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Outsourcing, dove ci porta la globalizzazione
“Capacità d’innovazione, creatività, coraggio sono le carte vincenti di cui oggi i giovani dovrebbero munirsi”. Lo dice Giovanni Leone, docente di Sociologia alla facoltà di Economia: "Solo la formazione continua può restituire agli operatori un nuovo ruolo nell’economia". Così sparisce la cultura del posto fisso


La nuova frontiera dell’economia moderna si chiama outsourcing e consiste nel decentramento del personale effettuato dalle aziende. Anche questo fenomeno può essere definito figlio della globalizzazione: croce e delizia dell’era postmoderna.
Quale interesse potrebbe avere una multinazionale americana ad assumere un ingegnere americano se ne può avere uno in India a 1/10 del costo?
Giovanni Leone, esperto in new economy e docente di Sociologia alla facoltà di Economia ha così descritto il fenomeno: “Consideriamo di trovarci di notte in aereo sopra l’aeroporto di Berlino: il traffico aereo è diretto, dal tramonto all’alba, da operatori che si trovano in California cosicché nessuno lavora di notte, e non ci sono straordinari da pagare”.
Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito. “Oggi un imprenditore può inviare, la sera, i suoi dati a Bangalore, in India, dove saranno elaborati da addetti specializzati nella contabilità dei libri paga – prosegue Leone – il mattino dopo il cliente si vedrà recapitare i risultati sotto forma di tabelle finite”.
La situazione che così si viene a delineare può essere definita una sorta di “distruzione creativa”, come quella teorizzata da Schumpeter, secondo cui si distruggono posti di lavoro nei settori maturi per crearne di nuovi nelle aree di frontiera o si tratta più semplicemente di creare solo nuovi disoccupati?
“Gli investimenti all’estero comportano, per i Paesi in entrata, l’abbattimento delle barriere e la creazione d’impiego nelle attività in espansione – risponde Giovanni Leone – ma anche una riduzione dell’occupazione a causa della razionalizzazione della produzione delle società locali. Nel paese d’origine si vengono a determinare altresì una riduzione dell’occupazione e dei salari delle aziende che rifornivano le attività prima della delocalizzazione, e il declino della manodopera poco qualificata”.
La globalizzazione dell’economia potrebbe dunque contribuire alla fuga dei cervelli all’estero?
“Il timore esiste – commenta Leone – anche il professionista, detentore di una conoscenza esclusiva può “perdere tutto”, sprofondando nell’incompetenza con l’avvento di una nuova tecnologia”. Che fare, allora? “Occorrono programmi idonei a offrire ai lavoratori travolti dall’evoluzione del contesto economico una formazione che li restituisca a un nuovo ruolo nell’economia”.
Occorre dunque, secondo l’esperto in new economy affidarsi a una formazione continua, ma è ancora vantaggioso per le famiglie spendere fior di quattrini per le lauree dei propri figli quando le grosse aziende finiscono per assumere a 1/10 del costo un professionista indiano, cinese o russo?
“La globalizzazione può essere tutto e il contrario di tutto. Produce vincitori e vinti. – E’ la risposta del professore Leone – Ma i giovani devono considerare che li attende non la sistemazione nel posto di lavoro, bensì un percorso di lavoro, durante il quale cambieranno più volte attività”.
“Non chiedere un lavoro, inventalo!” è lo slogan che secondo Giovanni Leone ogni giovane dovrebbe far proprio nell’era della new economy. “Se la globalizzazione fosse uno sport – aggiunge il nostro esperto – sarebbe una serie infinita di scatti sui cento metri piani. Il percorso è sgombrato. E non importa quante volte hai vinto: devi correre anche domani, e perdere per un secondo non è diverso che perdere con un distacco di un’ora. Occorre essere vigili e veloci. Capacità d’innovazione, creatività, coraggio sono le carte vincenti di cui oggi i giovani dovrebbero munirsi”.

Maria Catena Salerno

(19 aprile 2004)
rev anme

 

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