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Approfondimento Agraria

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A Palermo il “Quinto convegno nazionale fitofarmaci e ambiente”
Lo sviluppo dell'agricoltura “protetta”
tra normativa europea e lentezze attuative
Promotori dei due giorni di studio, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, l’Agenzia nazionale per la protezione ambientale e i servizi tecnici e l'Ateneo palermitano. Per rispondere ai pericoli legati all’impiego dei fitofarmaci, un accordo Stato-Regioni e Piani triennali di controllo dei protocolli. A livello locale, però, “i provvedimenti sono spesso disattesi”, secondo Pietro Paris dell’Agenzia nazionale per la protezione ambientale e per i servizi tecnici di Roma

Un Paese a due velocità il nostro, dove le norme sulla produzione agricola basata sull’impiego di fitofarmaci esistono, ma vengono applicate con notevoli ritardi. E’ quanto emerge dal “Quinto convegno nazionale fitofarmaci e ambiente”, che si è tenuto nell’Aula Magna della facoltà di Agraria dell’Università di Palermo.
Due giorni, promossi dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, dall’Agenzia nazionale per la protezione ambientale e per i servizi tecnici e dall’Ateneo palermitano, per discutere delle coltivazioni in “ambiente protetto” e delle possibili conseguenze di questa particolare modalità di produzione.
”I prodotti fitosanitari - ha ricordato Vittoria Giudice membro della segreteria scientifica del convegno - costituiscono un notevole problema di impatto sia per il verde, sia per l’uomo nella duplice veste di operatore agricolo e consumatore”. Le molecole impiegate nei prodotti fitosanitari non sono degradabili, pertanto, una volta impiegate, ricadono al suolo generando problemi di smaltimento. Ecco perchè è emersa, nel corso degli anni, la necessità di un costante monitoraggio del destino di queste sostanze. “Risale al 2003 un accordo Stato/Regioni - ha detto Pietro Paris dell’Agenzia nazionale per la protezione ambientale e per i servizi tecnici di Roma - per la gestione di un preciso piano di controllo degli effetti ambientali dei protocolli fitosanitari”.
Il programma, che interessa il triennio 2003/2005, mira alla ”rilevazione degli effetti non prevedibili al momento dell’autorizzazione all’uso dei prodotti fitosanitari, alla definizione di un dettagliato quadro conoscitivo per la prevenzione dei rischi e all’armonizzazione dei controlli compiuti su scala regionale”.
Ciò che emerge è una rigida distinzione dei ruoli: se l’Agenzia nazionale pone le linee guida, indicando sostanze da studiare, metodi e zone di campionamento, spetta alle singole Regioni l’analisi del territorio e l’invio dei dati ai referenti in sede nazionale. ”Alla conclusione del secondo anno di applicazione dell’accordo, però - ha chiarito Paris - solo 13 Regioni hanno fatto pervenire i dati e altre sembrano ignorare l’esistenza del provvedimento”.
La Sicilia è, con 8mila ettari di terreno, al primo posto in Italia per le colture in ambiente protetto, eppure, sono stati inviati all’Agenzia nazionale solo 22 campioni prelevati da falde acquifere superficiali e 36 da quelle sotterranee. Calabria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto non hanno neppure nominato l’autorità referente. “Anche quando le Regioni inviano i dati - ha sottolineato l’esperto - non sono frutto di indagini mirate”. “Esistono, infatti, diversi tipi di prodotti fitosanitari e ognuno richiede studi specifici”, ribadisce Vittoria Giudice. “Ogni piano di progettazione - dice - deve rispondere a uno schema razionale che tenga conto solo delle sostanze effettivamente utilizzate”.
“Difficoltà che si riscontrano - secondo Roberto Dommarco del dipartimento Ambiente e prevenzione primaria dell’Istituto superiore di sanità - anche in merito al Piano triennale di sorveglianza sanitaria in merito all’esposizione del consumatore ai residui di antiparassitari.”
”Un panorama negativo, sì, ma non troppo”, ha voluto rassicurare il delegato dell’Agenzia nazionale. “I ritardi sulla tabella di marcia erano prevedibili - ha ammesso - è importante comunque che il nostro Paese si sia dotato di un piano nazionale per il monitoraggio e una corretta gestione delle informazioni”. Una soluzione, secondo Paris, “potrebbe essere la proroga dei termini del piano” e, secondo Vittoria Giudice, ”l’incremento di risorse umane e materiali”.
Nadia Palazzolo

(21 ottobre 2004)

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