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Scienze della Formazione - Attualità

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Indagine choc in nove scuole palermitane
Falcone? Stupido idealista, sacrificio inutile
Emergono alcuni risultati preoccupanti da una ricerca promossa dal dipartimento di psicologia e condotta dal professore Franco Di Maria sui temi della legalità e dell’affettività in nove scuole medie inferiori del territorio cittadino. Più che la strage di Capaci sono le torri gemelle in fuoco le immagini più vive nella memoria dei ragazzi

A dodici anni di distanza dalla strage di Capaci gli alunni delle scuole palermitane ricordano i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come ‘eroi stupidi’, ingenui idealisti andati coscientemente incontro alla morte. Un sacrificio inutile, per i ragazzi, quello dei due giudici perché la ribellione contro Cosa Nostra serve davvero a poco.
Sono questi i risultati, preoccupanti, di una ricerca effettuata in nove scuole medie inferiori del territorio cittadino e promossa dall’università di Palermo, l’assessorato alla Trasparenza del Comune e il Centro di servizi amministrativi (già provveditorato agli studi).
Franco Di Maria, psicologo e docente di Teorie e tecniche della dinamica di gruppo presso l’Ateneo palermitano, ha condotto insieme ad uno staff di psicologi il ‘progetto per l’educazione affettiva e cognitiva alla legalità’ su circa 135 studenti tra gli undici e i quattordici anni, per capire come i ragazzi percepiscono oggi, a più di dieci anni di distanza dalle stragi mafiose del’92, la legalità e le norme che regolano la convivenza sociale.
In una serie di incontri, in tutto 20 ore di formazione, i ragazzi, 15 per ogni scuola, guidati da psicologi e da un docente-osservatore, hanno visionato film e fotografie, letto e commentato antichi proverbi siciliani e visitato i quartieri di provenienza.
“Ad ottobre – annuncia il professore – contiamo di organizzare un seminario all’università invitando i nostri studenti e laureandi per esportare il nostro progetto che è appunto, finora, un ‘modello pilota di ricerca-intervento’. Il nostro obiettivo era infatti far apprendere ai docenti che hanno ricoperto il ruolo di osservatori le tecniche da noi utilizzate, soprattutto in termini di conduzione e gestione del setting, al fine di poterle utilizzare in altri momenti formativi futuri in modo autonomo”.
Commentando i risultati della ricerca, Franco Di Maria sostiene che “la situazione è disastrosa. Intanto i ragazzini non sanno neppure scrivere correttamente il termine legalità, e non conoscono il suo significato, tanto da associarlo spesso al termine ‘legame’. Conoscono tutti, invece, il termine opposto ‘illegalità'".
La criminalità per molti ragazzini è l’unica alternativa al vuoto che li circonda, l’unica possibilità per emergere e per riuscire a diventare qualcuno. Così il modello col quale identificarsi diventa il piccolo boss di quartiere, quello che non ha problemi, forte e sicuro di sé.
"Infine – conclude il docente – il tema della legalità, anche nelle scuole palermitane dei quartieri più degradati, non rimanda immediatamente ed esclusivamente all’idea di mafia, cui si giunge solo dopo una serie di attività mirate. I ragazzini a cui abbiamo mostrato l’immagine del corpo di un uomo ucciso l’accostavano, più che ad un omicidio mafioso, come succedeva sempre dieci anni fa, ad eventi ben più attuali per questa generazione (nata all’inizio degli anni ’90 ) quali il terrorismo, la strage delle Twin Towers o la guerra in Iraq. Verso questi argomenti i ragazzi mostrano di possedere una certa informazione e una propria idea critica”.
Inoltre, secondo gli studenti tacere un reato è molto meglio che denunciarlo, per evitare di subire ritorsioni personali. D‘altronde è proprio questo il comportamento abituale che si verifica nei contesti in cui vivono, tra cui quello scolastico. Denunciare, a loro avviso, e’ un comportamento da condannare, così colui che denuncia viene definito ‘sbirro’ o ‘infame’ e può ‘fare una cattiva fine’; meglio quindi rendersi complici.
In generale, poi, i ragazzi sembrano non vivere come proprie le norme imposte, alle quali non riconoscono la funzione di garante della convivenza, e tendono piuttosto ad utilizzare la strategia del ‘farsi giustizia da sè'.

Noemi Brugarino
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(24 maggio 2004)

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