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Inchiesta |
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041028aper
Il
nucleo che effettua ispezioni è composto da 4 carabinieri
A Palermo è emergenza
lavoro "nero"
Continua ad espandersi nel capoluogo siciliano il mondo del lavoro
sommerso. Dall'ultimo rapporto Censis emerge che il 45 per cento dei lavoratori
che operano nei cantieri lavora in nero. Secondo il segretario provinciale
della camera del lavoro manca un programma di repressione che tuteli i
dipendenti
Crescono
a Palermo il lavoro nero e il lavoro irregolare non solo nell'edilizia,
ma anche negli altri settori. Una condizione di precarizzazione generale
dove il lavoro sommerso diventa una forma di "libera scelta".
Da una recente ricerca statistica
condotta dalla facoltà di Economia dell’Università
di Palermo risulta che il 75 per cento di imprenditori intervistati valuta
la possibilità di entrare come azienda nel sistema del lavoro nero.
Questo significa che ormai esiste una propensione del lavoratore ad accettare
condizioni economiche svantaggiose. Da una recente indagine del Censis
emerge che nell'ultimo anno le forme di lavoro irregolare sono aumentate.
"Quello del lavoro sommerso è
un fenomeno presente soprattutto nei piccoli cantieri - spiega Francesco
Cantafia, segretario provinciale della camera del Lavoro - per
esempio quelli del centro storico. Ma purtroppo è
ricorrente anche nei grossi cantieri. Il tutto nasce da una cattiva abitudine
e la spiegazione è semplice: quella di risparmiare sui salari.
Ma c'è anche un problema di controlli, che sono quasi inesistenti".
In Italia gli organi preposti ai controlli sono l'Ispettorato
del lavoro, che ha il compito di verificare le condizioni di sicurezza
e il rapporto di lavoro.Tutti
uffici che prima erano controllati dal ministero del lavoro.
Ci sono poi l’Inps e l'Inail, che si
occupano di verificare la regolarità del rapporto di lavoro. Ma
una circolare del ministero indica che l'attività principale di
questi due enti non è la repressione, ma la collaborazione con
le imprese. Più semplicemente invece di sanzionare l'impresa che
assume personale in nero, si deve collaborare per fare assumere regolarmente
il lavoratore. Il rischio, quindi, per le imprese diventa al massimo la
collaborazione. "In Sicilia questi organi sono sotto organico
- sottolinea Cantafia - l’ultima pianta, infatti, prevedeva 54 ispettori,
mentre allo stato attuale nella provincia di Palermo sono appena 6 o 7.
Cioè il 10 per cento della forza possibile. L’unico
nucleo che effettua ispezioni in città è composto da quattro
carabinieri, che rappresentano l'unica fonte di lotta all’evasione.
Facendo un bilancio molto veloce, se in città un carabiniere effettuasse
un'ispezione la mattina e una il pomeriggio, ritmi che sono comunque impossibili,
per ispezionare tutte le imprese di Palermo ci vorrebbero 150 anni. Da
ciò si deduce che esiste un basso rischio per gli imprenditori
di essere ispezionati."
A Palermo la forma di lavoro nero più comune riguarda: commesse,
baristi, rappresentanti. Tutti sanno, ma nessuno fa niente.
"Certamente, e
poi il titolare non rischia quasi nulla - aggiunge Cantafia - a meno che
il dipendente non venga licenziato in malo modo e decida di fare una vertenza.
Cosa che accade di rado. Ci sono poi le situazioni di lavoro grigio, quando
i lavoratori apparentemente messi in regola hanno una busta paga più
grande di quanto realmente percepiscono. Questo accade, in particolare,
quando le imprese hanno rapporti con la pubblica amministrazione, per
avere alti costi di produzione formali e bassi effettivi. Dichiarano 100
di ricavo e 99 di uscita. Infatti in questi casi il pagamento avviene
in contanti e non tramite accredito bancario e il contante non lascia
traccie".
Dati allarmanti che sottolineano che occorre cambiare strategia, insistere
nel rafforzamento della cultura della legalità e mettere a disposizione
delle imprese e del territorio servizi e nuovi incentivi finanziari a
sostegno dell' emersione. "Purtroppo, il lavoratore che decide di
lavorare in nero perde il suo futuro - conclude il segretario provinciale
del lavoro - guadagna
poco e non mette da parte nulla per il suo sistema contributivo. Quindi
perde due volte, il reddito minore nel presente e pensione più
bassa in futuro. C'è inoltre, una differenza sostanziale nella
situazione italiana. Mentre al Nord è una maniera per integrare
il reddito, nel caso in cui un dipendente svolge un doppio lavoro, al
Sud, invece, è un modo per sottopagare le persone".
Andrea Perniciaro
(28 ottobre 2004)
rev rosi/damo
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