aggiornamento n. 1454
del 16/02/2009 12:16
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Qui si trovano il folklore e il sapore della vecchia Palermo
Il quartier generale dello sfincionello
Da qui partono i “lapini dell’abbannio"

Alle spalle della Cattedrale un locale senza sedie e tavolini sforna lo sfincione a Palermo da 100 anni. Alberto Ragusa e fratelli cucinano la soffice pizza di origine araba da 30 anni. Ma già da generazioni prima di lui, nello stesso posto un’altra famiglia preparava secondo l’antica ricetta la “consa” della mitica focaccia condita

 Lo sfincione del lapino è cosa ormai famosa, è praticamente uno dei primi esempi di franchising da strada. Il signor Aberto Ragusa, dietro la biblioteca Regionale Siciliana di Palermo alla fine di via Celsi (parallela di via Candelai), ogni mattina alle 6 sforna il famoso sfincione palermitano. Apertura un’ora dopo la mezzanotte e chiusura verso le 10 di ogni mattina, quando tutto lo sfincione è stato distribuito.

 Tutti i lapini degli ambulanti, vi si riforniscono, per poi andare in giro a venderlo, con l'immancabile “abbannìo”, che nella fattispecie dice qualcosa tipo: “cavuru cavuru è” ( per dire che è caldo, appena sfornato) e poi la più tipica frase: “Mi ciavuru, cose ra bella vieru” cioè scarso d’olio e pieno di polvere, tenuto conto che la soffice e succulenta pizza isolana (condita con pomodoro, cipolla, caciocavallo e acciughe) è portata in processione per strada in mezzo al traffico cittadino.

 “Vendiamo dalle 130 alle 150 teglie di sfincione al giorno, dipende dalle ordinazioni. Qui hanno mangiato tutti anche se non è un vero e proprio locale ma un forno. I politici della Regione se hanno voglia di mangiare la nostra pizza telefonano qui e siamo noi a portare le teglie a palazzo dei Normanni, naturalmente con il lapino” dice il proprietario Alberto Ragusa. Per la cronaca un’ intera forma di sfincione, in barba al caro vita e al rialzo del prezzo del greggio costa da sempre dai 3 i 5 euro. Buon appetito.

Junio Tumbarello (21 settembre 2007)
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