio La Spina

Abbiamo letto anche sulla stampa quotidiana nazionale, oltre che sentito in giro da più parti, critiche pesanti e talora giustificate contro la "riforma del 3+2". Secondo alcuni è stata imposta una compressione, a loro dire innaturale, di corsi di studio nati come quadriennali. Sarebbe stata poi sacrificata l'autonomia delle sedi, alle quali le indicazioni centrali non lascerebbero sufficiente margine di manovra. È stato richiesto ai docenti (spesso, almeno negli atenei più svantaggiati, poco o nulla supportati dal personale non docente sia nel merito che dal punto di vista operativo) un lavoro massacrante, in termini sia di riempimento e continua riscrittura di una modulistica sempre mutevole, sia di spiacevoli lotte intestine, che avvengono al momento di ridefinire il peso dei vari insegnamenti nei nuovi corsi di primo livello e specialistici, ove in omaggio alla riforma dovrebbero spesso avere un ruolo di spicco materie nuove e professionalizzanti, anche se non "difese" da docenti già strutturati, laddove invece le "tradizioni" interne possono talora portare a sovrarappresentare settori più tradizionali, o addirittura in declino, a dispetto della loro minore utilità.
Tutto giustificato, tutto plausibile. Molto spesso le riforme all'italiana sono riuscite, in uno sforzo paradossale, ad acuire - attraverso le nuove discipline introdotte e la retorica che le ha accompagnate - proprio i problemi cui avrebbero dovuto ufficialmente far fronte: si pensi alla legislazione sul lavoro volta a garantire l'occupazione, che ha posto le premesse di una resistenza delle imprese ad assumere; al Servizio Sanitario Nazionale; alla riforma del processo penale in chiave accusatoria, che ha in realtà aumentato il protagonismo dei pm; alla riforma elettorale pseudomaggioritaria, che ha però moltiplicato il numero dei partiti; alla riforma dell'istruzione scolastica; e l'elenco potrebbe continuare a lungo. Non già: "tutto cambi affinché niente cambi", bensì: "molto cambi affinché tutto vada peggio".
Dobbiamo pronosticare lo stesso esito per la riforma universitaria? Provo a dire perché, almeno in questo caso, potremmo forse rispondere di no, a condizione che certi presupposti si verifichino.
La riforma richiede agli atenei non soltanto di ritagliare diversamente i propri corsi di laurea, e di adottare il linguaggio dei crediti, ma anche e soprattutto di abolire il fenomeno dei fuoricorso "parcheggiati" in itinerari formativi senza sbocco, garantendo piuttosto le condizioni di una frequenza full time; poi di creare titoli immediatamente spendibili sul mercato del lavoro, potenziando, di conseguenza, il momento del tirocinio e il raccordo con le professioni e le imprese, da coinvolgere anche nella progettazione dei corsi, nell'individuazione dei profili, nell'articolazione degli insegnamenti, nelle docenze. Forte di una posizione di monopolio nel rilascio di un titolo di studio il cui valore formale - uguale su tutto il territorio nazionale - era privo di qualunque rapporto con il valore sostanziale della formazione impartita, l'Università di ieri puntava alle masse, e guardava dall'alto in basso la possibilità di reclutare a contratto esperti provenienti dal mondo del lavoro. L'Università di domani, o meglio di oggi, deve piuttosto puntare alla formazione di qualità, ad una corretta combinazione tra numero degli iscritti, requisiti di accesso, composizione dei curricula, impegno concretamente richiesto agli studenti, numero e caratteristiche dei docenti disponibili, strutture, attrezzature, laboratori e stages, prospettive lavorative, rete di rapporti con i settori produttivi. È poi una Università che deve accogliere la concorrenza (tra atenei, ma anche tra proposte formative, approcci scientifico-culturali, facoltà, aree geografiche) non solo come un vincolo, ma addirittura come un valore, così come devono divenire un valore ed una risorsa la qualità del prodotto erogato e la sua valutazione sistematica. Infine, specie in una realtà come quella meridionale, una Università capace sia di analizzare gli sbocchi occupazionali e le prospettive di crescita socio-economica sia di muoversi (seppure talora perché "costretta") di conseguenza, avrà le carte in regola per divenire uno degli agenti cruciali dello sviluppo.

 

Cercasi data di nascita
per un Evo già in corso

di Etrio Fidora

Una rubrica perchè? "Rubrica" è termine repertoriale, includente gamma vastissima di strumenti: dal registro alfabetico o numerico per uffici e negozi o complemento di un'agenda, fino all'elenco telefonico. Nelle testate giornalistiche e nei programmi audiovisivi s'intende invece uno spazio fisso dedicato a determinate tematiche o comunque in vario modo caratterizzato. Facciamo però attenzione a come nasce tale nome: nell'arte libraria antica le rilegature degli incunaboli erano supportate da un'asticella centrale tinta di rosso, come le loro custodie; e rossi erano, ancor prima dell'invenzione della stampa, capilettera sottolineature titoli e ogni parte saliente d'un testo. Rosso, in latino rubrum, e dunque rubrica la terra rossa da cui questo colore veniva ricavato. Così descritto il percorso, esso definisce ai nostri fini l'oggetto come una sede di cose ritenute variamente portanti o salienti: informazione, analisi, commento, anche satira.
E questa rubrica di cosa si occuperà e in che chiave? D'un po' di tutto, purchè interessante l'Università come luogo scientifico, soggetto sociale, comunità di giovani che studiano ma vivono anche fuori da essa; per sollevare questioni, cercar di spiegarle, provocarne dibattito; stimolare, incuriosire. Ciò che è relativo alla comunicazione (per il rilievo che ha nel mondo d'oggi, ma anche per la specifica area corsuale entro la quale il medium "Ateneo" viene prodotto e per il crescente interesse e coinvolgimento dei giovani in questa direzione) sarà, è ovvio, argomento previlegiato.
Anche in quest'ottica ho scelto il nome che leggete nella sua testatina. È appena iniziato un secolo, infatti, che non solo s'è lasciato alle spalle tuttociò che era stato iscritto nel concetto di "modernità" dai due precedenti ma ne ha anzi già preso nette distanze. Il XIX improntato dall'illuminismo e poi dal romanticismo oltre che da una serie di rivoluzioni sociopolitiche e statuali, il XX che fu lanciato dall'Exposition Universelle del '900 di Parigi (suo maxi-gadget la Tour Eiffel che altro non era se non la clamorosa pubblicità delle nuove costruzioni in ferro) e che fu riempito dal sorgere, affrontarsi e tramontare di alcune storiche ideologie, da due tremende guerre mondiali, dalla sostituzione del vapore con l'elettricità e i carburanti e della meccanica con l'elettronica. È impossibile riconoscere nelle tecniche e nei valori che impongono indirizzo alla società planetaria attuale gli stessi (vado per stenogrammi emblematici) che contraddistinsero il secolo di Giuseppe Verdi e di Karl Marx e poi quello della grande Hollywood e di Jean-Paul Sartre. Migliori? Peggiori? Solo fatalmente diversi. E innescanti processi di enorme e ancora incalcolabile fisionomia finale.
Segnalo un libro, oggi. Si chiama "Raccontare il postmoderno" (Bollati Boringhieri) e l'ha scritto Remo Ceserani che insegna letterature comparate a Bologna. Poichè un'epoca cambia quando la stessa serie di nuovi fenomeni si manifesta in luoghi differenti anche se in modi a prima evidenza non collegati, l'autore rintraccia fra gli anni 50 e 60 del Novecento i germi dell' effettiva mutazione culturale, sociale, economica, politica di quella che dalla rivoluzione francese in poi era stata espressamente chiamata modernità. Il termine post-modern, annoto, si comincia a usare correntemente in Inghilterra già nel decennio successivo come ci informa Tullio De Mauro, e a metà del decennio '70 è per primo un movimento di architetti (eclettismo stilistico, nuovi materiali) a definirsi esplicitamente "postmoderno". Poi il termine passa in letteratura. Oggi parliamo di new media, di new economy, di globalizzazione. Sì dunque che abbiamo cambiato epoca, anche se ancora non sappiamo applicare a ciò una data come il 476, il 1492, il 1789. Yalta? Hiroshima? L'esplosione sessantottista? Il piede umano sulla luna? Internet? Propongo una commissione di storici per lavorare presto ad una scelta.

 

 


Ateneo Palermitano