aggiornamento n. 1454
del 16/02/2009 12:16
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Il 23 maggio del 1992 la mafia uccideva Giovanni Falcone
Capaci, tredici anni dopo
Oltre 500 chii di tritolo, piazzati sotto il manto stradale della A-29, per uccidere uno dei padri del maxiprocesso. Nell'attentato rimasero uccisi la moglie del magistrato, Francesca Morvillo, e i tre agenti di scorta: Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro. Iniziava la strategia della tensione, proseguita poi con l'attentato di via D'Amelio e le bombe di Roma, Milano e Firenze

Quando le televisioni mandarono in onda le immagini di ciò che rimaneva di quel pezzo di autostrada, sembrava di assistere a uno di quei tristi, ma ahimé familiari, reportage provenienti dalla Palestina o da Israele. Quella però non era Beirut, né la Cisgiordania, era la A-29 Palermo-Mazara del Vallo, squarciata dal tritolo della mafia.
Cosa Nostra aveva un conto aperto da troppo tempo con Giovanni Falcone, da quel 16 dicembre 1987, quando la Corte di assise di Palermo - dopo 22 mesi di udienze e 36 giorni di camera di consiglio - aveva pronunciato quel verdetto di condanna, 19 ergastoli e 2665 anni di carcere, per gli oltre 330 imputati del primo maxiprocesso. Ci aveva provato nel 1989, ma l'attentato alla villa del magistrato, sul litorale dell'Addaura, era andato a monte. La mafia, però, aveva ormai deciso di farla finita con quel nemico scomodo, che per primo aveva intuito la struttura verticistica di Cosa Nostra e che, grazie ai pentiti, era riuscito a squarciare quel muro di omertà dietro il quale da anni operava incontrastata.
Erano le 17,59 del 23 maggio 1992, quando un boato scosse quel tratto di autostrada, facendo diventare tristemente famoso un paese di cui pochi italiani conoscevano l'esistenza: Capaci. Un punto in cui la A-29 si fa spazio tra le montagne a destra e il mare a sinistra: una sorta di forche caudine, prima di passare dentro le due gallerie che aprono poi la vista su Palermo. Ma Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro, quel pomeriggio, non riuscirono neanche ad imboccarle quelle gallerie. Il corteo delle 3 Croma blindate, che accompagnava il direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia, saltò in aria poco prima dell'uscita per Capaci. Sotto il manto stradale gli uomini di Cosa Nostra avevano piazzato 500 chili di tritolo: il risultato fu devastante, un intero tratto di autostrada spazzato via. La prima Croma, quella con a bordo Schifani, Montinaro e Di Cillo, letteralmente polverizzata. La seconda, che trasportava il magistrato, la moglie e l'autista, Giuseppe Costanzo, quasi distrutta. La terza, con a bordo gli altri tre agenti, danneggiata ma i passeggeri si salveranno, così come altre venti persone che in quel momento transitavano su quel tratto di autostrada. Falcone venne trasportato d'urgenza al vicino ospedale "Cervello", dove di lì a poco spirò tra le braccia di Paolo Borsellino, amico e collega che lo avrebbe raggiunto in un triste destino, anche questo già deciso da Riina e soci, solo 28 giorni dopo. Con la strage di Capaci iniziava la strategia della tensione, continuata poi con l'attentato di via D'Amelio e le bombe a Roma, Milano e Firenze, un'azione di forza che intendeva costringere lo Stato a scendere a patti con Cosa Nostra.
Di quello che gli stessi uomini d'onore definirono "l'attentatuni", oggi si conoscono gli esecutori e i loro committenti, ma rimangono ancora da scrivere i nomi dei mandanti esterni, i nomi di chi risiedeva in quel "terzo livello", solo sfiorato dalle indagini di Falcone, e che ancora oggi continua ad essere avvolto nel più rigoroso mistero.
Salvatore Cataldo (23 mag 05)
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