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Cultura e spettacolo
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040227sic
Al cinema il mobbing
nell'epoca della flessibilità
L’ultimo lavoro di Francesca Comencini Mi
piace lavorare ( Mobbing) è
un film amaro e commovente, essenziale ed appassionante. Senza mezzi termini,
il tema del lavoro e delle sue vessazioni è affrontato con lo schiaffo
violento della vita quotidiana.
La strategia del mobbing è un sistema di tortura psicologica per
disincentivare dal lavoro i dipendenti che una ditta vorrebbe licenziare
ma non può per mancanza di motivi
Il
nuovo film di Francesca Comencini "Mi piace lavorare ( Mobbing)"
è una finestra sul mondo del lavoro e delle sue problematiche legate
alla flessibilità. La protagonista Anna ( Nicoletta Braschi), interpreta
il ruolo di una debole impiegata che lavora come segretaria di terzo livello
in un'azienda che è stata appena assorbita da una grande multinazionale.
L'adattamento alle nuove condizioni di lavoro non è facile, per
lei, e i nuovi dirigenti non sembrano volerla aiutare. Sembra che tutti
i suoi colleghi le vadano contro per renderle la vita più difficile.
Ma già la sua vita non è semplice. Anna è divorziata
e vive con la figlia Morgana, che è il centro del suo mondo ma
alla quale non riesce a dedicare tutto il tempo che vorrebbe. E quando
i capi la assegnano ad un nuovo, 'delicatissimo', incarico le cose vanno
a rotoli. Ecco lo spettro del riassetto e della riqualificazione, che
nasconde un più subdolo fine, la depurazione del personale in esubero.
Particolarmente toccante l'interpretazione della Braschi che con la sola
espressività del volto riesce a trasmettere il declino della carrirera
lavorativa di Anna. Lo stato di isolamento in cui va sprofondando viene
espresso da una serie di inquadrature in cui la protagonista viene ripresa
nei silenziosi corridoi dell'azienda. La macchina da presa segue spesso
la protagonista in movimento nel suo incerto percorso lavorativo tra l'ufficio
e l'appartamento in cui abita. Il girotondo di scrivanie e mansioni viene
seguito dalla telecamera, immagini mosse ma toccanti comunicano l'incetezza
della protagonista. Il bianco è il colore prevalente nella pellicola
che sembra sottolineare uno stato di desolazione e isolamento. Solo alla
fine la protagonista indossa abiti colorati e sorride spensieratamene
con i capelli sciolti.
Da
sola, vicinissima
alla depressione, con l'ultimatum dell'Amministratore delegato,
Anna può solo
rivolgersi al sindacato. Il declino verso la depressione fisica e
morale della protagonista è segnato dalla presenza dello specchio.
Sempre più cosciente della sua "fine", Anna
guarda la sua immagine riflessa e prende coscienza del suo destino.
La
pellicola è stata girata con la collaborazione degli sportelli anti-mobbing
della Cgil
e di
veri
operai che si prestano
a prove
attoriali. Per una volta
la tematica che brucia non è arida legittimazione per l'impegno
d’artista, ma davvero cuore pulsante dell’umanissima
questione.
Silvia Iacono
(27 febbraio 2004)
Ateneonline (www.ateneonline-aol.it)
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