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Approfondimento
Agraria |
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041021napaAPagr
A
Palermo il “Quinto convegno nazionale fitofarmaci e ambiente”
Lo sviluppo dell'agricoltura “protetta”
tra normativa
europea e lentezze attuative
Promotori dei due giorni
di studio, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente,
l’Agenzia nazionale per la protezione ambientale e i servizi tecnici
e l'Ateneo palermitano. Per rispondere ai pericoli legati all’impiego
dei fitofarmaci, un accordo Stato-Regioni e Piani triennali di controllo
dei protocolli. A livello locale, però, “i provvedimenti sono
spesso disattesi”, secondo Pietro Paris dell’Agenzia nazionale
per la protezione ambientale e per i servizi tecnici di Roma
Un Paese a due velocità il nostro,
dove le norme sulla produzione agricola basata sull’impiego di fitofarmaci
esistono, ma vengono applicate con notevoli ritardi. E’ quanto emerge
dal “Quinto convegno nazionale fitofarmaci e ambiente”, che
si è tenuto nell’Aula Magna della facoltà di Agraria
dell’Università di Palermo.
Due giorni, promossi dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente,
dall’Agenzia nazionale per la protezione ambientale e per i servizi
tecnici e dall’Ateneo palermitano, per discutere delle coltivazioni
in “ambiente protetto” e delle possibili conseguenze di questa
particolare modalità di produzione.
”I prodotti fitosanitari - ha ricordato Vittoria Giudice membro
della segreteria scientifica del convegno - costituiscono un notevole
problema di impatto sia per il verde, sia per l’uomo nella duplice
veste di operatore agricolo e consumatore”. Le molecole impiegate
nei prodotti fitosanitari non sono degradabili, pertanto, una volta impiegate,
ricadono al suolo generando problemi di smaltimento. Ecco perchè
è emersa, nel corso degli anni, la necessità di un costante
monitoraggio del destino di queste sostanze. “Risale al 2003 un
accordo Stato/Regioni - ha detto Pietro Paris dell’Agenzia nazionale
per la protezione ambientale e per i servizi tecnici di Roma - per la
gestione di un preciso piano di controllo degli effetti ambientali dei
protocolli fitosanitari”.
Il programma, che interessa il triennio 2003/2005, mira alla ”rilevazione
degli effetti non prevedibili al momento dell’autorizzazione all’uso
dei prodotti fitosanitari, alla definizione di un dettagliato quadro conoscitivo
per la prevenzione dei rischi e all’armonizzazione dei controlli
compiuti su scala regionale”.
Ciò che emerge è una rigida distinzione dei ruoli: se l’Agenzia
nazionale pone le linee guida, indicando sostanze da studiare, metodi
e zone di campionamento, spetta alle singole Regioni l’analisi del
territorio e l’invio dei dati ai referenti in sede nazionale. ”Alla
conclusione del secondo anno di applicazione dell’accordo, però
- ha chiarito Paris - solo 13 Regioni hanno fatto pervenire i dati e altre
sembrano ignorare l’esistenza del provvedimento”.
La Sicilia è, con 8mila ettari di terreno, al primo posto in Italia
per le colture in ambiente protetto, eppure, sono stati inviati all’Agenzia
nazionale solo 22 campioni prelevati da falde acquifere superficiali e
36 da quelle sotterranee. Calabria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e
Veneto non hanno neppure nominato l’autorità referente. “Anche
quando le Regioni inviano i dati - ha sottolineato l’esperto - non
sono frutto di indagini mirate”. “Esistono, infatti, diversi
tipi di prodotti fitosanitari e ognuno richiede studi specifici”,
ribadisce Vittoria Giudice. “Ogni piano di progettazione - dice
- deve rispondere a uno schema razionale che tenga conto solo delle sostanze
effettivamente utilizzate”.
“Difficoltà che si riscontrano - secondo Roberto Dommarco
del dipartimento Ambiente e prevenzione primaria dell’Istituto superiore
di sanità - anche in merito al Piano triennale di sorveglianza
sanitaria in merito all’esposizione del consumatore ai residui di
antiparassitari.”
”Un panorama negativo, sì, ma non troppo”, ha voluto
rassicurare il delegato dell’Agenzia nazionale. “I ritardi
sulla tabella di marcia erano prevedibili - ha ammesso - è importante
comunque che il nostro Paese si sia dotato di un piano nazionale per il
monitoraggio e una corretta gestione delle informazioni”. Una soluzione,
secondo Paris, “potrebbe essere la proroga dei termini del piano”
e, secondo Vittoria Giudice, ”l’incremento di risorse umane
e materiali”.
Nadia Palazzolo
(21 ottobre 2004)
rev damo
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al n. 10 del 1/6/2001
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