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L'omicidio che aprì 10 anni di faide, giudicate ora dalla Corte d'Assise
Assassinato Bontade esplose la guerra tra cosche
Una sentenza del tribunale palermitano chiude il processo per la lunga serie di delitti di mafia commessi nel capoluogo siciliano tra il 1981 e il 1991. La lunga scia di sangue nella guerra tra corleonesi e palermitani iniziÚ con líagguato in via Aloi in cui fu ammazzato il ìPrincipe di Villagraziaî

La parola fine a 10 anni di mafia a Palermo. L'ha pronunciata qualche giorno fa il presidente della Corte d'Assise del capoluogo Giuseppe Nobile, in una sentenza che ha chiuso la faida in cui si scontrarono senza esclusione di colpi il clan dei corleonesi capeggiato da TotÚ Riina e Bernardo Provenzano e le famiglie palermitane. I morti furono pi˜ di mille nella sola Palermo, ma quelli di cui si Ë occupato il processo ìAgate + 59î sono poco pi˜ di quaranta, comunque i pi˜ importanti.
La sentenza del tribunale palermitano ha inflitto ergastoli a tutti i boss della cupola, da Riina e Provenzano (líunico ancora latitante), ad Aglieri e Ganci, da Lucchese a CalÚ, da Graviano ai Madonia. Pi˜ lievi le pene per i collaboratori di giustizia: Giovanni Brusca ha avuto 14 anni, Nino GiuffrË 13, dodici gli assolti.
La guerra di mafia iniziÚ "ufficialmente" il 23 aprile 1981 con líuccisione di Stefano Bontade. Fu il segnale che erano arrivati i corleonesi. Il ìPapaî, Michele Greco, si fece da parte, tutti gli altri boss del capoluogo furono eliminati secondo una strategia che avrebbe consegnato il territorio di Palermo al clan di Riina e Provenzano. La calata dei viddani fu veloce e violenta; in pochi anni caddero sotto il fuoco di mitra allíavanguardia e lupare tradizionali i massimi esponenti delle cosche che fino agli anni í80 avevano dominato Palermo dividendosi territorio e competenze. I corleonesi pretesero tutto, e dopo Stefano Bontade andarono a stanare anche gli altri boss: Totuccio Inzerillo, Saro Riccobono di Partanna, TotÚ Scaglione, Giovanni Bontade, fratello di Don Stefano. Massacrati anche i superkiller Pino Greco detto scarpuzzedda e Mario Prestifilippo. A fine anni í80, iniziÚ la ìmattanzaî dei parenti dei pentiti, primo fra tutti Francesco Marino Mannoia, che perse in un solo giorno madre, zia e sorella. Líultimo omicidio della serie fu quello di Libero Grassi, imprenditore che si oppose al racket imposto dai fratelli Madonia. Líuomo fu ucciso ma per la prima volta la cittý si ribellÚ, e con la cittý anche le istituzioni che rafforzarono le misure di cautela per i negozianti.
Quello di Bontade non fu il primo omicidio mafioso dellí81, nÈ in generale della faida che contrappose le varie famiglie mafiose del capoluogo siciliano. Anzi secondo i quotidiani dellíepoca fu addirittura líomicidio numero 31 tra Palermo e provincia dallíinizio dellíanno. Ma mai i killer avevano colpito tanto in alto, uccidendo un boss, peraltro nel suo ìregnoî (líomicidio avvenne in via Aloi, nel quartiere Villagrazia che insieme a Santa Maria di Ges˜, la Guadagna e Villaciambra costituivano il territorio in cui ogni parola di un Bontade diventava legge).
Nonostante la figura di Stefano Bontade non fosse particolarmente presente nei verbali degli investigatori che si occupavano di mafia, al contrario del padre e del fratello, Giovanni, in carcere per traffico internazionale di stupefacenti, giý si sapeva che era ormai lui líerede della temuta e rispettata dinastia mafiosa palermitana. Una dinastia, quella dei Bontade, o Bontate o Bontý (il dubbio rimane tuttora) che era iniziata con Stefano Bontade senior, nonno del boss ucciso. Poi fu la volta di Paolo, che ampliÚ il potere della famiglia sino a diventare il vero padrone del territorio, rispettato e temuto da tutti. Un potere anche politico, quello conquistato da don Paolino, dato che divenne in poco tempo la vera autoritý di Villagrazia.
ì Una autoritý ancora pi˜ forte - scriveva il Giornale di Sicilia il giorno dopo líuccisione del figlio Stefano, che lo aveva ormai sostituito negli ìaffari di famigliaî - quando capÏ con quale potere politico doveva simpatizzare, la Dc naturalmenteÖ e cosÏ don Paolino era presente a Villa Igiea o alle Palme se vi erano riunioni politiche ed era presente anche al salone dei VicerË allíAssemblea Regionale. E nellíombroso cortile di Palazzo díOrleans non esitÚ a dare uno schiaffo ad un ësuoí deputato restio a votare nella maniera come gli ëamicií avevano deciso e deliberatoî.
Ma il nuovo business della droga spaventava il giovane Stefano. O forse non gli piaceva. E cosÏ si fece da parte, ma non permise lo spaccio nel suo territorio. Fu la sua condanna a morte, e come don Vito Corleone nel romanzo di Mario Puzo, anche Stefano Bontade fu freddato per far spazio al mercato degli stupefacenti. Fu la fine della vecchia mafia e líinizio del regno dei corleonesi, i nuovi padroni di Palermo.
Aldo Cangemi

(16 giugno 2004)

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