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NOTIZIARIO / Fotoreportage

040312sic
Alla Zisa il senso della vita di Kantor
Manichini, automi, maschere. Vecchi e bambini che giocano a fare i saltimbanchi. E' questa l'essenza del teatro di Tadeusz Kantor, il regista polacco autore della celebre sceneggiatura teatrale “Il senso della vita e della morte" che dà anche il titolo alla mostra che si è appena chiusa ai Cantieri culturali, a Palermo. Dopo ben 17 anni viene esposta la scenografia dello spettacolo “La macchina dell’Amore e della Morte”, presentata per la prima volta nel Ridotto del Teatro Biondo in occasione del Festival di Morgana del 1987. All'interno della Galleria Bianca anche le foto dello spettacolo e disegni dello stesso regista.
Luogo di confine tra la realtà storica e quella psichica, il teatro di Kantor materializza secondo la poetica del stesso regista - uno "spazio della vita che dimora accanto a quello dell'arte, insieme e a vicenda, confondendosi e compenetrandosi, condividendo un destino comune". Gli attori infatti non devono più fingere il personaggio né rappresentare un testo, ma devono essere loro stessi. La mostra è stata promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune e dal Museo internazionale delle marionette “Antonio Pasqualino”.
La mostra contiene, inoltre,, fotografie di Romano Martinis su "La classe morta". Saranno anche  presentati il video di Andrez Wajda, La classe morta  e il video dello spettacolo La macchina dell’amore e della morte.
L’uso ricorrente dei manichini, a simboleggiare un rapporto tra presente e passato con il corpo dell’attore. Attori che spesso popolano la scena con presenze che non hanno nulla di vivo, reale, ma richiamano alla mente morti vaganti, fantasmi. Una recitazione che come è stato detto e ribadito tende ad azzerare tutte le convenzioni rappresentative.
Gli attori non devono più fingere il personaggio né rappresentare un testo, ma devono essere loro stessi. Ora il dramma - la vita - coincide con la creazione dello spettacolo-opera d’arte.
Vecchi-bambini, sottoposti a pratiche brutali, trascineranno poi fuori dall’aula, insieme ad altri oggetti–relitti kantoriani, manichini fantocci simili a loro. Kantor dirige, come al solito un po’ defilato, la sua orchestra di spettri con assoluta imperturbabilità, un po’ dentro un po’ fuori la rappresentazione, controllando che in quel movimento frantumato dall’azione scenica davvero le cose morte tornino a vivere e lo spettacolo del divenire caotico della vita e della morte continui il suo corso.
L’uso ricorrente dei manichini, a simboleggiare un rapporto tra presente e passato con il corpo dell’attore. Attori che spesso popolano la scena con presenze che non hanno nulla di vivo, reale, ma richiamano alla mente morti vaganti, fantasmi. Una recitazione che come è stato detto e ribadito tende ad azzerare tutte le convenzioni rappresentative.
Seduti ai banchi come i bravi scolaretti che furono, vecchi e vecchie decrepiti, vestiti in nero con i vestiti lisi e consunti, i volti coperti da una sottile membrana grigia. In buon ordine uno alla volta chiedono con grande solennità di poter uscire, la scena si svuota. Ma subito dopo riappaiono i vecchi di prima, trascinano sulle spalle manichini dai volti di cera, simbolo dei bambini che furono, simboli del passato che torna, come un fardello che pesa, che piega il corpo.
Fotoreportage di Silvia Iacono

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