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Approfondimento
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041124nora
A Lettere parte il convegno “Cronache
di mafia” fino al 26 novembre
"Quell’estate
del '92 che fu l'11 settembre siciliano"
"Falcone e Borsellino erano le nostre Torri
gemelle" ha detto Massimiliano Lombardo, rappresentante degli studenti,
che hanno organizzato l'incontro. Saranno
indagati vari aspetti del fenomeno, come
politica, religione, imprenditoria,
magistratura e giornalismo. Concluderà il convegno
Pietro Grasso, capo della Procura della repubblica di Palermo
Giovani
pieni di consapevolezza e di voglia di discutere di un fenomeno come
quello
mafioso, che nostro malgrado è parte integrante della realtà siciliana.
Sono stati infatti gli studenti a volere e
portare avanti
un progetto che, finanziato dal ministero dell’Università,
vuole trascinare di nuovo sotto i riflettori l’impegno contro
la mafia: una Cosa nostra dalla nuova pelle, che dopo le stragi rumorose
e dolorose del ’92
agisce nel silenzio.
Il convegno “Cronache di mafia” è partito
ieri mattina alla facoltà di Lettere e filosofia e si concluderà
il 26 novembre, con l’intervento di Pietro Grasso,
procuratore capo di Palermo. La manifestazione nasce
da un’idea degli studenti dell’associazione “Saltatempo”
del corso di laurea in Scienze storiche e dai loro
colleghi del magazine universitario “Voice”. Il programma
prevede la discussione di vari temi tra cui le radici storiche del fenomeno
mafioso,
il rapporto
tra le donne e la mafia, le relazioni tra i mafiosi e la politica, il
senso religioso degli uomini di mafia, il rapporto tra Cosa nostra
e la
magistratura, e la relazione tra giornalismo e mafia. A parlare di queste
tematiche sono stati invitati professori, giuristi e giornalisti.
Ad aprire il dibattito ieri mattina è stato il rappresentante
degli studenti, Massimiliano Lombardo, il quale ha detto: “ Avevamo
dieci anni quando Cosa nostra uccise Falcone e Borsellino, ma solo adesso
possiamo
realmente
comprendere ciò accadde a Palermo in quei drammatici giorni. Il
’92 è stato per noi come l’undici settembre per gli
americani. I nostri giudici erano come le Torri Gemelle”. Nessuno
dimentica la reazione di Palermo a quelle stragi: per la
prima volta nella sua storia al silenzio si è opposta la protesta,
i cortei le le fiaccolate “per
non dimenticare”.
E protagonisti di quel cambiamento sono stati
proprio
i bambini
di allora, che oggi sono giovani consapevoli del rischio che
si corre nel credere che la mafia è stata sconfitta. “Noi
siamo cresciuti nella cultura della legalità attraverso iniziative
come
‘Palermo Anno Uno’ o ‘Palermo apre le porte’,
per ricordare il sacrificio di uomini di coraggio. Purtroppo però
oggi ci troviamo davanti a un’azione silenziosa della mafia, divenuta
un’entità sommersa che preferisce agire a riflettori spenti",
ha continuato il rappresentate degli studenti. “Crediamo che l’Università possa
e debba contribuire a formare una coscienza civile, debba aiutarci
ad affermare
i nostri diritti e la democrazia”, ha concluso Lombardo. Alla presentazione
del convegno sono stati invitati anche il pro rettore Giovanni Santangelo,
il preside della facoltà di Lettere e filosofia Giovanni Ruffino
e il presidente del corso di laurea in Scienze storiche Pietro Corrao.
Loro hanno parlato dell’impegno assunto dall’Università
nei riguardi di questi giovani che cercano di muovere le acque, ora che
Palermo vive una stagione di “calma apparente”, così
come l’ha definita lo stesso Ruffino. Corrao
ha invece ha precisato quale sia il compito infatti delle scienze storiche: “Promuovere
sì l’impegno civile, ma soprattutto
aiutare a sviluppare il senso critico, per guardare la realtà
e riuscire a riconoscere gli imbonitori”. A parlare della dimensione
storica del fenomeno mafioso è stato Salvatore Lupo, storico e docente
di Storia contemporanea alla facoltà di
Lettere. Lupo è partito dicendo che “il primo problema
quando si parla di mafia è di definizione. Qualora si sposasse
l’idea
che questa esiste, allora sorge il problema di spiegare cosa sia. Molti
sostengono che i siciliani sono ‘portatori sani di mafiosità”.
"La nostra non è
solo una società mafiosa, ma è innegabile che all’interno
di essa agisca un’organizzazione che ha una sua cultura, fatta
di aspetti tipici della tradizione siciliana”, ha continuato
Lupo. L’origine
etimologica della parola “omertà” non deriverebbe,
come molti credono, dalla parola “uomo”, arrivando alla
conclusione che essere omertosi significava dimostrare la massima
virilità.
In realtà omertà deriverebbe da “umiltà”,
e quindi il mafioso era colui che umilmente sottostava agli ordini di
organizzazione, dopo aver partecipato a un rito di iniziazione. Lupo
ha poi parlato dell’importanza del concetto di rete, intesa come
connessione tra il nucleo criminale originario e il resto della società. “La
mafia funziona come un antifurto, perché chiunque ‘goda’
della sua protezione, non corre rischi, mentre chi si sottrae a questo
controllo verrà danneggiato”, ha continuato lo storico, “e
non importa che per fare i propri interessi, i mafiosi si siano infiltrati
in modo capillare in mercati legali, a discapito della gente onesta”.
Già ai primi del ‘900 c’era chi sosteneva, come Santi
Romano, che l’associazione mafiosa si muoveva parallelamente
allo Stato. Ma come ha concluso Lupo “i loro interessi si sono
spesso sovrapposti, come ha dimostrato già il caso Andreotti,
nonostante l’assoluzione del senatore a vita. D’altronde
non va dimenticato che proprio lo Stato ha usato la mafia per mantenere
l’ordine in
zone ‘difficili’, e ha messo in atto la repressione solo
quando ha sentito minacciata la sua autorità”.
Eleonora Mannino
(24 novembre 2004)
rev sage
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