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Quando gli yankee sbarcarono nella terra dei "Don…"
Lo storico Salvatore Lupo ripercorre l'episodio dell’invasione alleata in Sicilia chiarendo i suoi risvolti più oscuri come il presunto complotto angloamericano con la mafia siciliana e le sue ripercussioni nella società isolana di quel tempo

Nel mese di luglio ricorre l’anniversario dello sbarco angloamericano in Sicilia: 3.000 navi, 4.000 aerei e 450.000 uomini parteciparono al più grande attacco anfibio della storia. L’operazione “Husky” ebbe inizio il dieci luglio del 1943 nelle coste meridionali della Sicilia e fu portata a termine dopo 38 giorni. Salvatore Lupo, docente di storia contemporanea all’Università di Palermo e storico della mafia, ricostruisce alcuni tra gli aspetti più controversi e dibattuti di un evento che segnò l’inizio della resa italiana e l’apertura di nuovi scenari all’interno della realtà siciliana di quel periodo.
La prima questione riguarda la scelta fatta da Churchill e Roosvelt all’incontro di Casablanca: la decisione su dove aprire il “secondo fronte” di lotta all’Asse cadde sulla Sicilia. “C’erano in ballo tre ipotesi - afferma Lupo -, la prima, auspicata dai sovietici, prevedeva lo sbarco nelle coste settentrionali dell’Europa, la seconda guardava ai Balcani e la terza puntava sulla Sicilia. Fu scelta quest’ultima opzione per il semplice fatto che l’Italia rappresentava l’avversario più debole”.
Tra gli storici è ancora aperta la diatriba sul ruolo avuto dalla mafia siciliana nella preparazione dello sbarco alleato. A tal proposito Lupo sgombera subito il campo da ogni possibile equivoco: “La storia di una mafia che aiutò gli angloamericani nello sbarco in Sicilia è soltanto una leggenda priva di qualsiasi riscontro, anzi – continua – esistono documenti inglesi e americani sulla preparazione dello sbarco che confutano questa teoria; la potenza militare degli alleati era tale da non avere bisogno di ricorrere a questi mezzi. Uno dei pochi episodi riscontrabili sul piano dei documenti – conclude lo storico – è l’aiuto che Lucky Luciano propose ai servizi segreti della marina americana per far cessare alcuni sabotaggi, da lui stesso commissionati, nel porto di New York; ma tutto ciò ha un valore minimo dal punto di vista storico, e soprattutto non ha alcun nesso con l’operazione “Husky”. Lo sbarco in Sicilia non rappresenta nessun legame tra l’esercito americano e la mafia, ma certamente contribuì a rinsaldare i legami e le relazioni affaristiche di Cosa Nostra siciliana con i cugini d’oltreoceano”.
Se, da un lato, risulta quantomeno dubbia l’ipotesi che gli “amici degli amici” abbiano avuto un ruolo decisivo nello sbarco angloamericano in Sicilia, dall’altro è innegabile che gli alleati si servirono di personaggi del calibro di Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo per mantenere l’ordine nell’isola occupata. Il boss americano Vito Genovese, nonostante fosse ricercato dalla polizia statunitense, divenne l’interprete di fiducia di Charles Poletti, capo del comando militare alleato. “Non vi è dubbio - afferma Lupo - che gli alleati non conoscessero la realtà siciliana e che cercassero di volta in volta, da paese a paese, l’interlocutore migliore sul piano del potere locale, questi però non era rappresentato soltanto dalla mafia, ma anche dall’aristocrazia terriera, dalla chiesa, non a caso il nome di Calogero Vizzini fu suggerito agli angloamericani dal fratello vescovo, e da quell’aggregato mafioso-clientelare che era il Movimento indipendentista siciliano”.
Lupo fa riferimento all’esperienza del Mis, una formazione politica che annoverava tra le proprie file anche mafiosi del calibro di Vizzini, Navarra, Genco Russo e del giovane Tommaso Buscetta, oltre ad elementi dell’aristocrazia terriera come Lucio Tasca, nominato dagli alleati sindaco di Palermo. “Si trattò - afferma il docente - di un movimento che per un certo periodo vaneggiò anche il sogno di una Sicilia come 49° stella della bandiera statunitense, ipotesi mai presa in seria considerazione dagli americani, e che ebbe un seguito scarso e di breve durata. L’esperienza del Mis, tuttavia, - conclude Lupo - aiuta a capire che tipo di rapporto sarà quello tra la mafia e la politica nell’Italia repubblicana".
Salvatore Cataldo

(22 luglio 2004)

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