aggiornamento n. 1454
del 16/02/2009 12:16
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La presentazione domani alle 19 allaTonnara Bordonaro
Il mistero dell’agenda mai ritrovata
Intervista agli autori del libro

I giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza hanno scritto un libro che ricostruisce gli ultimi, drammatici, 56 giorni di Paolo Borsellino. Al centro, un’agenda rossa su cui il giudice annotava minuziosamente ogni appuntamento e le proprie, personali, riflessioni. Compresa la pista che poteva individuare i mandanti occulti della strage di Capaci. Ma il 19 luglio del 1992, misteriosamente, l’agenda rossa sparisce

Nella prefazione de L’agenda rossa di Paolo Borsellino, Marco Travaglio ha scritto: “Forse, se ai misteri dell’agenda rossa… si fosse dedicato un decimo dello spazio riservato dalla televisione di regime al delitto di Cogne e ad altri diversivi, oggi sapremmo qualcosa in meno sul pigiama della signora Franzoni e qualcosa in più sulle origini della nostra Seconda Repubblica”.

Un’agenda rossa mai ritrovata e al centro dei misteri. Una strage ancora impunita. Una cronistoria dettagliata che nel vostro libro viene ricostruita attraverso l’agenda grigia di Borsellino. Come mai questa scelta?

Giuseppe Lo Bianco: "Partire dall’agenda grigia è stata una scelta obbligata per ricostruire gli ultimi 56 giorni di vita di Borsellino. L’agenda rossa non esiste più. Un’inchiesta, tuttora in corso, cerca di capire se c’è stato un carabiniere che ha fatto false dichiarazioni, ma non spetta a noi dirlo".
Sandra Rizza: "L’agenda grigia, depositata agli atti, è stata un riscontro essenziale, perché lì con puntualità, erano annotati gli appuntamenti e gli incontri di Borsellino, eventi che poi abbiamo collegato con altre testimonianze. Fondamentale per compensare il ricordo, quando la memoria dei familiari o di chi gli è stato vicino poteva essere vaga o lacunosa. Ma non erano presenti riflessioni personali, come, invece, nell’agenda rossa mai ritrovata".

Ci sono delle figure che nel vostro libro sono ambigue, come l’allora ministro degli Interni Vincenzo Scotti, il colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli (fotografato con la borsa in pelle di Borsellino il giorno della strage in via D’Amelio), il procuratore Pietro Giammanco. Che idea vi siete fatti?

Giuseppe Lo Bianco: "Scotti è stato l’ultimo ministro degli Interni della Prima Repubblica. Lancia l’allarme - dopo la sentenza della Cassazione - sul disegno eversivo della criminalità organizzata. E poi, come il Guardasigilli Martelli, scarica su Borsellino la scelta di fare antimafia. Martelli e Scotti sono gli esponenti - simbolo della Prima Repubblica che si sentono, insieme ad altri, sotto attacco sia da parte della mafia che di quei cittadini che avevano deciso che la Prima Repubblica dei partiti del Caf era tramontata. Giammanco è quasi dentro un copione cinematografico, come dimostra la telefonata che arriva alle 7 del mattino del 19 luglio. E’ molto più che ambiguo…".
Sandra Rizza: "Arcangioli è stato fotografato il giorno della strage con in mano la borsa di pelle che Borsellino aveva lasciato sul sedile posteriore della propria auto. Egli sostiene di aver consegnato la borsa ad altre persone che, però, lo smentiscono. Su questo farà luce l’inchiesta giudiziaria, ancora in corso".

Nel libro è reso, in maniera molto vivida, il clima di quegli anni: c’era Mani pulite, c’era già stata la strage di Capaci e c’era, palpabile, l’indignazione dei comuni cittadini. E oggi?

Giuseppe Lo Bianco: "A un mese dalla strage di Capaci, in piazza c’erano 150 mila persone. Oggi la memoria è come se fosse artefatta. Noi abbiamo cercato di dare un piccolo contributo, cercando di rendere sia l’aspetto istituzionale di Borsellino che quello più umano, grazie soprattutto ai ricordi dei familiari e di chi gli è stato vicino. Questi non sono stati omicidi classici che si risolvono con un mandante e un semplice colpo di pistola. Ma è un passaggio, delicatissimo di un periodo storico che ha riguardato l’Italia".
Sandra Rizza: "E’ come se si fosse scelta la strada della memoria indolore. Quindici anni dopo ci sono le fiction, che hanno il pregio di raccontare in termini agiografici i protagonisti di quelle vicende, ma, allo stesso tempo, hanno il difetto di banalizzare tutto. Ci si dovrebbe chiedere perché non sono arrivate delle risposte dalla magistratura e dalla politica. Rita Borsellino e il magistrato Antonio Ingroia hanno chiesto più volte una commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi, ma l’invito non è mai stato raccolto da nessuno".

Sempre più spesso ormai si sceglie di affidare ai libri l’approfondimento che inchieste del genere meriterebbero, invece, sulle testate giornalistiche. E’ una casualità o c’è un motivo particolare?

Giuseppe Lo Bianco: "Si fa così perché ormai non si fa più giornalismo investigativo. E i libri sono una delle poche isole in cui è ancora possibile far riflettere e porsi delle domande".
Sandra Rizza: "E’ abbastanza insolito, forse c’è anche una saturazione e la drammaticità delle cronache attuali scalza i fatti meno recenti. Però è come se si fosse scelto di perpetuare un ricordo addolcito. Alla fine non si è mai arrivati ai mandanti occulti e lo stragismo di quegli anni è un argomento scomparso persino dai giornali. E’ casuale che l’agenda sia scomparsa pochi minuti dopo la strage, in uno scenario ancora fumante, davanti a decine di investigatori e poliziotti? Qualcuno evidentemente ha avuto la prontezza di prelevarla e sapeva che su quell’agenda Borsellino annotava tutto".

Forse aveva ragione Roland Barthes, che ne La camera chiara ha scritto: “La storia è isterica: essa prende forma solo se la si guarda, e per guardarla bisogna esserne esclusi”.
Antonella Lombardi (2 luglio 2007)
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