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Cultura e Spettacolo
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041015fabsAP
La
pellicola, tratta da una biografia di Joachim Fest, presto in Italia
La disfatta: gli ultimi giorni del Fuhrer
diventano un film
La precisa volontà di voler trascinare il popolo tedesco alla
distruzione, la fantasia che prende il totale sopravvento sulla realtà,
il tradimento del più fedele collaboratore e il matrimonio con
Eva Braun: Die Untergang racconta “l’ultimo atto” di
Adolf Hitler fino al colpo di pistola con cui si tolse la vita. Salvatore
Lupo, docente di Storia contemporanea a Lettere, ripercorre il tramonto
del terzo Reich
Il 30 aprile del 1945, al termine di un banchetto con le sue segretarie
e il cuoco, e dopo aver salutato gli ultimi seguaci nel bunker dove si
era rinchiuso da mesi, Adolf Hitler si sparò il colpo di pistola
con cui diede fine alla sua vita. Proprio in quelle ore, le truppe dell’Armata
Rossa, l’esercito sovietico, stavano dando l’assalto finale
al Reichstag, il Parlamento tedesco, che i dirigenti comunisti avevano
individuato come “il simbolo di Berlino”. Sono proprio questi
ultimi giorni di vita del Fuhrer ad aver spinto il regista tedesco Oliver
Hirschbiegel a girare un film intitolato La disfatta (Die Untergang).
La pellicola, uscita nelle sale cinematografiche tedesche e presto distribuita
in Italia da Raicinema, è tratta dall’omonimo libro del maggiore
biografo del tiranno nazista, Joachim Fest.
Quello che accadde nei mesi che precedettero la caduta del Reich non furono
solo gli orrori di una sconfitta definitiva, con città distrutte,
milioni di morti, intere popolazioni in fuga. Fu uno sfacelo voluto. “Secondo
l’ideologia hitleriana - spiega Salvatore Lupo, docente di Storia
contemporanea alla facoltà di Lettere di Palermo - il popolo tedesco
aveva una missione da realizzare: distruggere il pericolo comunista, e
con esso le popolazioni di origine ebrea e slava. Il fallimento di questo
obbiettivo - prosegue - era meritevole di sconfitta, di annientamento:
una punizione per quel popolo che non era stato all’altezza del
suo sogno di onnipotenza”.
Nel momento del disastro vennero a galla, nella mente di Hitler, complessi
sensi di appagamento. Ora che il suo Reich stava lentamente, ma inesorabilmente,
sfaldandosi, il suo profondo istinto distruttivo risultò pienamente
soddisfatto, come se gli eventi catastrofici delle ultime settimane gli
avessero dato un sollievo maggiore delle vittorie del passato. Così
Hitler lasciò alla fine Berlino nelle mani di truppe mal governate,
composte soprattutto da bambini e anziani. Erano davvero le ultime truppe
rimaste, ma Hitler pensava che ce ne fossero altre: nella sua fantasia
disponeva di un numero incredibile di mezzi e uomini. Credeva, ad esempio,
che ci fosse un gruppo agli ordini del generale delle SS Steiner proprio
nelle vicinanze della capitale, e vedeva crescere quelle truppe di giorno
in giorno. Questo era un simbolo del suo smarrito senso della realtà,
accentuato nel finire dei suoi giorni.
Fondamentale per l’ascesa e il consolidamento del regime nazista
era stato il particolare rapporto tra Hitler e i suoi collaboratori: “Il
Reich - dice Lupo - si basava sul cosiddetto ‘Fuhrer princip’,
un’ideologia che era implicitamente espressa e interpretata dai
collaboratori più stretti. Era un gruppo eccezionalmente coeso
in cui non esistevano norme: il carisma di Hitler era sufficiente per
far andare avanti il meccanismo. In un regime tirannico - spiega il docente
- si tende generalmente a togliere spazio ai propri collaboratori, in
modo da limitarne il potere. In questa banda di criminali, invece, accadeva
esattamente il contrario, ed è un mistero anche per gli studiosi
del nazismo come questo regime sia potuto durare così a lungo”.
Si capisce, quindi, come il tradimento da parte di colui che Hitler stesso
considerava “il più fedele tra i fedelissimi”, il gerarca
Heinrich Himmler, fosse stato il colpo più duro che il Fuhrer
potesse ricevere. Era il 28 aprile, Himmler aveva cercato un accordo
con gli Alleati:
per Hitler quello fu il crollo di tutto un mondo.
Ne La disfatta, c’è anche spazio per un lato praticamente
sconosciuto della personalità di Hitler: l’umanità,
e il suo matrimonio con Eva Braun a pochi giorni dal suicidio ne è
un esempio. Hitler sposò la donna sicuramente per gratitudine,
visto che la Braun era scesa con lui nel bunker e gli aveva fatto capire
che non sarebbe mai fuggita. Ma c’era anche un’altra ragione:
sicuramente Hitler sapeva che per lui era veramente finita. Per tutta
la vita aveva detto che non poteva essere visto in compagnia di una donna
perché così, almeno nelle sue speranze, poteva potenzialmente
conquistare il cuore di tutte le donne tedesche. La decisione di sposarsi
va quindi vista innanzitutto come la consapevolezza di aver perso ogni
potere.
Proprio questa umanità è stata al centro di numerose polemiche
in Germania: il volto di Hitler nel film, Bruno Ganz, è stato accusato
di dare del Fuhrer un’immagine accattivante, e quindi fuorviante,
soprattutto per i giovani. Accuse respinte sia da Ganz (“Il popolo
e lo Stato tedesco sono abbastanza solidi per sostenere questo film”),
sia da Joachim Fest, che recentemente ha detto: “La cosa peggiore
non è che Hitler fosse un mostro, ma che fosse un uomo. Il male
fa parte dell’uomo: non possiamo più espellerlo parlando
di mostri”.
Fabio Scavuzzo
rev giol
(10 gennaio 2005)
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al n. 10 del 1/6/2001
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