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Inchiesta
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Ora al cinema arrivano gli spot...nei film
italiani
Il ministro della cultura Giuliano Urbani ha fatto approvare una
legge dove si legalizza la pubblicità nei film. In questo modo ci
siamo adattati al modello americano e le pellicole nazionali si riempiranno
sempre più di marchi. Ma chi ci guadagnerà?
Il
maggiolino di Austin Power, le Bmw di 007, i cellulari motorola di Mission
impossible. Tecnicamente si chiama product placement e consiste nel piazzare
prodotti pubblicitari all’interno dei film, rendendoli parte integrante
della storia.
L’esempio più famoso di questi ultimi in Cast Away, dove
la FedEx, la società internazionale di corriere espresso, sembra
più protagonista dello stesso Tom Hanks. Per avere la parte si
dice che l’azienda di trasporti statunitense abbia pagato fino a
5 milioni di dollari. Un bell’aiuto certamente. Un incentivo a cui
le produzioni italiane non hanno mai potuto fare affidamento. Ma da qualche
mese tutto è cambiato. La riforma del cinema definitivamente varata
i primi giorni di maggio dal ministro Giuliano Urbani ha fatto decadere
la legge italiana del 1960 che vietava l’esposizione dei marchi
nei film nazionali.
"Era un regola ridicola. Le pellicole che da noi hanno più
successo sono quelle americane e piene di prodotti. Abbiamo imparato a
mangiare hamburger, hot dog e a correre con le Nike. All'estero, invece,
i pochi film italiani che superano le Alpi non hanno insegnato neanche
a cuocere la pasta". Sono parole di Cesare Velli, presidente dell’agenzia
pubblicitaria Hill&Knowlton, in questi giorni a Palermo per una serie
di convegni.
" In realtà - confessa Velli - noi la pubblicità la
facevamo lo stesso inserendo le automobili e dando visibilità gratuitamente
ad alcuni marchi. Solo che adesso questa visibilità ce la dovranno
pagare e sarà una rivoluzione solo se il cinema italiano sarà
capace di sfruttare questa opportunità".
La nuova riforma del cinema ha ridotto il contributo statale per il costo
delle pellicole del 40 per cento, e i produttori dovranno così
trovare forme alternative di approvvigionamento economico. Un grosso risparmio
per lo Stato e un altrettanto grosso guadagno per i pubblicitari.
Meno male, perché senza i finanziamenti statali non avrebbero mai
potuto esordire nel grande schermo autori come Nanni Moretti, Pupi Avati,
Silvio Soldini, Mario Martone, Bernardo Bertolucci e Pappi Corsicato.
C’è però un rischio secondo un altro pubblicitario,
Marco Mignami: "Possiamo ritrovarci con film realizzati solo per
raccogliere pubblicità. Un regista o un attore che riempie il botteghino
potrebbe essere l’esca per vendere visibilità ai prodotti
lasciando in secondo piano la pellicola". E ancora: "La mia
teoria è provata dal fatto che nessuna azienda sarebbe interessata
a finanziare un prodotto intellettuale. Il prodotto poi deve avere un
ruolo nella storia e i nostri sceneggiatori questo non lo sanno fare".
La teoria di Mignami calza a pennello. A quale autore di copioni cinematografici
italiani sarebbe mai venuta in mente una scena come quella di Minority
report dove Tom Cruise interagiva con i cartelloni della Nexus e della
Nokia?
Ci sono poi da risolvere una serie di problemi non secondari. Quando sarà
pronto un listino? I marchi pagheranno per la loro durata di permanenza
in video o per le volte che appariranno in scena? Il prodotto può
essere citato? Oppure deve essere usato?
Questo ancora la legge non lo spiega. Qualcuno se l'è dimenticato.
E intanto il cinema italiano d’autore continua a morire.
Vassily Sortino
rev. bute
(20 maggio 2004)
Ateneonline (www.ateneonline-aol.it)
Testata periodica registrata presso il Tribunale di Palermo
al n. 10 del 1/6/2001
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Redazione a cura della Scuola di Giornalismo - Corso di
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