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Convegni - Approfondimento

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Termina la nona edizione del convegno internazionale di Egittologia
Antico Egitto, una civiltà lontana quattro millenni
Le popolazioni della valle del Nilo hanno riunito razze ed etnie molto diverse tra loro, costituendo un modello di società sorprendentemente moderno. Scarso e irrilevante il fenomeno della schiavitù. La dominazione romana trasformò il territorio nel “granaio dell’impero”, ma non ostacolò lo sviluppo architettonico delle città. Vari i reperti frutto degli scavi

Sin dalle origini si sono dotati di un’organizzazione complessiva ammirevole e di una stratificazione sociale moderna. All’alba della loro civiltà, le popolazioni della valle del Nilo hanno assunto i caratteri di un coagulamento umano lungo il fiume, soprattutto quando si è accentuata l’aridità che ha portato all’attuale desertificazione dell’Africa settentrionale. Questo e molti altri temi sono stati al centro dei quattro giorni dedicati al convegno internazionale di Egittologia e papirologia, giunto quest’anno alla sua nona edizione.
Nel corso dell’ultima giornata, che si è svolta sabato scorso a Villa Malfitano, i relatori hanno tracciato il profilo storico e sociale dell’antico Egitto, riprendendo le testimonianze relative a quell’epoca. Particolare attenzione è stata rivolta al periodo della dominazione romana, che rese quel territorio una provincia a statuto speciale, governata dagli stessi imperatori per mezzo di un prefetto di rango equestre. “L’Egitto è stato sempre un crogiuolo di razze e classi sociali diverse – ha spiegato Rosalia Marino, membro del Dipartimento dei Beni culturali dell’Università di Palermo, che con il Dipartimento di Storia del diritto ha organizzato il convegno –. In quella zona il fenomeno della schiavitù è stato esercitato solo nelle attività domestiche. Gli abitanti si sono dotati di un’organizzazione sociale che era il riflesso diretto di un particolare forma di sfruttamento economico, fondato su un complesso rapporto con la natura. La popolazione, divisa in nobili o proprietari terrieri e contadini, anche nei periodi più difficili si è sempre considerata libera”. L’arrivo dei Romani e dell’imperatore Settimio Severo ha diffuso un modello basato su grandi villaggi, chiamati municipi, vicini al Nilo. Per scongiurare il pericolo di rivolte interne, Diocleziano ha applicato un sistema ancora più decentrato. Tuttavia, la vera svolta si è avuta con la Costituzione antoniniana: “Questa – ha continuato Rosalia Marino - ha imposto a tutti gli egizi di osservare il diritto romano, ma alla fine si rivelò un provvedimento elastico, rispettato solo in parte. Alle popolazioni dominate fu infatti consentito di mantenere le consuetudini locali, purché queste non contravvenissero alle linee direttive della Costituzione”. Certe pratiche provinciali, come le unioni endogamiche o le parentele artificiali stipulate con i patti di sangue, infastidirono le autorità romane e furono represse con l’avvento del Cristianesimo, che diede il via alle persecuzioni contro i pagani.
Gli invasori rimasero comunque affascinati dalla cultura di un popolo che probabilmente avrebbe potuto insegnargli parecchio dal punto di vista della civiltà. Un’ammirazione che in molti casi ha sfiorato l’emulazione: gli imperatori si considerarono eredi dei faraoni e si fecero spesso rappresentare in abito e stile egizi, con il nome in geroglifici racchiuso in un cartiglio. I romani non esitarono a saccheggiare le risorse naturali che il Nilo offriva, tanto da considerare l’Egitto “il granaio dell’impero”.
La perdita della libertà non ostacolò lo sviluppo architettonico delle città egizie. Oltre alle celeberrime piramidi, la popolazione dimostrò di conoscere moderne tecniche di costruzione. I progetti studiati da un’equipe di studiosi dell’Università La Sapienza di Roma e illustrati nel corso del convegno hanno portato a un’analisi dettagliata dei materiali delle colonne, dei capitelli e delle fondazioni degli edifici. Gli scavi, realizzati nella zona di Kom al-Goral, nel nord del paese, hanno portato alla luce anche ceramiche, anfore, resti di piatti e vasi tipici della cultura locale.
Francesco Paolo Leonardo

rev cave
(16 novembre 2004)

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