aggiornamento n. 1454
del 16/02/2009 12:16
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Premio Mario Francese 2008. La tavola rotonda
L'appello di Genchi e De Lucia:
"Se avete notizie, pubblicatele"

Tanti gli interventi dei relatori, non sempre concilianti, che sono serviti per fare il punto sullo stato di salute di una professione 'sotto assedio'. Il presidente dell'Ordine di Sicilia Franco Nicastro: "Il rapporto conflittuale con il potere è il marchio che certifica la nostra autonomia”. Ma Giovanni Pepi, condirettore del Gds avverte: "Dobbiamo rispettare la legge e porci problemi sui segmenti di verità rubati sui tavoli dei giudici"



Un acceso dibattito sul ruolo della stampa. Alla tavola rotonda, organizzata stamani in occasione del premio giornalistico Mario Francese, tanti sono stati gli interventi, non sempre concilianti, che sono serviti per fare il punto sullo stato della professione nell'Isola. Ad aprire la discussione il presidente dell’Ordine regionale, Franco Nicastro, che nella suo intervento introduttivo ha sottolineato come “il rapporto conflittuale con il potere è il marchio che certifica da sempre l’essenza stessa dell’autonomia del giornalismo”. Per poi aggiungere: “C’è adesso una modalità prevalente del giornalismo, che è quella del desk. Sono le fonti che hanno il controllo della strategia di comunicazione e il giornalista finisce che non va a verificare la notizia, non va a cercarla e non usa gli strumenti autonomi della professione finisce per essere subordinato alle strategie delle fonti. L’esempio di Mario Francese, andrebbe riscoperto. Ma non solo. Ci sono altri che rimangono allo scuro, dietro le quinte, a fare un lavoro di ricerca, di approfondimento, di confronto, anche in situazioni ben difficili, come ben sappiamo”.

“La vera funzione della stampa è quella di controllo sugli altri poteri dello Stato - ha esordito il funzionario di pubblica sicurezza Gioacchino Genchi –. I giornalisti devono compiere il proprio dovere proprio in questa direzione e non certo accontentarsi di passare le notizie. Pubblicare una notizia della quale si viene in possesso è un obbligo, anche nel caso in cui si tratti di informazioni riservate. Se la notizia doveva restare segreta il reato viene commesso dal pubblico ufficiale che la diffonde, mentre il giornalista, che ne viene in possesso, dopo l'opportuna verifica, commetterebbe un reato se non la pubblicasse”.

 Dello stesso parere il magistrato Maurizio De Lucia che ha affermato: “Lasciamo fare ai giornalisti il loro lavoro, la pubblicazione della notizia quando è verificata non è una colpa, la responsabilità della fuga di notizie va cercata altrove. La salvaguardia delle informazioni riservate deve essere fatta a monte, sulle fonti, che troppo spesso se le lasciano sfuggire”.

Dall’altro lato Giovanni Pepi, condirettore del Giornale di Sicilia, ha invece espresso la speranza di conciliare le esigenze di tutti i poteri per trovare una sorta di equilibrio che contempli anche la diffusione delle notizie. Una sorta di concertazione che eviti dissapori o incomprensioni. “Dobbiamo rispettare la legge, porci problemi sui segmenti di verità rubati dai tavoli dei giudici. La legge sul segreto istruttorio non va violata ma gestita sul modello Caselli, ci sono fughe di notizie che inficiano le inchieste”.

"La notizia per Mario Francese era sacra, ha sottolineato padre Michele Stabile, da anni impegnato nel diffondere una cultura antimafia tra i giovani. "E i giornalisti sono chiamati ad illuminare la verità e le coscienze di tutti".

“Il ruolo del giornalista è sempre importante, in qualsiasi contesto – ha aggiunto Vincenzo Vasile, giornalista e scrittore – ne è conferma il fatto che quando al silenzio della mafia corrisponde il silenzio sulla mafia non possiamo che perdere la partita”.

Dello stesso avviso è Francesco La Licata, giornalista, che però esprime qualche dubbio sull’autonomia di chi scrive sui giornali: “Il ruolo del giornalista non è quello di buca delle lettere, ma di essere critici nei confronti di quanto si apprende, sia che provenga dalla magistratura, sia che provenga dalla strada - dice l'inviato de "La Stampa - Non dobbiamo avere paura di parlare di mafia, è molto più difficile ricevere una querela da un mafioso che da un amministratore locale o da un politico, ma se a condizionarci ci sono anche altri fattori il mestiere diventa molto difficile. Dobbiamo tornare ad essere autonomi rispetto a tutti i poteri, anche se, obiettivamente, ci troviamo troppo spesso a fare i conti con la realtà editoriale che spesso impone dei limiti alla libertà”.

 A margine della tavola rotonda il commento di Giulio Francese, figlio di Mario e redattore del Giornale di Sicilia. “Pepi ha parlato della necessità di non danneggiare le indagini giudiziarie. E mettersi dal punto di vista di chi, in qualche modo, finisce dentro la notizia. Dopodichè, sono d’accordo perfettamente con il discorso di Gioacchino Genchi, quando parla del giornalista come controllore del potere, di cane da guardia degli altri poteri. Un obiettivo che spesso dimentichiamo. Diversamente da quegli esempi che ci vengono da Mario Francese e da altri giornalisti che hanno dato la vita per non fare gli struzzi, ma hanno dedicato se stessi alla notizia e alla ricerca delle verità”.
Daniele Ditta (25 gen 08 - foto di J. Tumbarello)
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