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Farmacia
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Farmacie comunali, opportunità di
lavoro mancata
Si accede con un concorso pubblico e lo stipendio base è
di 1350 euro. Ma a sud dell'Abruzzo non ne esistono. Vincenzo Accardo,
dirigente comunale di Chieri racconta la sua esperienza
Il
proprietaro è il comune e il farmacista è un impiegato.
Funzionano così le farmacie comunali. Realtà scontate
al Nord ma non a Sud dell'Abruzzo. Eppure sono il 20 per cento del
totale delle farmacie
italiane. “Si tratta di vere e proprie attività commerciali
i cui titolari titolari sono le amministrazioni comunali - dice Vincenzo
Accardo, dirigente dell’Area servizi del Comune di Chieri (Torino)
-. I farmacisti comunali non sono però liberi professionisti,
ma sono inseriti nel libro paga del Comune”.
Accardo ha raccontato la sua esperienza nel corso del il seminario organizzato
dal Centro di orientamento e tutorato, inserito nel ciclo di incontri
sul mondo del lavoro e delle professioni della facoltà di Farmacia.
"Le farmacie che ora sono comunali,
in un primo tempo erano inserite nelle aziende municipalizzate. Nel 1990,
un decreto stabilì che erano vendibili, in un regime comunque di
tutela del personale dipendente", ha spiegato Accardo, che di sè
dice: "Sono laureato in Economia
e commercio, ma in pratica sono titolare di una farmacia”.
La prima farmacia municipale risale
al 1903, a Reggio Emilia (“città con un chiaro orientamento
politico”, sottolinea Accardo), e aveva lo scopo di distribuire
farmaci gratuitamente ai più poveri. “Oggi, dal punto di
vista dei prezzi, non può più essere così. Il regime
dei prezzi è dettagliatamente regolato per legge”. In pratica,
non c’è convenienza nell’acquistare in una farmacia
comunale o in una privata. “Le farmacie comunali però possono
offrire più servizi, sfruttando il budget comunale – ha chiarito
il relatore –. Ciò che guadagnano, ovvero che eccede al pagamento
degli stipendi e delle merci può essere erogato sotto forma di
servizi, come per esempio, educazione alla salute, assistenza agli anziani,
promozione e prevenzione sanitaria”.
Alle farmacie comunali si accede tramite concorso, secondo un regolamento
che ogni città provvede a definire. “I titoli necessari sono
la laurea in Farmacia e l’iscrizione all’albo”. Poi
si devono affrontare due esami, uno scritto e un orale. “Le competenze
da accertare ruotano attorno alla legislazione sanitaria, all’ordinamento
degli enti locali, allo stato giuridico dei dipendentio pubblici –
ha spiegato Accardo –. Inoltre, i candidati devono redigere un saggio
analitico di una sostanza e, all’orale, dimostrare di conoscere
almeno una lingua straniera e l’informatica”. Una volta entrati,
lo stipendio minimo si aggira intorno ai 1350 euro netti. “Questa
è la somma che guadagna un collaboratore, che lavora 36 ore in
sei giorni. Lo stipendio di un direttore di farmacia è di circa
1550 euro, mentre un direttore coordinatore, che non solo è responsabile
di un’attività, ma coordina anche il lavoro delle altre presenti
sul territorio, ha diritto mensilmente a circa 1800 euro”.
Farmacie comunali, dunque, come opportunità occupazionale. Gaetano
Dattolo, docente di Chimica farmaceutica e tossicologica scuote la testa.
“E’ incredibile la trasparenza con cui il nostro relatore
ha descritto conti pubblici, pratiche di accesso e così via. Un
ente locale, da noi, non appare mai così vicino e comprensibile”.
Poi aggiunge, rivolgendosi agli studenti: “Un giovane può
entrare e avere un reddito immediato di 1350 euro, più qualche
cenitnaio di euro di produttività più i buoni pasto, una
cosa quasi completamente scomparsa nella nostra realtà lavorativa”.
Maria Teresa Camarda
(9 giugno
2004)
rev feb
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