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Testata giornalistica dell'Università degli Studi
di Palermo. Direttore: Roberto Lagalla
Direttore responsabile: Natale Conti - Tutor interni: Salvo Gemmellaro e Carmen Vella Quotidiano telematico della Scuola di Giornalismo "Mario Francese" - Email: ateneonline@unipa.it Redazione: Tel./Fax: 091/6526513 - Direttore: Tel. 091/6528458 Registrazione Tribunale di Palermo n. 10 del 1/6/2001 |
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dedicato a Mario Francese
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Ascoltati gli ultimi testimoni Sul banco si avvicendano il colonnello dei carabinieri Vittorio Tomasone, all’epoca comandante provinciale, il maresciallo Michele Goscia, Maurizio La Corte e Vincenzo Conticello. Il collegio guidato da Raimondo Loforti nega alla difesa l'audizione di un altro testimone, Arianna Ferrante, che non aggiungerebbe "elementi di conoscenza ulteriori e assolutamente indispensabili per la decisione" Non comparirà sul banco dei testimoni Arianna Ferrante, così come chiesto dalle difese al processo per le presunte estorsioni alla Focacceria San Francesco (nella foto il piazzale antistante). La Corte ha, infatti, deciso che l’audizione della donna non "aggiunge alla discussione dibattimentale elementi di conoscenza ulteriori e assolutamente indispensabili per la decisione”, come da codice.Ma chi è Arianna Ferrante? "Con Arianna Ferrante ho avuto una relazione fra il 2002 e il 2003 – ha detto venerdì scorso in aula Vincenzo Conticello – faceva la free lance per il 'Giornale di Sicilia' e ha lavorato alla Focacceria fino al 2004". L’interesse della difesa è quello di dimostrare che Conticello conosceva personalmente Ettore Seidita, un nome che ricorre spesso in questa storia. "Mi manda Ettore", ha detto Giovanni Di Salvo alla cassiera, quel 25 novembre 2005, quando, secondo la tesi dell’accusa, cercava proprio Vincenzo Conticello per avanzargli la richiesta di estorsione. Secondo le testimonianze di Di Salvo e di Vito Seidita, Vincenzo Conticello avrebbe chiesto l'aiuto di Ettore Seidita per far allontanare un giovane che recava disturbo ad Arianna Ferrante. Dunque Seidita sarebbe l'anello mancante per dimostrare la tesi della difesa: Di Salvo si era recato alla Focacceria solo per chiedere un posto di lavoro proprio dietro suo consiglio. Ma, fino all'ultima deposizione, Conticello ha negato di conoscerlo e, intanto, lui è morto. Il colonnello Tomasone era il comandante provinciale dei carabinieri all'epoca dei fatti. Ha raccontato in aula la gestione delle operazioni di quel 25 novembre, data da cui comincia il rapporto professionale con Vincenzo Conticello. Racconta di come Conticello l'avesse cercato al suo ufficio dopo che un maresciallo dei carabinieri (Michele Goscia) l’aveva fermato all’ingresso della Focacceria per avvertirlo che era andato a cercarlo una "persona di interesse operativo". Il maresciallo Goscia era in servizio di osservazione quel 25 novembre 2005. Si avvicinava agli esercizi commerciali e vi sostava il giusto tempo di capire cosa succedesse al loro interno. E all'interno della Focacceria ha riconosciuto Giovanni Di Salvo, "conosciuto in precedenti attività investigative e per la sua parentela con alcune famiglie mafiose di Palermo-centro", dirà poi in aula il maresciallo dei carabinieri. Proprio per questo il colonnello Tomasone avrebbe chiesto a Goscia e ai suoi colleghi di allontanarsi dal posto. "Goscia poteva essere stato visto – dice Tomasone – così ho incaricato il tenente Bolis, che stava facendo spese in via Roma e che era in procinto di partire, per la sua qualità di investigatore e per questioni giurisdizionali (Bolis era comandante del nucleo operativo della compagnia di piazza Verdi, ndr), di andare alla Focacceria", dove il tenente riprenderà col suo telefonino l'incontro fra Conticello e Di Salvo. Anche Maurizio La Corte è andato sul banco dei testimoni. Era già stato indagato in questo procedimento ma la sua posizione è stata archiviata. Maurizio La Corte, secondo il racconto di Conticello, era colui il quale aveva dato avvio alle preoccupazioni dell'imprenditore quando aveva abbandonato il suo posto di lavoro (sorveglianza arredi esterni e posteggiatore) perché erano cambiati i capi e lui non ci voleva avere a che fare con questi nuovi. "Era una scusa – si è difeso in aula La Corte – quando uno parla non sa quello che dice, in realtà me ne ero andato perché di inverno percepivo troppo poco stipendio". Un intercettazione, nel gennaio 2006, l’ha beccato a consigliare a Conticello di rivolgersi a "quello delle mozzarelle, il figlio di Masino" per risolvere i problemi in cui si era trovato. "Lo vedevo nervoso gli ho suggerito di chiedere consiglio, gli ho detto 'parlate', credevo fossero amici. Ma non se ne fece niente – spiega La Corte – perché lui (Francesco Spadaro, ndr) non ne voleva sapere niente, questi discorsi non ci andavano non gli riguardava". La Corte afferma, fin dall’inizio di non conoscere Francolino Spadaro, e alla domanda di esporre come facesse a sapere che Conticello conosceva Spadaro, risponde in siciliano: "Uno parla, poi sì sù chiacchiere, un sù chiacchiere…". La Corte, infine, ha confermato che Conticello aveva fatto qualche 'regalino di Natale' ad Antonino Lauricella (detto “u’ scintilluni”, boss della Kalsa, ancora oggi latitante) ma "mai dato soldi". Andrea Cottone (02 nov 2007) |
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