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Facoltà di medicina

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Più sensibilità e passione quando il medico è "in rosa"

Cosa succede, quando ad esercitare la professione medica e sociosanitaria è una donna? Un gruppo di esperte del settore ha analizzato la specificità del genere femminile in questo lavoro, durante la tavola rotonda "Donne che curano". Secondo Anna Scialabba, docente di gastroenterologia del Policlinico, le caratteristiche femminili, se opportunamente utilizzate, possono essere un valore aggiunto al proprio lavoro quotidiano

"Esiste uno specifico femminile nella professione medica e assistenziale?" A questa domanda un gruppo di esperte del settore medico e sociosanitario ha cercato di dare una risposta, sabato mattina, nell'Aula magna della facoltà di Lettere. "Offrire cura significa offrire anche assistenza", commenta Rosalba Bellomare, presidente dell'associazione Mezzocielo, organizzatrice della manifestazione.
Anna Scialabba, docente di Gastroenterologia al Policlinico di Palermo, ha tracciato un excursus storico sul ruolo della donna nella professione medica: "Uomini e donne hanno ruoli del tutto sovrapponibili ma è innegabile che abbiano attitudini diverse". Esiste una letteratura piuttosto complessa su questo tema: la donna, nel tempo, è stata vista sia come dea bianca, sacerdotessa della guarigione, sia semplice madre di famiglia che, nell'oikos, la cucina dove si prepara il cibo, cura anche le ferite della propria prole. La donna, mater, Potnia, vendicatrice, astuta, ingannatrice, protettrice è stata da sempre oggetto di studio, non tanto per le sue caratteristiche, quanto per la sua diversità rispetto all'uomo. "L'acquisizione dell'archetipo - sostiene la Scialabba - è utile ma deve essere analizzato e studiato in modo compiuto, tenendo in considerazione le due anime che sono presenti in ciascuno di noi". Gli uomini sono dotati, parafrasando Jung, di "animus e di anima - commenta Emanuela Stancampiano, psicoterapeuta del consultorio familiare di Boccadifalco - il primo è ciò che contraddistingue la mascolinità mentre la seconda è ciò che caratterizza il femminile. Le potenzialità che ha ciascun animo umano è data proprio dall'accordo tra queste due sfere: il rifiuto netto e irreversibile di uno dei due risvolti potrebbe comportare la patologia. Ed ecco che - continua la psicologa - se un uomo rifiuta drasticamente il femminile in lui presente, sarà privo di sensibilità e conseguentemente sarà troppo duro e scontroso. Al contrario, se una donna rifiuta l'aspetto mascolino del proprio carattere, potrebbe diventare troppo sensibile e debole".
Il femminismo è speso caduto nella trappola insidiosa che questa apparente contrapposizione può portare: "le donne - continua la Scialabba - cercano di imitare gli uomini, ma, quando hanno raggiunto il loro status sociale, invece di operare in perfetta autonomia e secondo la propria differenza di genere, cercando di imitarli, si rivelano dei pessimi uomini. Noi donne ci siamo rifugiate nel settore pubblico della medicina, ritenedolo l'unico luogo ideale di medicina democratica. Attratte dalla possibilità di concretizzare la nostra professionalità al femminile - prosegue la Scialabba - abbiamo cercato di associare alla medicina (come bene di consumo calcolato in base al parametro di costi/benefici), la cura, affezione di una professionalità che è più sapienza che scienza".
Non esistono standard di qualità diversi se, a svolgere il lavoro, è una donna o un uomo. La differenza sta nel fatto che una donna può mettere in risalto aspetti diversi in riferimento ad uno stesso problema affrontato, invece, da un uomo. "Una malattia è tale per qualsiasi medico - aggiunge la docente - ma, ritengo, che l'essere donna possa essere un valore aggiunto in quei settori dove è necessaria una particolare attitudine all'ascolto e alla sfera sensibile della personalità. L'esito finale dell'esercizio della medicina al femminile è la Bioetica, cioè l'attenzione alla vita e alla coscienza. La specificità di genere - conclude la Scialabba - se opportunamente utilizzata può essere un valore aggiunto al proprio lavoro quotidiano".

Adriana Falsone

(13 marzo 2004)

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