aggiornamento n. 1454
del 16/02/2009 12:16
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L'indignazione di magistrati e familiari delle vittime
Interviste ai figli dei capimafia
Nicastro: 'C'è il rischio di umanizzarli'

Dopo le parole della primogenita di Riina e dei rampolli di Provenzano apparse su Repubblica, si sono sollevate varie voci di dissenso. In molti, tra lettori, giudici ed esponenti della società civile, si sono chiesti quanto sia utile dare spazio sui media ai congiunti degli esponenti di spicco di Cosa nostra. Ateneonline ha sentito in merito il presidente dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia

 Il quotidiano La Repubblica nei giorni scorsi, con un’intervista di Attilio Bolzoni pubblicata anche sul sito del giornale, ha dato voce alla primogenita del "capo dei capi", suscitando la dura reazione di molti lettori, dei familiari delle vittime della mafia e di alcuni magistrati. Sono stati in tanti a chiedersi come mai, proprio nel giorno della manifestazione a sostegno dei magistrati antimafia che si è svolta a Roma in piazza Farnese, il quotidiano diretto da Ezio Mauro abbia scelto di dare spazio alla figlia di Totò Riina. Ateneonline ha sentito in merito Franco Nicastro, presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, alla luce anche della precedente intervista ai rampolli di Provenzano pubblicata nelle scorse settimane dalla stessa testata.

È giusto dar voce ai figli e ai congiunti dei mafiosi? Cosa pensa dello spazio concesso dai giornali ai familiari dei boss?
“Condivido poco questo genere d’interviste, la volta scorsa hanno parlato i figli di Provenzano, ora la figlia di Riina. Mi chiedo a che servono questo tipo d’interviste e da chi viene l’input di tutto questo. Credo che ci sia l'interesse, da parte dei familiari dei boss, di dare una dimensione umana del proprio contesto familiare. Non pretendo di criminalizzare assolutamente i figli dei mafiosi, ma certamente ho qualche perplessità quando i figli dei mafiosi prendono la parola solo per dire quanto quanto è stato bello per loro vivere in quella famiglia”.

Capita di leggere che la realtà e i valori che queste persone hanno ricevuto dai propri padri siano diametralmente opposti a quanto la magistratura ha accertato sul loro conto.
“È veramente difficile sentir parlare questi individui di valori. Stiamo parlando di persone che hanno convissuto con chi è accusato di avere commesso le infamie più grandi del mondo. La giustizia ha fatto il suo corso e ha presentato loro anche il conto che adesso stanno pagando. Per me va bene così, e credo che per tutti dovrebbe andar bene così. Ma mi chiedo qual è la ragione per cui i familiari dei boss che hanno guidato tutta la strategia stragista degli ultimi trent’anni si presentino davanti ai giornalisti per raccontare questo clima edulcorato e incantato”.

Dal punto di vista giornalistico, come si colloca questo genere di interviste?

“Io non colgo l’importanza giornalistica di questa intervista. Non esprimo nessuna critica nei confronti dei miei colleghi giornalisti, non è questo il problema. Il problema è capire perché c’è questa voglia di apparire e di dichiarare qualcosa da parte dei familiari. Soprattutto mi lascia perplesso il fatto che da nessuno di loro viene una parola di dissociazione, di distacco, di presa di distanza, rispetto alle cose di cui i loro familiari sono stati accusati. Sarebbe molto più apprezzabile che queste persone restassero nella loro realtà, senza bisogno di venirci a rappresentare valori che certamente valori non sono, se non negativi”.

Ma esiste il diritto all’informazione, come si concilia con questi casi?

“Il diritto all’informazione c’è e va tutelato. Per carità, se il giornalista ha la possibilità fare l’intervista fa bene. Il problema è capire come nasce l’intervista. Sicuramente in questi casi non è il cronista che va a bussare alla porta di queste persone, ma è lui che viene cercato anche con la mediazione degli avvocati. I quali hanno una loro legittima strategia difensiva. Ma io mi chiedo se queste interviste non servano a trasmettere un’immagine irreale di questi personaggi. Se addirittura non si cerchi di valorizzarli, di rappresentarli come figure umane di tutto rispetto. Visto che sono timorati di Dio, che sono affettuosi con i familiari, che sono disponibili con i figli, tutto il resto a cosa serve? Tutto il resto non può rimanere sullo sfondo. Nutro rispetto per la loro condizione di disagio. Dopo quello che si legge, dopo quello che si è detto, dopo le sentenze, hanno qualche difficoltà a condurre una vita come gli altri. Ho la massima comprensione, ma più di questo non posso avere. Non condivido che sui giornali si dia spazio a una rappresentazione molto di parte di una realtà che invece è un abisso morale, lontana dal normale”.

Il giornalista che si rende conto delle risposte surreali o faziose del figlio del mafioso, cosa può fare? Entrare nel merito e censurare? E se la figlia di Riina avesse parlato per dire di avere preso le distanze dal padre?
“Quella sarebbe stata una vera notizia. E anche di grande interesse. Nel momento stesso in cui si stabilisce il dialogo, credo che il giornalista non può compiere atti censori. In questo caso il giornalista ha fatto sicuramente il suo lavoro. È il risultato che ne viene fuori che mi lascia in qualche modo perplesso. Per il messaggio che i figli dei mafiosi cercano di fare passare, e cioè che i loro padri sono persone di grande rispetto, di valori. Anzi, talvolta, ho visto, un tentativo di sfuggire ai giudizi netti. Non è il giornalista che censura, ma sono loro, i figli dei mafiosi che censurano, che hanno deciso cosa fare uscire sui giornali e cosa no. Inoltre bisogna tener conto del fatto che sfruttano il nome del padre, che ha un richiamo tristemente negativo per trovare spazio sui giornali. Mi chiedo se queste interviste siano utili oppure no. Io credo proprio di no”.
Junio Tumbarello (30 gennaio 2009)
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