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Grandi temi - approfondimenti

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Sofri: il leader di Lotta Continua, 31 anni dopo
Diceva Montesquieu "Ogni pena che non derivi dall'assoluta necessita è tirannica". La società italiana si interroga, oggi, sull'effettiva necessità della detenzione dell'intellettuale Adriano Sofri. Il dibattito apre anche la questione giuridica sulla concessione della grazia

Il caso Sofri a 31 anni dall'omicidio Calabresi. Chi è quest'uomo, che 30 anni fa appariva come un terrorista e per il quale oggi in migliaia hanno chiesto un atto di giustizia?
Sofri esordisce sul giornale Potere Operaio il 20 febbraio 1967 e nel '68 lancia l'idea dell'urgenza di una "lotta continua" contro il potere capitalista. Grazie al proprio carisma e alla propria preparazione, Sofri diventa, negli anni '70, il leader del movimento extraparlamentare e del giornale Lotta Continua.
Erano gli anni di piombo, degli scontri in piazza, della strategia della tensione, del terrore rosso e delle stragi di Stato. Lotta Continua lancia la campagna tesa ad evidenziare la matrice statale della strage di Piazza Fontana e l'innocenza di Valpreda. Il direttore responsabile Pier Giorgio Bellocchio è processato per direttissima, ma l'attività di controinformazione, in quegli anni continua.
Sofri punta quindi il dito contro il commissario Calabresi: lo ritiene responsabile della morte di Pino Pinelli. L'anarchico, fermato per le indagini sulla bomba a Piazza Fontana, era stato detenuto illegalmente per 3 giorni nella questura di Milano e ed era morto a causa di una inspiegabile caduta dal quarto piano della stessa questura.
I commenti espressi dai redattori di Lotta Continua sull'omicidio Calabresi, nel giugno del 1972, da Pannella e dallo stesso Sofri, parlavano il gergo della rivoluzione di quegli anni, forbito di espressioni come "giustizia proletaria". Questi commenti furono, poi, usati come prova del coinvolgimento di Sofri nell'omicidio.
Sono passati ben 31 anni, il clima si è, chiaramente, raffreddato rispetto a quello che si respirava in quei giorni di tensione. Ma ancora, dopo un processo durato più di dieci anni e che ha toccato tutti i gradi di giudizio, non c'è certezza sulla verità riguardo ai fatti. Sofri, infatti, continua a proclamarsi innocente.
Il processo che ha portato alla condanna di Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani per l'omicidio del commissario va avanti dal 1988.
Dal 1997 non si fermano le richieste per un provvedimento di clemenza, che Sofri non ha mai invocato.
Si è aperto un dibattito. I giuristi si chiedono: può il Presidente della Repubblica concedere la grazia, senza una richiesta da parte del ministro della Giustizia? C'è chi, come Marco Pannella, protagonista di un recente sciopero della sete, per spostare l'attenzione sulla questione, ritiene che la detenzione di Sofri ponga dei problemi di legalità alle istituzioni.
L'azione di Pannella non è semplicemente un'iniziativa per la liberazione di Sofri, ma è soprattutto un "battaglia per il monitoraggio che verifichi i motivi della detenzione come istituto" come il leader del movimento radicale ha dichiarato. Egli insiste, duque, sugli aspetti giuridici della questone e sul ruolo del Presidente della Repubblica. L'art.681 del Codice di Procedura Penale, combinato con il disposto degli articoli 87 e 89 della Costituzione, prevede la possibilità di concedere la grazia su proposta del Guardasigilli. ma c'è chi ritiene che il Presidente possa concedere la grazia anche in assenza di proposta.
Ciampi, invece, dal 2002 è in attesa di ricevere la proposta.
Castelli dichiara di dover essere lui a proporre e il Presidente ad accettare e conclude affermando "io e i miei collaboratori siamo al servizio di Ciampi". Ma, allora chi e che cosa ostacola il normale iter della concessione della grazia? Per i radicali sono gli ambienti del Quirinale ad esercitare pressioni sul Presidente. Pannella tira fuori anche i nomi: Gaetano Gifuni, segretario generale della Presidenza. Lui sarebbe contrario alla concessione della grazia.
Questo istituto ha, in passato, riguardato molti ex-militanti ell'estrema sinistra extra-parlamentare. Dalla grazia concessa da Scalfaro a Paolo Baschieri (Comitato rivoluzionario Br Toscana) nel 1994 a Paola Maturi (Colonna romana Br) nel 1997, seguita da Claudio Cerica (Autonomia veneziana), Marinella Ventura, Carlo Giommi e Manuela Vilimburgo, condannati per il caso Moro.
Il caso Sofri travalica anche le tradizionali separazioni tra maggioranza e opposizione, in parlamento. Il testo d'appello per la grazia del febbraio '97 è firmato da esponenti di Margherita, Forza Italia, Ds, Udc, An, Sdi e Verdi. L'incipit del testo riporta frase di Montesquieu "Ogni pena che non derivi dall'assoluta necessità è tirannica".
I parlamentari si chiedono: che senso ha rieducare un uomo che lo ha già fatto da sé? Che beneficio trae la società italiana da questa detenzione? La proposta di liberare Sofri si incentra sulla necessità di ricucire uno strappo storico che non ha più ragione di essere.
Stefano Folli, direttore del Corriere della Sera, ha sottolineato nell'editoriale del 16 luglio 2003 che "oggi il detenuto di Pisa è un uomo diverso". Sofri, considerato adesso uno dei maggiori intellettuali italiani, ha scritto degli articoli molto acuti facendo il punto della situazione socio-politica italiana. L'editoriale di Folli è un appello a Ciampi, seguito il giorno dopo da quello di Carlo Rossella, direttore di Panorama. Dal giorno della condanna definitiva di Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni, nel gennaio del 1997, si sono sesseguite un gran numero di iniziative. Uno delle più importanti fu quella di Ettore Gallo, presidente emerito della Corte Costituzionale, che subito dopo l'incarcerazione firmò una domanda di grazia.
Da allora le domande si sono moltiplicate e non si contano i nomi di personaggi noti e intellettuali che si sono impegnati in tal senso.
La questione della legittimità della detenzione di Sofri non è appannaggio soltanto dei radicali, ma di una larga fetta dell'opinione pubblica, anche oltre i confini.
Il caso è approdato anche al Paramento Europeo, il 5 marzo 2003, che ha ritenuto necessario un monitoraggio sistematico della situazione.
Il 10 giugno 2003 la Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo dichiara irrecevibile il ricorso. ma, la questione continua a suscitare dibattiti molto accesi.

Iriza Alma Orofino

(26 aprile 2004)

rev. bute

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