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Approfondimenti - Scienze politiche

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Cosa cambia con l'allargamento Ue
La nuova Europa guarda a Est

Dal primo maggio l’Ue ha dieci nuovi stati membri. Un evento storico, soprattutto per i Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia. Ma si aprono nuovi scenari anche per i “veterani” della comunità. A spiegarli è il docente di diritto comparato Antonello Miranda

L’ingresso di altri dieci paesi nell’Unione europea è indubbiamente un fatto storico. E non solo per i nuovi arrivati. Si apre per l’Europa una fase nuova, in cui si possono ridisegnare gli equilibri politici del vecchio continente, anche per quanto riguarda il rapporto con gli Stati Uniti. Antonello Miranda, direttore del centro interdipartimentale di Studi europei e comparatistici, spiega come è stato possibile l’allargamento ad est e le prospettive che si aprono in politica estera con i nuovi membri.
Che percorso hanno dovuto seguire i paesi dell’ex blocco sovietico per adeguare i loro ordinamenti giuridici a quelli dell’Unione europea?
Sul piano formale le costituzioni di quei paesi erano conformi a molti principi adottati dall'occidente, ma in realtà la situazione era ben diversa. Adeguarsi agli standard di democrazia dell’Ue è stata una operazione complessa per l'adeguamento delle regole "privatistiche". In questo campo ci sono stati cambiamenti davvero enormi. In molti di questi paesi il sistema commerciale molto limitato e basato sulla proprietà di Stato ha dovuto essere ripensato in modo totale per adeguarsi al primo e più semplice principio comunitario che è quello della libera concorrenza.
Si è trattato di ricreare norme in tema di proprietà privata e di libertà economica che hanno influito sulla concezione del contratto e della proprietà, della successione, e persino della famiglia. Intere parti del diritto privato sono state letteralmente stravolte dalla necessità di adeguamento alle regole comunitarie.
L’ingresso nell’unione di paesi molto vicini alle posizioni degli Usa (uno su tutti: la Polonia) può rallentare ancora la formazione di una “voce unica” europea in tema di politica estera?
E chi dice che le posizioni europee siano distanti da quelle americane? L'Europa non significa solo Francia o Germania. Che poi l'Unione europea non abbia una politica estera omogenea è un problema che risale a molto tempo fa e che non dipende certo dall'allargamento. Forse la presenza di più voci finirà per favorire la nascita di una voce comune. Il guaio è che fino a quando i paesi membri continueranno ad avere politiche estere indipendenti e spesso contrarie non si può neppure immaginare una politica comune. Però con i nuovi ingressi potrebbero saltare le "vecchie alleanze" e questo può essere un bene. Non è un caso che i francesi stiano tentando di rinverdire la formula del triumvirato cercando di coinvolgere nei colloqui riservati i tedeschi e gli inglesi.
Alcuni paesi vogliono ritardare di qualche anno la piena applicazione della libera circolazione delle persone per i nuovi membri. E’ un cedimento ad alcune tendenze xenofobe emerse ultimamente?
Il principio della libera circolazione non è gravemente compromesso. La clausola cui fai riferimento in fondo non impedisce la libera circolazione, ma stabilisce una "circolazione controllata", nel senso che per chi proviene da questi paesi non si applicherà immediatamente la convenzione Schenghen e quindi ci sarà il controllo alle frontiere (quelle esterne) e ci sarà la necessità di un permesso di soggiorno per periodi di stabilimento superiori ai sei mesi. Una regolamentazione si è resa necessaria perché alcuni paesi "di frontiera" rischiano un afflusso incontrollato di persone. Penso in particolare alla Germania che diventa un paese "interno" e che dovrà assorbire i primi (e più massicci) flussi migratori.
L’apertura graduale delle frontiere dovrebbe prevenire l'accrescersi del fenomeno della xenofobia. In più c’è un altro aspetto importante: i nuovi Paesi dovrebbero costituire la frontiera esterna della Unione e quindi dovrebbero essere in grado di controllare e gestire l'afflusso dall'esterno.

Salvatore Trapani


(22 giugno 2004)

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