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Approfondimento
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040722scatAP
Quando gli yankee sbarcarono nella terra dei
"Don…"
Lo storico Salvatore Lupo ripercorre l'episodio dell’invasione
alleata in Sicilia chiarendo i suoi risvolti più oscuri come il presunto
complotto angloamericano con la mafia siciliana e le sue ripercussioni nella
società isolana di quel tempo
Nel
mese di luglio ricorre l’anniversario dello sbarco angloamericano
in Sicilia: 3.000 navi, 4.000 aerei e 450.000 uomini parteciparono al
più grande attacco anfibio della storia. L’operazione “Husky”
ebbe inizio il dieci luglio del 1943 nelle coste meridionali della Sicilia
e fu portata a termine dopo 38 giorni. Salvatore Lupo, docente di storia
contemporanea all’Università di Palermo e storico della mafia,
ricostruisce alcuni tra gli aspetti più controversi e dibattuti
di un evento che segnò l’inizio della resa italiana e l’apertura
di nuovi scenari all’interno della realtà siciliana di quel
periodo.
La prima questione riguarda la scelta fatta da Churchill e Roosvelt all’incontro
di Casablanca: la decisione su dove aprire il “secondo fronte”
di lotta all’Asse cadde sulla Sicilia. “C’erano in ballo
tre ipotesi - afferma Lupo -, la prima, auspicata dai sovietici, prevedeva
lo sbarco nelle coste settentrionali dell’Europa, la seconda guardava
ai Balcani e la terza puntava sulla Sicilia. Fu scelta quest’ultima
opzione per il semplice fatto che l’Italia rappresentava l’avversario
più debole”.
Tra gli storici è ancora aperta la diatriba sul ruolo avuto dalla
mafia siciliana nella preparazione dello sbarco alleato. A tal proposito
Lupo sgombera subito il campo da ogni possibile equivoco: “La storia
di una mafia che aiutò gli angloamericani nello sbarco in Sicilia
è soltanto una leggenda priva di qualsiasi riscontro, anzi –
continua – esistono documenti inglesi e americani sulla preparazione
dello sbarco che confutano questa teoria; la potenza militare degli alleati
era tale da non avere bisogno di ricorrere a questi mezzi. Uno dei pochi
episodi riscontrabili sul piano dei documenti – conclude lo storico
– è l’aiuto che Lucky Luciano propose ai servizi segreti
della marina americana per far cessare alcuni sabotaggi, da lui stesso
commissionati, nel porto di New York; ma tutto ciò ha un valore
minimo dal punto di vista storico, e soprattutto non ha alcun nesso con
l’operazione “Husky”. Lo sbarco in Sicilia non rappresenta
nessun legame tra l’esercito americano e la mafia, ma certamente
contribuì a rinsaldare i legami e le relazioni affaristiche di
Cosa Nostra siciliana con i cugini d’oltreoceano”.
Se, da un lato, risulta quantomeno dubbia l’ipotesi che gli “amici
degli amici” abbiano avuto un ruolo decisivo nello sbarco angloamericano
in Sicilia, dall’altro è innegabile che gli alleati si servirono
di personaggi del calibro di Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo per
mantenere l’ordine nell’isola occupata. Il boss americano
Vito Genovese, nonostante fosse ricercato dalla polizia statunitense,
divenne l’interprete di fiducia di Charles Poletti, capo del comando
militare alleato. “Non vi è dubbio - afferma Lupo - che gli
alleati non conoscessero la realtà siciliana e che cercassero di
volta in volta, da paese a paese, l’interlocutore migliore sul piano
del potere locale, questi però non era rappresentato soltanto dalla
mafia, ma anche dall’aristocrazia terriera, dalla chiesa, non a
caso il nome di Calogero Vizzini fu suggerito agli angloamericani dal
fratello vescovo, e da quell’aggregato mafioso-clientelare che era
il Movimento indipendentista siciliano”.
Lupo fa riferimento all’esperienza del Mis, una formazione politica
che annoverava tra le proprie file anche mafiosi del calibro di Vizzini,
Navarra, Genco Russo e del giovane Tommaso Buscetta, oltre ad elementi
dell’aristocrazia terriera come Lucio Tasca, nominato dagli alleati
sindaco di Palermo. “Si trattò - afferma il docente - di
un movimento che per un certo periodo vaneggiò anche il sogno di
una Sicilia come 49° stella della bandiera statunitense, ipotesi mai
presa in seria considerazione dagli americani, e che ebbe un seguito scarso
e di breve durata. L’esperienza del Mis, tuttavia, - conclude Lupo
- aiuta a capire che tipo di rapporto sarà quello tra la mafia
e la politica nell’Italia repubblicana".
Salvatore Cataldo
(22 luglio 2004)
rev feb
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