|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Il seminario tenuto a Giurisprudenza sul crimine organizzato Quando la criminalità non ha frontiere La Convenzione Onu del 2000, firmata a Palermo, e altri strumenti di cooperazione internazionale per la lotta alla criminalità organizzata: come sono nati e come funzionano gli argomenti trattati dal docente Salvatore Ardizzone e dal comandante regionale della Guardia di Finanza Cosimo Sasso La lotta alla mafia in una prospettiva internazionale è stata al centro della seconda giornata di studio dedicata alla criminalità organizzata, nell’Aula magna della facoltà di Giurisprudenza. Le organizzazioni criminali diventano sempre più spesso internazionali e transnazionali, e questo rende le politiche di repressione e prevenzione inutili se non vengono attuate da cooperazioni di Stati. Da questa necessità è nata la Convenzione dell’Onu sul crimine organizzato, firmata a Palermo nel 2000. “E’ uno strumento che introduce innovazioni essenziali nella cooperazione tra i diversi Paesi nella lotta alla criminalità - spiega Salvatore Ardizzone, ordinario di Diritto penale alla facoltà di Giurisprudenza - e in più ha il grosso merito di facilitare la comunicazione tra le magistrature e gli organi di polizia”. Tracciando per grandi linee la storia dei principali accordi internazionali sulla lotta alla mafia, Ardizzone ha messo in luce l’importante ruolo dell’Italia: “A Napoli nel ’94 si è dato il via al processo di realizzazione della convenzione, che è stata poi firmata sei anni dopo a Palermo, ma al di là dell’aspetto cerimoniale è indubbio che il nostro ordinamento giuridico, con uno strumento come il 416 bis, abbia avuto un ruolo di avanguardia in questo campo”. Il 416 bis, infatti, prevede il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, una fattispecie di reato che in molti paesi non era prevista, e che viene introdotta e approfondita nei 41 articoli della Convenzione Onu. Le misure più importanti previste da questo accordo internazionale sono procedure di estradizione e di sequestro di beni facilitate, oltre a misure di protezione per testimoni e vittime della criminalità organizzata. Al convegno ha partecipato anche Cosimo Sasso, comandante regionale della Guardia di Finanza, che ha delineato i caratteri principali degli organi internazionali di polizia, come l’Interpol e l’Europol. Sasso ha sottolineato comunque, oltre all’efficacia dei Trattati, l’importante ruolo dei rapporti informali: “L’integrazione europea ha permesso dei grossi passi avanti nella collaborazione tra gli investigatori di Stati diversi - ha spiegato - ma quando ancora non erano stati firmati i trattati, una forma di collaborazione esisteva ugualmente, perché oltre al canale giuridico esiste il canale informale che non va sottovalutato”. La cooperazione internazionale in tema di criminalità è diventata un argomento di grande attualità per l’agenda politica dell’Unione soprattutto dopo l’entrata in vigore del Trattato di Shengen, che liberalizza gli spostamenti di persone e merci all’interno dell’Ue. “E’ stato creato il Sistema informativo Shengen (Sis) - ha detto Sasso - uno strumento che permette di scambiare informazioni essenziali su persone segnalate e sospettate di determinati crimini”. In questo senso, la piena operatività del Sis ha subito alcuni rallentamenti, per questioni relative alla privacy. Un’ulteriore dimostrazione del fatto che spesso gli strumenti giuridici sono fatalmente più lenti dei fenomeni che devono contrastare, perché sicuramente chi traffica armi o droga non firma trattati. A chi gli chiede se uno strumento come il mandato di cattura europeo può essere utile nella lotta al crimine organizzato, il comandante non si sbilancia, ricordando di avere il compito di applicare le leggi, e non di discuterle. “Da tecnico - ha detto - posso constatare che qualsiasi strumento che migliora la cooperazione è benvenuto. Non dico altro”. Salvatore Trapani (6 dicembre 2004) rev adri/damo
|