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Scienze |
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040527nomiAP
Dipartimento
di Chimica e fisica della terra e applicazioni
Storia
e tecnologie d'avanguardia per il Cfta
Prevedere il prossimo terremoto o l'eruzione di un vulcano attivo
o ancora accertare la provenienza e le cause del degrado dei beni archeologici.
Sono questi gli ambiti di cui si occupa il dipartimento di Chimica e fisica
della terra e applicazioni, sede tra l'altro di un ricco museo
di mineralogia. E dove per la prima volta venne isolato il tecnezio
Una storia ricca e in continua evoluzione quella del dipartimento Cfta
(Chimica e fisica della terra e applicazioni) nato agli inizi degli anni
’90 dalla fusione tra l’Istituto di Mineralogia, petrografia
e geochimica e l'Istituto di Geofisica.
Nel 1937 il dipartimento entra nella storia quando, dalla felice collaborazione
dei due fisici Carlo Perrier e Emilio Segrè, viene isolato il tecnezio.
L'elemento radioattivo la cui esistenza Mendelejev, lo scienziato russo
che elaborò la tavola periodica, aveva già previsto proprio
nella tabella originale inserendelo nel gruppo del manganese e a cui aveva
attribuito il nome di ekamanganese. Nel 1925 Noddack, Tacke e Berg annunciarono
di aver isolato l'elemento corrispondente a quello descritto dallo scienziato
russo e proposero il nome di masurio, dalla cittadina di Masuren (Prussia)
in cui lavoravano. L'attribuzione si rivelò sbagliata e si dovette
attendere proprio il 1937 quando i due italiani isolarono a Palermo il
nuovo elemento in un campione di molibdeno che era stato sottoposto ad
un bombardamento di deuteroni nel ciclotrone di Lawrence, in California.
Il nome tecnezio deriva dal greco teknikon (artificiale) che sta a sottolineare
la mancanza in natura dell'elemento.
“Il dipartimento Cfta – spiega il direttore Mariano Valenza
- si occupa della ricerca sui processi chimici e fisici che interessano
il nostro pianeta. Le discipline incluse nel dipartimento sono tutte le
geochimiche, le geofisiche, la petrografia che studia le rocce, e la mineralogia.
Le ricerche che vengono fatte riguardano la natura, l'origine delle varie
formazioni geologiche e la composizione fisico e chimica”.
Una delle branche più importanti è lo studio dei vulcani,
soprattutto per quel che riguarda la sorveglianza dei vulcani attivi.
“Negli anni '80 – racconta Valenza - all'interno del dipartimento
venne realizzato il primo sistema di monitoraggio geochimico dei vulcani
attivi per prevedere eventuali eruzioni. Grazie a questo sistema negli
anni '80 si è riusciti a prevedere la crisi di Vulcano e quelle
degli ultimi anni verificatesi a Stromboli e Panarea. Nel ’83 abbiamo
partecipato, come gruppo di ricerca, a un evento storico: la prima deviazione
di colata della lava dell'Etna, evento che si è ripetuto poi nel
'91 e nel ‘93".
Gli altri ambiti di ricerca di cui si occupa il dipartimento riguardano
i terremoti, soprattutto per quel che riguarda il settore della geofisica
e geochimica, o ancora la distribuzione di metalli pesanti in ambito metropolitano
e in quello rurale che viene affrontata dalla geochimica ambientale. Altro
settore è quello della conservazione beni culturali che si occupa
in particolare dello studio dei materiali lapidei per accertarne il degrado
e le sue cause, o la provenienza dei reperti archeologici. Studiando la
composizione dei manufatti, infatti, si può riuscire a rintracciarne
l'origine e la provenienza.
Inoltre il dipartimento è sede di un museo di mineralogia ricco
di minerali tematici siciliani.
“Le collezioni dei minerali e delle rocce – spiega Valenza
- hanno subito, durante il periodo bellico, uno smembramento, quando l'Istituto
divenne presidio prima delle forze di occupazione tedesche e poi di quelle
americane, tra il1942 e il ‘45. E con i danni ai reperti si è
verificato anche lo smarrimento di quei documenti che avrebbero consentito
la ricostruzione puntuale delle realtà storiche di provenienza
di quelle collezioni". Tuttavia il recupero parziale del materiale
ed il nuovo ordinamento cui si è provveduto per tappe successive,
con l'acquisizione nel tempo di nuovi campioni, consentono oggi di fornire
indicazioni storiche.
La raccolta dei minerali dell'Istituto proviene in gran parte da una collezione
che va sotto il nome di ‘donazione Airoldi’. Nel 1860 alcune
centinaia di campioni, parte di una vasta raccolta comprendente anche
oggetti di interesse geologico e paleontologico, venne donata da Cesare
Airoldi all'Istituto di Geologia dell'università di Palermo. Il
resto delle collezioni dei minerali e delle rocce dell'Istituto, a parte
alcuni campioni di particolare interesse, come meteoriti, si riferisce,
per la gran parte, a materiale proveniente dall'orizzonte gessoso-solfifero
siciliano del Miocene e a campioni raccolti da ricercatori dell'Istituto
che hanno coltivato interessi di ricerca nel territorio siciliano e dell'Italia
meridionale.
Noemi Brugarino
rev mpu
(1 giugno 2004)
Ateneonline (www.ateneonline-aol.it)
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1/6/2001
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