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Scienze politiche

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L’Italia dei poveri: l’altra faccia della medaglia
L’undici per cento delle famiglie italiane vive sotto la soglia di povertà. “Da qualche anno a questa parte la disuguaglianza sociale ha raggiunto livelli quasi intollerabili per una fetta troppo grossa della popolazione”, commenta Alberto Tulumello, docente di Sociologia economica

Poco poveri, ma molti. Da una recente ricerca dell’Istat è emerso che l’11 per cento delle famiglie italiane ha un reddito annuo inferiore alla soglia di povertà, ovvero 823,45 euro, e più della metà di queste famiglie si trova al Sud. “E’ un dato allarmante, non c’è dubbio, ma ricordiamoci che stiamo parlando dell’Italia, la sesta potenza economica del mondo - commenta Alberto Tulumello, docente di Sociologia economica alla facoltà di Scienze politiche – e i nostri disoccupati non muoiono certo di fame, anzi, se vivessero in un paese dell’Africa centrale sarebbero tra i più ricchi”. Senza dimenticare che questi dati non tengono in considerazione il fenomeno dell’economia sommersa: “C’è molta gente al Sud che si mantiene con un lavoro in nero e con pensioni di invalidità false, e questo è un fatto che non si può trascurare quando andiamo a parlare di povertà”. Ciò non toglie che il problema esiste: il 25,8 per cento delle famiglie povere dichiara almeno un problema abitativo, come può essere per esempio l’aumento degli affitti, e altre difficoltà riguardano il pagamento delle utenze domestiche (8,9 per cento delle famiglie italiane), delle cure mediche (6 per cento) e l’acquisto del cibo (3,6). “In un paese come il nostro questo non dovrebbe succedere o comunque dovrebbe riguardare un numero di persone sicuramente inferiore – continua Tulumello -. Questi dati sono importanti, comunque, perché ci fanno capire che la disuguaglianza sociale ha raggiunto livelli quasi intollerabili per una fetta troppo grossa della popolazione”. Da qualche anno a questa parte, all’interno dei paesi più industrializzati, le differenze sociali aumentano e più questi paesi tendono ad arricchirsi, più la soglia di povertà si sposta verso l’alto. “Il meccanismo del welfare state ha la funzione di attenuare le disuguaglianze – spiega Tulumello – ma la sua crisi e il suo ridimensionamento hanno portato all’aumento delle differenze sociali e questo, in parte, si traduce in un incremento delle persone che vivono sotto la soglia di povertà”. Le prospettive per il futuro non sono rosee, se si pensa che la quota di sanità privata è destinata ad aumentare. “In questo paese abbiamo costruito una civiltà dell’uguaglianza, dove tutti i cittadini hanno il diritto alla salute. I tentativi di smantellare questo sistema, specialmente al Sud, rischiano di aumentare il divario tra coloro che dispongono delle risorse finanziare per permettersi certi servizi e coloro che invece non possono fare a meno della sanità pubblica”. Il Mezzogiorno, in particolare, vive una situazione delicata, tanto che qualcuno lo ha definito il «Terzo mondo italiano». “Questo non è assolutamente vero perché il Prodotto interno lordo medio, anche se più basso di quello nazionale, è un Pil da paese industrializzato di fascia bassa. Non dimentichiamo che due miliardi e mezzo di persone nel mondo hanno un reddito pro capite inferiore ai due dollari l’anno – conclude Tulumello -. Sono convinto che qualcosa, qui da noi, sta cambiando, soprattutto a livello economico e sociale. L’approvazione, nel 1992, della legge 488, che da un lato ha abolito il vecchio sistema degli aiuti per il Mezzogiorno e dall’altro ha proposto un nuovo metodo di sostegno per le imprese delle aeree depresse, quindi valido sia per il Nord che per il Sud, ha costituito una svolta. L’economia meridionale, infatti, ha registrato un crollo fino al 95/96, ma poi ha cominciato a migliorare, e oggi cresce più di quella del nord Italia”.
Giorgio La Bruzzo

(23 aprile 2004)

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