aggiornamento n. 1454
del 16/02/2009 12:16
Testata giornalistica dell'Università degli Studi di Palermo. Direttore: Roberto Lagalla
Direttore responsabile: Natale Conti - Tutor interni: Salvo Gemmellaro e Carmen Vella
Quotidiano telematico della Scuola di Giornalismo "Mario Francese" - Email: ateneonline@unipa.it
Redazione: Tel./Fax: 091/6526513 - Direttore: Tel. 091/6528458

Registrazione Tribunale di Palermo n. 10 del 1/6/2001
quadratino quadratino ATENEONLINE
quadratino Ateneo
quadratino Giornalisti
cuneo
Premio Francese 2008. Il discorso di Franco Nicastro
"Il rapporto conflittuale con il potere
marchio che certifica l'autonomia"


Non è stato difficile individuare quest’anno il tema della riflessione che di solito accompagna le iniziative collegate al premio Mario Francese. E lo spunto è venuto direttamente dall’attualità con una copiosa serie di fatti dai quali è scaturito il titolo di questo incontro. La notizia, cioè il cuore dell’informazione, è assediata un po’ da tutte le parti. Prima di tutto dall’insofferenza crescente del potere verso i giornalisti che non si adattano alle regole dell’omologazione e per questo si pensa di rendere più rigida la gabbia dei divieti. Le misure vengono presentate, naturalmente, come strumenti necessari per tutelare i diritti delle persone (è il caso del disegno di legge sulle intercettazioni) ma la nobiltà dei propositi finisce per introdurre concretamente nuovi ostacoli nel lavoro dei cronisti e nel percorso di ricerca e di divulgazione dei fatti che rivestono un interesse pubblico. Se ne parliamo qui è perché non ci sfugge l’esigenza di rispettare e seguire tutte le regole della buona informazione, tra le quali comprendiamo certamente il rispetto delle persone, la completezza dell’informazione e la sua essenzialità. Ma questo non ci impedisce di avvistare e segnalare il rischio che le sensibilità si accendono soprattutto quando i personaggi di cui si parla rivestono funzioni pubbliche oppure occupano posizioni di rilievo nella politica, nell’economia, nelle istituzioni. Come se le esigenze di tutela e di rispetto diventino più urgenti in ragione dello spessore e della notorietà dei soggetti interessati. Si potrebbe dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. E che anzi il rapporto conflittuale con il potere è il marchio che certifica da sempre l’essenza stessa dell’autonomia del giornalismo. Ce lo dicono i buoni maestri. È la condizione che segna la differenza tra un’informazione libera che cerca la verità ed è disposta anche a pagare un prezzo alla propria indipendenza e un giornalismo incapace di esprimere un ruolo critico e vigile. Nel libro “Autoritratto di un reporter” un grande giornalista a me molto caro, Riszard Kapuscinski, ha spiegato questa differenza come meglio non si poteva fare: “È facile distinguere il buon giornalismo da quello cattivo: nel buon giornalismo, oltre alla descrizione dei fatti c’è sempre la spiegazione delle cause. Nel cattivo giornalismo c’è una descrizione priva di nessi e di riferimenti al contesto storico: una pura e semplice cronaca dei fatti, dalla quale non apprendiamo né le loro cause né i loro precedenti. La storia risponde (sempre) alla domanda: perché?”. Qui in Sicilia ci è toccato in sorte di vivere in modo palpabile e perfino drammatico la differenza tra i due giornalismi. E proprio al buon giornalismo, quello che non si ferma all’esposizione dei fatti e cercava sotto la superficie per ricercare le cause e ricostruire i nessi, è stata offerta una testimonianza di grande valore morale, simbolico e professionale. Mario Francese, alla cui memoria questo premio è dedicato, è stato uno degli otto cronisti siciliani che a prezzo della vita sono stati testimoni e protagonisti di una pagina fondamentale di storia del giornalismo e della concezione civile del loro ruolo. Anche se queste storie di vita sono maturate in un contesto specifico, c’è però un filo che le tiene tutte insieme. E la morale che se ne ricava è solo una: sono stati colpiti perché ciascuno di loro esprimeva, con il suo lavoro, la dignità di un giornalismo senza compromessi, curioso, autonomo e dunque scomodo per chi preferisce la distrazione o la complicità del silenzio. Parliamo di un modello di informazione che in Sicilia ha dato la sua testimonianza più alta è più drammatica ma non è diverso da quello che in altre regioni del Mezzogiorno si è confrontato, e sempre con costi intollerabili, con fenomeni criminali non meno eversivi e spietati. Come dimostra il caso di Giancarlo Siani, il cronista del Mattino ucciso dalla camorra, che oggi qui abbiamo voluto riprendere e ricordare attraverso l’inchiesta puntuale e incalzante condotta da Gianluigi De Stefano per la “Storia siamo noi” di Giovanni Minoli. Le storie su cui fermeremo la nostra riflessione non sono una pagina del passato. Chi pensava che questa stagione fosse stata archiviata e conclusa con la morte di Beppe Alfano si sbagliava. Quanto forte sia ancora oggi la pressione esercitata contro i cronisti che, malgrado tutto, continuano a interpretare le regole e i valori del buon giornalismo ce lo ricorda purtroppo la cronaca. Ci parla di cronisti minacciati, intimiditi, inquisiti, censurati. Oggi qui abbiamo voluto comporre un campionario di casi tra i più recenti dai quali parte la denuncia che, in Sicilia almeno, l’emergenza informazione non è mai finita. La storia continua e anzi le intimidazioni hanno assunto una forma più insinuante e più devastante. Tanto che il cronista fedele al buon giornalismo, quello che cerca la notizia, la verifica e non si accontenta delle versioni ufficiali si ritrova stretto tra le intimidazioni e le minacce plateali della criminalità, l’ostilità del potere, i controlli investigativi, le iniziative della magistratura. Quando non si ritrova a fare i conti con l’autocensura, che è il modo più subdola per oscurare la verità. A questi temi abbiamo voluto oggi dedicare la nostra riflessione, convinti come siamo che quando è in gioco la libertà di informazione sono in discussione valori diffusi della vita civile e principi fondamentali del sistema democratico. L’errore più grande sarebbe quello di ritenere che stiamo discutendo di questioni molto interne alla professione o di problemi che interessano solo i giornalisti. Si può rispondere con le parole che negli anni Trenta usò Martin Niemoller e che in questi giorni sono state ricordate da un magistrato: "Quando i nazisti vennero per i comunisti, io restai in silenzio: non ero comunista. Quando rinchiusero i socialdemocratici, io rimasi in silenzio: non ero socialdemocratico. Quando vennero per i sindacalisti, io non feci sentire la mia voce: non ero un sindacalista. Quando vennero per me, non era rimasto più nessuno che potesse far sentire la sua voce”. Per questo oggi siamo qui, nel nome di Mario Francese, a far sentire la nostra voce.
red (25 gen 2008)
Ateneonline - viale delle Scienze - Ed. 15 - 90128 Palermo - mail: ateneonline@unipa.it - Redazione: Tel./Fax: 091/6526513 - Direttore: Tel. 091/6528458