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I Cronaca universitaria - Facoltà di Giurisprudenza

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L’etica applicata alla vita, parla Vicente Bellver
Un incontro per fare chiarezza sugli spinosi dilemmi che l’uomo incontra sul proprio cammino, man mano che aumentano il suo sapere e la sua capacità di trasformare il mondo. Un professore dell'Università di Valencia analizza il rapporto medico-paziente nella società odierna

Cos’è la bioetica? Il professore Vicente Bellver, in trasferta dall’Università di Valencia, ha tentato di fornire se non una risposta almeno uno spunto di riflessione capace di aprire nuovi orizzonti di pensiero. L’occasione del dibattito è stato un incontro dal titolo "Ragionevolezza e bioetica", organizzato il 7 giugno scorso al dipartimento di studi su Politica, diritto e società “Gaetano Mosca” della facoltà di Giurisprudenza per concludere la VI settimana di riflessione sul tema “I diritti dell’Uomo: Evoluzione, Tutela e Limiti”.
Bellver formula le seguenti domande: come definire la bioetica? È una novità, o gli interrogativi che pone fanno da sempre parte del patrimonio morale dell’uomo? Cosa insegnare in un corso universitario di bioetica? E a cosa dovrebbe essere improntata la relazione fra medico e paziente nei tempi moderni?
La bioetica, come suggerisce la stessa parola, è il tentativo di applicare un’etica alla vita. Bioetica, quindi, come scienza che deve permettere la sopravvivenza dell’umanità e la coesistenza fra tecnica e uomo senza che quest’ultimo tradisca la propria essenza. E' dunque una disciplina applicabile ad ogni attività umana (si parla di bioetica dell’economia, della medicina, del diritto... ) anche a quelle nate in seguito alla dirompente rivoluzione tecnologica degli ultimi secoli. Tuttavia, spiega Bellver, è difficile trovare nella materia delle novità sostanziali rispetto alla tradizione filosofica occidentale. Le basi concettuali su cui si fonda la bioetica sono la filosofia ippocratica, le riflessioni della tradizione religiosa, il diritto e la filosofia contemporanea. Definire la disciplina significa provare a porre dei punti fermi, universalmente riconosciuti, su cui imbastire un discorso scientifico al quale la ricerca si debba attenere.
Gran parte dell’incontro è stata dedicata al cambiamento della relazione fra medico e paziente. Se prima prevaleva il modello da Bellver definito “monarchico” (quello in cui il dottore prescriveva e il paziente obbediva senza poter chiedere spiegazioni o scegliere la terapia) adesso si è imposto il modello “democratico”: medico e paziente si trovano su due piani differenti per quanto riguarda le conoscenze scientifiche, ma appartengono allo stesso piano morale. Bellver parla di tre possibili paradigmi di relazione fra medico e paziente: uno è quello cosiddetto “paternalista”, in cui il primo veste il ruolo del tutore che deve prendersi cura del secondo. Il medico è quindi "colui che sa” e il paziente viene invece visto come un bambino a cui è inutile fornire spiegazioni che giustifichino la scelta della terapia. Il malato ha un timore reverenziale nei confronti del proprio tutore e la sua autonomia si risolve unicamente nel dare il proprio assenso alle cure propostegli e impostegli. È senza dubbio un modello verticale, in cui, cioè, i due attori non fanno parte dello stesso universo valoriale, ma il primo sovrasta l’altro.
Il secondo modello è quello della medicina “informativa”: il dottore è un tecnico, uno che “sa fare”, il suo ruolo è limitato ad informare il paziente su tutto ciò che la scienza può operare per esaudire le proprie esigenze. Il paziente-utente può chiedere e ottenere prestazioni sanitarie anche laddove non ce ne sarebbe bisogno.
"Interpretativo" è invece il terzo modello proposto da Bellver, in cui il medico, attraverso un lavoro di maieutica e seguendo le particolari inclinazioni del paziente, lo aiuta ad orientarsi e a comprendersi. Il paziente è considerato un òlos, un tutto inscindibile di cui la malattia non è che una parte. Il medico diviene maestro e amico e al paziente, debitamente informato e orientato spetta l’autonomia di scegliere la terapia che preferisce.
Mauro Di Gregorio

(19 giugno 2002)

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