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Cultura e spettacolo - Libri -Approfondimenti

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E' la fisicità la protagonista dell'opera di Vanessa Ambrosecchio
Cico c'è, la voce di un corpo che parla
Da quando Mariù custodisce Cico dentro di sé comincia a studiare le proprie sensazioni fisiche e impara a non averne paura, quella paura che invece logora Erina, in perenne conflitto con se stessa. Storie diverse, che si sfiorano sullo sfondo di una Venezia uterina che diventa protagonista

Vincitore del premio "Vittorini opera prima", finalista ai premi "Fiesole", "Città di Roma" e candidato al premio "Strega", Cico c'è, il libro dell'esordiente Vanessa Amborsecchio, edito da Einaudi, ha tutti i numeri per far parlare di sé. Da mesi in libreria, Cico c'è continua ad attirare lettori nelle maglie della sua rete, catapultandoli nel contorto e insieme sublime universo femminile delle tre protagoniste. Pagina dopo pagina, la vita di Mariù, quella di Erina e di Rachele si mescolano sapientemente. Si fa presto a capire che il vero protagonista del libro è il corpo analizzato, monitorato, quasi con rigore scientifico, nei suoi aspetti più fisiologici. Nell'atmosfera umorale, resa ancora più marcata dall'ambientazione a Venezia, città uterina per eccellenza, le sensazioni del corpo recuperano la dignità che spetta loro.
A proposito della genesi del romanzo, l'autrice rivela che in un primo momento erano nati dei racconti autonomi che avevano come protagoniste tre donne. "Rileggendoli mi sono accorta - spiega Ambrosecchio - che tutti e tre i racconti ruotavano quasi ossessivamente attorno allo stesso tema, declinato in modi e con stili diversi. In sostanza raccontavo la dimensione della donna col proprio corpo, nelle sue mille sfaccettature". L'autrice sottolinea che non sempre questo rapporto è vissuto serenamente, ma al contrario sembra radicata nelle donne una sorta di paura a comunicare col proprio corpo, ad indagarne i sintomi, ad osservarlo. Tra tante tipologie di donne, la scrittrice ha scelto Mariù, diciottenne dal corpo chiuso come un fiore che non si decide a sbocciare, che le crea complessi e imbarazzo. Quello stesso corpo che custodisce Cico come un segreto che cresce senza chiedere il permesso. C'è Erina, che col suo corpo è perennemente in conflitto al punto da considerarlo il suo peggior nemico. Infine Rachele, una  ginecologa che ha dedicato la propria esistenza a far nascere bambini e che per beffa del destino non può averne uno suo.
La nota costante che emerge dal libro è la grande dignità e forza delle tre donne, dal profilo così ben delineato che sembra sfuggire a qualunque ingerenza da parte dell'autrice. “"Rivedendo le tre storie mi rendevo sempre più conto - aggiunge Ambrosecchio- che era necessario che le vite dei miei personaggi si sfiorassero. Così  è iniziato il lavoro di montaggio che ha dato vita al romanzo”. Realizzato nell'arco di quattro anni, Cico c'è è il frutto di un lavoro di limatura in cui la scrittrice si è cimentata in una tecnica quasi cinematografica, montando le scene senza apparente connessione per poi farle convergere in una conclusione in cui tutto torna. In questo gioco di incastri, realtà e dimensione onirica si rincorrono, il tema della maternità si combina inevitabilmente con la sterilità, piaga del nostro tempo. “"Accettare la maternità significa volere scommettere e credere nel futuro; la sterilità è esattamente il contrario, la paura che spesso diventa incapacità di ascoltare i messaggi del nostro corpo". Cico, questo bambino che non è un bambino, questo nome che non è un nome,  assumedo i contorni della metafora, è il “"seme"” che consentirà a Mariù di crescere, di emanciparsi dalla paura del suo corpo e dagli altri.
"Cico è tante cose insieme, a me piace vederlo come la riserva di utopia che ciascuno di noi può ritrovare dentro di sé per andare avanti", aggiunge Ambrosecchio. Nella stessa conclusione un po'’paradossale di prosciugamento del mondo, Mariù è l'unica che, grazie alla forza di Cico, può scommettere che riuscirà a farcela. Non così Erina che, invece, in modo pessimista, teme la fine del mondo. “"La bellezza della letteratura - conclude l'autrice - è che si possono realizzare finali aperti. Il finale di Cico c'è offre al lettore due possibilità: scegliere la visione di Mariù o quella di Erina secondo la propria sensibilità".
Manuela Pagano
(20 gennaio 2005)
rev giol


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