|
|
|
|
Cronaca Universitaria |
|
|
041129aleb
Riflessioni
sul tema nell'ultima giornata di "Cronache di mafia"
Cosa nostra, la politica e il giornalismo
Durante l’ultimo incontro del seminario è
stata descritto lo stato della malavita organizzata. Per il procuratore
capo della Repubblica oggi la criminalità punta sui parlamentari
insospettabili “perché l’uomo chiacchierato prima o
poi finisce indagato”. Del suo rapporto con la stampa dice: “non
è stato facile specie all’inizio”. Ad aprire i lavori
è stato Franco Nicastro presidente dell'Ordine dei giornalisti
di Sicilia: "Da tempo le inchieste sulla mafia sono scomparse
dai giornali"
La
mafia e la politica vivono in simbiosi, il rapporto che li unisce è
come quello che hanno i pesci con l’acqua. Non ha dubbi il procuratore
capo della Repubblica Pietro Grasso, ultimo ospite del ciclo di seminari
"Cronache di mafia" che si è tenuto la settimana scorsa
presso l’Aula Magna della facoltà di Lettere e organizzato
dall’associazione studentesca Saltatempo. Un discorso lucido
e chiaro in cui il procuratore ha fatto il punto sullo situazione criminale
in Sicilia, spinto anche da Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica,
che dal tavolo dei relatori ha posto le domande. Grasso si è affidato
a una frase del pentito Giuffrè per spiegare le collusioni di palazzo.
“Oggi la mafia cerca persone dal pedigree puro perché il
politico chiacchierato prima o poi viene indagato e non serve più
all’organizzazione - approfondisce il procuratore - oggi è
ritornato il disegno in cui la mafia non deve aggredire le istituzioni
ma vi si deve infiltrare”.
Sicuramente in Sicilia molte cose sono cambiate. Il pentito Buscetta e
il giudice Falcone hanno rivisto il concetto di mafia e lo hanno sganciato
dalla cultura siciliana. E’ stato coniato il termine Cosa Nostra.
“Questo fenomeno criminale è un caso unico - ha spiegato
Grasso - perché non si limita a seguire le logiche del profitto
ma cerca anche il consenso della gente, infiltrandosi nelle scuole e nelle
istituzioni per partecipare al potere e presentandosi anche come una esecutrice
di giustizia che libera dalle ingiustizie gli innocenti”.
Si mette anche a scherzare con il pubblico, Pietro Grasso, e sembra quasi
che stia raccontando una barzelletta quando parla del mancato attentato
nei suoi confronti a Monreale e del modo in cui ne è venuto a conoscenza
“mi chiamò Mori - racconta il relatore - che ere al Ros per
dirmi che un pentito, Matteo La Barbera, aveva parlato di un attentato
a un magistrato di cui non ricordava il nome. Mi fece entrare nella stanza
e il pentito spaventato esordì: è lui”.
Pietro Grasso ha poi dato un accenno al suo rapporto, non facile, con
i giornalisti “appena sono arrivato ho avuto un impatto piuttosto
duro - dice Grasso - una volta avevamo saputo che Bennardo Provenzano,
latitante da 41 anni, si trovava ricoverato in una clinica. Eravamo pronti
a far partire le perquisizioni ma La Repubblica ci precedette
pubblicando la notizia, di conseguenza abbandonammo le indagini”.
Da tempo, però, le inchieste sulla mafia sono scomparse.
Ed è un’accusa che Franco Nicastro, presidente dell’Ordine
dei giornalisti di Sicilia, scaglia dai microfoni dell’aula durante
il suo intervento che ha preceduto quello del procuratore capo. “Sulla
mafia oggi si producono solo dossier - ha detto Nicastro - nel 2002 un
dossier del Giornale di Sicilia ha ripercorso i 10 anni di attività
dell’organizzazione a partire dalle stragi. Si è trattato
di una semplice sistemazione organica di notizie già date, comunque
utile”. Non c’è più un lavoro di ricerca originale
come quello svolto dal giornale L’Ora il quotidiano palermitano,
da quattro anni definitivamente, che fin dagli anni 50 aveva fatto della
lotta alla mafia il suo cavallo di battaglia. “Un modello di giornalismo
di inchiesta - ha detto il presidente - che ha dato vita a Palermo ad
una struttura originale”. Ma il presidente non vuole assolutamente
apparire nostalgico, il suo intento è quello di far capire come
nell’informazione sulla mafia dagli anni 80 in poi è mancato
l’approfondimento e la profondità. Non è certo colpa
dei giornalisti che, comunque attraverso la cronaca, assicurano la copertura
dell’evento “bisogna puntare su scelte di natura professionale
che prendano le distanze dalle fonti per dare vita a delle inchieste parallele
- ha spiegato il relatore - i grandi giornali nazionali sembra abbiano
cancellato dalla loro agenda la mafia”.
Alessandro Baglieri
(29 novembre 2004)
rev damo
Ateneonline (www.ateneonline-aol.it)
Testata periodica registrata presso il Tribunale di Palermo
al n. 10 del 1/6/2001
Direttore: Giuseppe Silvestri. Direttore
responsabile: Dario Fidora
Redazione a cura della Scuola di Giornalismo - Corso di
laurea in Scienze della Comunicazione
Presidente: Antonio La Spina
|