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Approfondimento
- Agraria |
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040628napaAPagr
Sbocchi lavorativi
in imdustrie alimentari e pubbliche amministrazioni
Agraria, corso
di laurea in Agricoltura biologica
Dove nascono gli artefici del "mangiar sano"
Il
forte orientamento alla professione è la chiave del corso di
studi. In cantiere una laurea
di secondo livello internazionale. Opinione
pubblica e imprese sono sempre più attente alla tutela dei consumatori,
nascono così strutture scientifiche capaci di valutare l'impatto
dei pesticidi sulla produzione agricola Nata
in sordina, alla fine degli ani ’60, l’agricoltura biologica
è oggi una realtà significativa sul piano economico, occupazionale
e sociale.
Basta un rapido tour per i corridoi di un supermercato per
notare che i prodotti “bio”, non più relegati in scaffali
piccoli e polverosi, conquistano spazio di vendita e attenzione
dei consumatori.
La produzione del cosiddetto “mangiar sano” richiede competenze
specifiche, come quelle fornite dal corso di laurea in Agricoltura biologica
dell’Università di Palermo, presieduto da Giovanni Liotta.
Attivato da due anni, “è il corso preferito dai ragazzi,
tra tutti quelli della facoltà di Agraria”, dice Liotta.
"Oggi
– afferma – in tutto il mondo si sente l’esigenza
di tutelare la salute dei consumatori. Nel dopoguerra, le produzioni
crescevano
di pari passo con la difesa fitosanitaria, ma le sostanze usate spesso
non avevano la necessaria degradabilità e danneggiavano il prodotto.
Adesso – continua – l’opinione pubblica è più
consapevole e reclama informazioni sui processi di produzione. Questo
porta alla creazione di strutture scientifiche capaci di valutare l’impatto
dei pesticidi in generale sulla produzione agricola”.
Per quanto riguarda l’iter formativo, il primo anno fornisce le
competenze di base, mentre il secondo ha un taglio più professionalizzante.
L’ultimo anno, poi, prevede un tirocinio obbligatorio di circa 200
ore. “Puntiamo molto sull’aspetto professionale – sottolinea
Liotta – In questo modo il titolo conseguito è davvero spendibile
nel mondo del lavoro”.
Quando si parla di possibilità lavorative, Liotta si dimostra ottimista.
“Molte imprese – dice – assumono personale per verificare
i processi di produzione. In questo modo si assicurano che il prodotto
finale non contenga residui chimici oltre la soglia consentita dalla legge
e non corrono il rischio di avere una produzione invendibile. I controlli,
in questi anni, si stanno intensificando mettendo in allarme molte aziende.
I ragazzi possono essere assunti anche dai Comuni per la tutela e il trattamento
del verde urbano con mezzi non tradizionali e meno invasivi”.
Una terza possibilità di lavoro è poi data dalle industrie
di trasformazione, come quelle di vino, latte e confetture.
"La laurea di primo livello, però - puntualizza il docente
- non consente di trovare un impiego di alto livello.
Per questo la laurea specialistica diventa quasi un obbligo”.
Dello stesso parere è Dario Parrivecchio, primo dottore in Agricoltura
biologica dell’ateneo palermitano. Al momento Dario è iscritto
alla laurea di secondo livello in Agricoltura biologica attivata dall’Università
di Pisa. “Le possibilità di fare carriere non mancano –
dice – Si può lavorare con le università, perché
è un campo giovane e c’è ancora molto da scoprire.
In alternativa, ci sono gli incarichi come consulente o la direzione
di
un’azienda in proprio. Molto dipende dalla propria disponibilità,
ma una buona preparazione specialistica è un valido aiuto”.
Al momento, l’Università di Palermo non ha attivato corsi
di laurea di secondo livello in Agricoltura biologica, “ma –
ricorda il docente – stiamo predisponendo un programma di studio
internazionale. Gli animatori sarebbero Palermo e Bologna, tra i partner
dovrebbero esserci Germania e Olanda”.
Proprio l’Unione Europea rappresenta un elemento di stimolo per
il settore del biologico. “Ci supporta non solo in una prospettiva
finanziaria, ma puntando sulla formazione dei giovani agronomi. La
gestione
delle lauree di primo livello è lasciata alle singole nazioni,
mentre svolge un significativo ruolo di coordinamento per quelle specialistiche.
Si punta sulla collaborazione tra i diversi atenei d’Europa, anche
con i programmi di mobilità per studenti”.
Nadia Palazzolo
(7 luglio 2004)
rev feb
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