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Convegni e congressi - Approfondimento

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L'incontro su ‘Cosa nostra’ ha coinvolto docenti, studenti e impiegati
“La mafia non è scomparsa, è solo più prudente”
Il monito di Caselli al convegno organizzato a Lettere. Un ricordo sulla stagione in cui operarono Falcone e Borsellino, ma anche un invito a non abbassare mai la guardia sulla criminalità organizzata

“La mafia non è un fenomeno circoscrivibile solo al territorio siciliano, è un problema nazionale e internazionale, una questione economica, politica e sociale. E’ un'organizzazione che, con la sua sola esistenza, mette a repentaglio il concetto stesso di democrazia. Quindi è indispensabile non abbassare mai la guardia”. Con queste parole Giancarlo Caselli, Procuratore generale di Torino, ha definito “Cosa nostra” nel corso della terza sessione del convegno su “Cronache di mafia” che si è svolto alla facoltà di Lettere dell’Università di Palermo. L’iniziativa ha impegnato studenti, docenti, avvocati, ma anche persone comuni, dagli impiegati ai dipendenti di qualsiasi ordine e grado, tutti riuniti per parlare ancora una volta, e forse mai abbastanza, di un periodo storico nella lotta alla mafia che segnò e sconvolse la Sicilia e l’Italia intera. La stagione che costituisce uno spartiacque, un momento di non ritorno, una rivoluzione nella ‘gestione’ della criminalità organizzata, è, per Caselli, il periodo in cui operarono i magistrati Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino. “Prima di loro - ha sottolineato infatti - la mafia non era mai stata fronteggiata efficacemente sul piano investigativo e giudiziario. Anzi, vi fu un periodo - aggiunge - in cui lo sforzo prevalente era quello di minimizzare o di ignorare assurdamente che la mafia esistesse”. L’intervento di Caselli, una lunga carrellata sulla storia e l’evoluzione del fenomeno mafioso, ha spostato l’attenzione in particolare sul percorso compiuto e sul ‘metodo di lavoro’ creato dai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino appositamente per combattere la mafia. “Contribuirono alla creazione della Direzione nazionale antimafia - ha precisato Caselli - come struttura per il coordinamento a livello nazionale di tutte le indagini di mafia effettuate nel territorio dello Stato, le procure distrettuali antimafia e la Dia, una sorta di Fbi italiana impegnata esclusivamente nella lotta alla criminalità organizzata. Falcone inoltre gettò le basi della legge sui ‘pentiti’ e della legge sul trattamento carcerario di rigore per i detenuti appartenenti a cosa nostra (il 41 bis)”. Non sono mancate le affermazioni polemiche. Caselli ha evidenziato amaramente l’ostilità e l’ostracismo che Falcone e Borsellino dovettero subire nell’ambiente giudiziario. “E' una vergogna nella storia nazionale e in un paese civile - ha affermato - che entrambi a causa delle loro inchieste abbiano dovuto sopportare di essere ‘spazzati’ via a livello professionale”.
“La mafia esiste da centocinquanta anni - ha poi aggiunto il procuratore - e la sua longevità è dovuta ad una struttura che non possiamo solo definire gangsteristica’, perché ha sempre goduto di coperture da parte dello Stato, del mondo imprenditoriale e politico”. La riflessione che ha concluso il suo intervento è un monito per chi nel presente e nel futuro dovrà confrontarsi con questa realtà e scegliere se contrastarla o ostentare indifferenza. “Il rischio che oggi va evitato - ha chiarito - è il riemergere della cultura della scaltrezza, dello slogan ‘se sei furbo ne resti fuori’, del disimpegno, del basso profilo o della soluzione accomodante. L’impegno è vero costa fatica - ha concluso Caselli - ma l’intransigenza è l’unica via che dobbiamo perseguire”. Al seminario ha partecipato anche il giornalista Rino Cascio con una personale testimonianza sui ‘maxiprocessi’ e le stragi di Falcone e Borsellino. “In quel periodo si partecipava alle udienze seguite da una moltitudine di curiosi e i giornali riportavano i resoconti stenografici delle dichiarazioni di boss e pentiti. Fu un momento - ha aggiunto - nel quale il giornalismo d’inchiesta era venuto meno". Nel ricordo di Cascio c’è anche la grande indignazione e lo sgomento della popolazione per le stragi di Capaci e di via D’Amelio, ma anche la gioia e l’entusiasmo all’indomani dell’arresto di Toto Riina, che di quegli attentati era stato il principale mandante. “La città vedeva finalmente un nuovo modo di fare giustizia e politica. Si moltiplicavano i sit-in, i cortei e le proteste per gridare a gola spiegata il proprio no alla mafia”. Per Cascio, però, nel complesso venne a mancare una osservazione e una critica ragionevole, uno sguardo che riuscisse a giudicare con lucidità e il necessario distacco il fenomeno mafioso. “Tutta la verità sembrava scaturire dagli atti giudiziari e persino la stampa non riusciva a leggere i fatti in maniera laica e ed equidistante”. Quello che oggi, invece, dobbiamo fare è andare oltre la storia di Cosa nostra, andare a vedere quanto di mafia c’è nel ventre molle della città. “Secondo il Calvino delle 'città invisibili' abbiamo due possibilità: adattarci all’inferno o mettere le mani nelle fiamme. Per me l’unica soluzione è la seconda, non esiste alternativa”.
Letizia Loiacono

(1 dicembre 2004)

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