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Un esercito di piccoli lavoratori senza giocattoli Oggi sono circa 246milioni i bambini costretti a lavorare in condizioni disumane. Anche in Italia, secondo una stima fatta nel 2002 dalla Cgil, oltre 300mila ragazzini sarebbero coinvolti in diverse forme di sfruttamento Sono
246 milioni i bambini che ancora oggi vengono sfruttati al mondo nel lavoro
minorile. Sono bambini nati per diventare forza lavoro, per pagare con la
propria vita gli errori dei genitori. Bambini che faticano dall’alba
al tramonto e spesso in condizioni disumane. Da una ricerca condotta dall’International
Labour Organization, un’associazione non governativa, risulta
che 171 milioni di loro fanno lavori rischiosi, 110 milioni hanno meno di
12 anni e più di otto milioni sono coinvolti nelle peggiori forme
di sfruttamento, dal traffico, alla schiavitù, dalla prostituzione
alla pornografia. Secondo questi risultati il 29 per cento dei bambini sfruttati
nei lavori minorili sarebbe di origine africana, il 19 per cento proviene
dal continente asiatico, mentre solo il 2 per cento sarebbe di origine occidentale.
Numeri che spiegano il perché oggi sia diventato fondamentale riuscire
ad eliminare questa gravissima piaga sociale. Ma, per trovare bambini che
lavorano, non occorre andare molto lontano. Anche in Italia ce ne sono migliaia.
Secondo una stima della Cgil fatta nel 2002, su un numero di circa 300mila
bambini costretti a lavorare, il 60 per cento sarebbe impiegato a tempo
pieno, il 40 per cento part-time o stagionale e solo il 20 per cento lavorerebbe
presso un familiare. Tra questi bambini, ci sono i anche i piccoli nomadi
costretti a chiedere l’elemosina agli incroci, o i piccoli asiatici
spesso costretti a vendere fiori fino a notte tarda tra i locali. Ma ci
sono anche numerosi giovanissimi italiani che scaricano frutta e verdura
ai mercati o che per guadagnare qualche euro lavorano come camerieri. “Ero proprio piccolo quando ho cominciato a lavorare come garzone presso un panificio, vicino casa – spiega Luca Maniscalco – sono stato costretto dai miei genitori che non avevano i soldi per mandarmi a scuola”. Spesso a sfruttare il lavoro minorile sono società multinazionali, che operano in particolare nel settore dei prodotti agricoli da esportazione. Ad esempio, recentemente l’industria Dole è stata accusata dall’associazione americana Human Rights Watch, di impiegare bambini nelle piantagioni di banane nell’Ecuador. Ma se prima era più semplice scoprire le industrie coinvolte nel lavoro minorile oggi è diventato più complesso. “Le aziende si sono fatte più furbe – spiega Francesco Gesualdi, membro del centro Nuovo Modello di Sviluppo – e i controlli sono diventati sempre più difficili”. Spesso il lavoro minorile è anche legato al problema dell’analfabetismo. Secondo l’Unicef, infatti, 150 milioni di bambini, di cui un terzo è rappresentato da ragazzine, abbandona la scuola prima ancora di imparare a leggere e scrivere. Il 37 per cento di loro è rappresentato dai ragazzini dell’Africa sub-sahariana e il 34 per cento dell’Asia meridionale. Per tutti questi bambini non sapere leggere ne scrivere, perché impegnati a lavorare in una fabbrica o in un cantiere significherà non avere un futuro, ma solo la certezza di continuare ad essere sfrutttai per tutta la vita. Ecco perché oggi è diventato fondamentale che le associazioni non governative, come ad esempio l’Unicef, cerchino di portare avanti progetti integrati contro lo sfruttamento del lavoro minorili.
Roberta Sichera rev cave (20 aprile 2004)
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