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Testata giornalistica dell'Università degli Studi
di Palermo. Direttore: Roberto Lagalla
Direttore responsabile: Natale Conti - Tutor interni: Salvo Gemmellaro e Carmen Vella Quotidiano telematico della Scuola di Giornalismo "Mario Francese" - Email: ateneonline@unipa.it Redazione: Tel./Fax: 091/6526513 - Direttore: Tel. 091/6528458 Registrazione Tribunale di Palermo n. 10 del 1/6/2001 |
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dedicato a Mario Francese
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Era il 'cassiere' di Messina Denaro L'imprenditore originario di Castelvetrano era a capo di un vero e proprio impero economico, che specie attraverso dei supermercati, si espandeva in tutta la Sicilia occidentale. Messina Denaro controllava e appoggiava le imprese di Grigoli, usando i contatti con Provenzano e gli altri capi mafia per favorire l'espansione dell'impero di Grigoli. L'operazione confermerebbe ciò che gli investigatori della Dia sostengono da tempo, ossia una “terziarizzazione” della mafia “Matteo Messina Denaro e Giuseppe Grigoli sono la stessa cosa: non si può chiedere il pizzo ai supermercati di Grigoli”. È questa dichiarazione del pentito agrigentino Maurizio Di Gati, riferita alle tensioni tra il superlatitante e il boss della città dei templi, Giuseppe Falsone, ad avere incastrato l'imprenditore castelvetranese Grigoli. Ma la vera svolta che ha portato all’arresto di Giuseppe Grigoli, avvenuto stamattina, si deve alla decifrazione di alcuni “pizzini” scambiati tra Provenzano, Messina Denaro e Falsone, dove il nome dell’imprenditore, e la sua importanza per la cosca mafiosa trapanese, erano scritte nere su bianco. L’espansione dell’impero economico di Grigoli nell’agrigentino non era ben vista dai capi mafia locali, che esigevano la “messa a posto” anche dall’imprenditore vicino a Matteo Messina Denaro: ecco quindi che da Agrigento e Trapani sono partiti i “pizzini” per il capo dei capi, mediatore dal potere inequivocabile. L'impero di Grigoli. L’operazione si deve all'operazione congiunta tra la Polizia di Stato e la Dia di Palermo, Trapani e Agrigento, e ha puntato a minare il potere economico di Cosa nostra, attaccando in uno dei suoi filoni più redditizi: la grande distribuzione. Grigoli, infatti, era a capo di grossi gruppi imprenditoriali, su tutti il Gruppo 6G.d.o. Srl. Attraverso questa società possedeva una quota azionaria del 10 per cento della Despar Italia, ed era proprio il marchio Despar ad averlo accompagnato nella sua espansione nella provincia di Trapani e più recentemente in quelle di Agrigento e Palermo. Oltre alla misura di custodia cautelare, Grigoli ha subito il sequestro di beni e disponibilità finanziarie per 200 milioni di euro, ma “non è facile quantificare la vera cifra, le indagini sulla contabilità la accerteranno”, è stato precisato nel corso di una conferenza stampa stamattina. Di certo, tra il 1999 e il 2006, il capitale sociale della società di Grigoli è passato da 80.000 euro a 12.500.000 euro, e sono ben 49 i supermercati a lui intestati. L'imprenditore aveva già subito in passato un processo (conclusosi con la sua assoluzione) sulle ombre che attorniavano la costruzione del suo impero. Stavolta però, gli investigatori sono convinti che le prove siano decisive e schiaccianti. La distruzione di un monopolio. Solitamente, ha precisato il procuratore della repubblica Francesco Messineo, “non si dedicano conferenze stampa a provvedimenti di custodia cautelare, ma l’aspetto quantitativo, la partecipazione di Matteo Messina Denaro e il coinvolgimento della grande distribuzione rendono questa operazione importantissima”. “Speriamo che questa operazione porti a un ripristino della democrazia economica nelle tre province – ha dichiarato il sostituto procuratore Roberto Scarpinato – la forte presenza mafiosa porta a una sorta di oligopolio nel settore, anzi quasi a un vero e proprio monopolio”. Scarpinato ricorda che “la mafia si sconfigge disarticolando sul territorio ciò che permette quel controllo economico”. Un monopolio che fino a poco tempo fa faceva capo a un solo burattinaio, Bernardo Provenzano. Adesso che non c’è più Provenzano a mediare, però, non è da escludere che i mafiosi riescano comunque a discutere, e a mettersi d’accordo, senza ricorrere al clamore delle armi. Marco Rizzo (20 dicembre 2007) |
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