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Se ne è parlato al seminario del ciclo "Uno nessuno centomila"
Riso e pianto: le due anime dell'uomo
Come si fa a ridere anche in momenti drammatici? E' il quesito a cui si è tentato di rispondere in occasione dell'incontro organizzato dall'Università di Palermo in collaborazione con l'associazione universitaria educatori. A discutere del tema Gianni Nanfa, esperto di umorismo, e Salvatore Lo Bue, docente di Retorica

Tutti i discorsi e le teorie che tentano di spiegare il riso e il pianto dell’uomo scindendoli l’uno dall’altro sono inevitabilmente destinati a fallire. E’ stata questa la posizione che ha dominato il seminario intitolato “Dal pianto al riso: un teatro tante emozioni”. Il convegno ha aperto il ciclo di incontri realizzato dall’Università di Palermo, in collaborazione con l’Associazione Universitaria Educatori. Il titolo del progetto “Essere uno nessuno centomila” è un omaggio a Pirandello, uno dei più grandi geni del 900 che ha intuito come il vero teatro non è quello che si fa sul palcoscenico, ma il mistero che si compie in noi quando scopriamo di avere una coscienza. L’uomo ha l’ innata capacità di mettersi in scena ogni giorno, di indossare molteplici maschere che sono tutte un pezzettino della propria personalità. La prima forma di teatro nasce dal conflitto che si crea in noi, tra ciò che crediamo di essere e ciò che veramente siamo.
Il segreto della teatralità è la commistione inscindibile delle due anime dell’uomo quella comica e quella tragica. Così come in ogni tragedia c’è un po’ di riso, in ogni commedia c’è un po’ di pianto perché così è l’uomo. Citando Platone nella Repubblica, Salvatore Lo Bue, docente di Retorica presso la facoltà di Lettere e filosofia, ha spiegato la tragicità di certe situazioni comiche e la comicità di certi drammi. “La partecipazione che mostriamo nel vedere rappresentati certi momenti brutti o belli che siano - ha sostenuto Lo Bue - dipende dal fatto che nella nostra vita il logos, la mente ci ha impedito quando ne avevamo bisogno di ridere o di piangere”. L’inevitabile commistione del riso e del pianto riflette un paradosso e una contraddizione che è insita nell’uomo. Paradossale è anche la capacità di ridere propria solo dell’essere umano. Il fatto che si riesca a ridere anche di cose tragiche ancora una volta sottolinea quanto i due termini siano correlati.
“D’altronde - spiega ancora il docente - il tragico e il comico hanno la stessa natura, cioè l’osservare e intuire la verità e le contraddizione che vivono nella nostra anima”. Questa ricerca della verità si sviluppa nelle tragedie e ha come obiettivo quello di creare una nuova coscienza nei cittadini. “La distruzione, o non curanza, dei teatri - ha concluso Lo Bue - è un segnale di crisi. A Palermo, per molti anni, sono mancati i luoghi dove creare una nuova coscienza”.
Anche il comico è uno strumento che ci aiuta a capire meglio la realtà, come ha detto Gianni Nanfa, cabarettista palermitano di successo. D’altronde servendoci del riso abbiamo una visione alternativa della realtà. E’ la capacità di ridere che ci salva dal baratro della disperazione. “Il comico - spiega Nanfa - è comunque un prodotto specifico dell’umorismo e ciò che ha messo fuori strada molti studiosi, psicologi, linguisti, semiotici, per 50 anni è stata la confusione tra concetti diversi come ridicolo e comico”. Il comico è l’avvertimento del senso del contrario e viaggia attraverso la possibilità di sovvertire qualunque tipo di regola con l’obbligo di collocarsi in una posizione opposta a quello comune. Diverso il ridicolo, che è involontario ed escludente. Nanfa inoltre ha spiegato che il successo di una battuta dipende da una molteplicità di fattori come la condivisione di una cultura e backgruond simili. Di base, però, è necessario aver acquisito il senso dell’umorismo nel primo anno di vita quando il bambino impara dalla mamma le regole del gioco e sapendole gestire può sovvertirle ricreando lui stesso il senso del contrario.
Manuela Pagano- Alessandro Baglieri


(7 dicembre 2004)


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