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Cultura e spettacolo
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040427mate
Il libraio di Selinunte, un romanzo-canzone
di Vecchioni
Cosa succederebbe se un giorno non potessimo più usare le
parole? Ha provato immaginarlo Roberto Vecchioni nel suo nuovo libro,
Il libraio di Selinunte. La storia è narrata da Frullo,
tredicenne sopravvissuto alla perdita del linguaggio grazie al potere
della letteratura
Un
giorno le parole potrebbero fuggire da noi. I libri potrebbero formare
una densa nube per poi precipitare, uno a uno, negli abissi. Tutto questo
potrebbe succedere, e sarebbe esclusivamente per colpa nostra.
E' questo ciò che succede nel nuovo libro di Roberto Vecchioni,
Il libraio di Selinunte (Einaudi, 68 pagine, 8 euro). Lo scrittore,
noto soprattutto per la sua attività di cantautore di successo,
racconta delle disavventure degli abitanti di Selinunte che hanno perso
la facoltà del linguaggio.
In realtà non ci sono spazio e tempo ben definiti, ma una dimensione
universale che potrebbe realizzarsi qui e ora.
Nella Selinunte del libro gli abitanti hanno perso la facoltà di
parlare perchè hanno rifiutato la cultura e non hanno saputo confrontarsi
con chi è diverso da loro. Soltanto Frullo, un tredicenne con un'intelligenza
e una curiosità fuori dal comune, è scampato all'incantesimo
perchè ha ascoltato un libraio che leggeva. Sarà lui, voce
narrante del racconto, a raccontare dei fatti che hanno portato alla perdita
delle parole; del giorno in cui le parole, rifiutate dagli uomini, hanno
lasciato il paese sulla scia della musica di un pifferaio magico.
Quella di Vecchioni è una favola triste, una parabola contro il
ruolo secondario che la nostra società sta lentamente assegnando
alla letteratura. Si tratta di un libro breve, un romanzo-canzone, come
l'ha definito un critico, ma pieno di emozioni che ti colpiscono al cuore
e ti fanno sentire fortunato perchè, guardando negli occhi le persone
che ami, puoi dire loro "vi amo".
"Oggi qui non si comunica più a parole, ma a codici; a
volte semplici, a volte complessi, fatti di segni mischiati a segni. Le
esigenze primarie (che so io, «ho fame», «vieni da me»,
«ci vediamo domani», «non te lo vendo», «ti
odio») non sono poi così difficili da far capire e quindi
la vita va avanti piuttosto normalmente, a parte qualche goffo equivoco,
che resta comunque confinato qui: poco danno, visto che dalla città
non usciamo quasi più da tempo immemorabile, un po’ per vergogna,
un po’ perché non riusciremmo a intenderci col resto del
mondo".
Maria Teresa Camarda
rev gept
(27 aprile 2004)
Ateneonline (www.ateneonline-aol.it)
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al n. 10 del 1/6/2001
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