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Lettere - Grandi temi

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Mobbing, quando il lavoro diventa un inferno
In occasione della presentazione del film di Francesca Comencini, "Mi piace lavorare. (Mobbing)" il corso di laurea in Filosofia e scienze etiche ha organizzato un incontro per presentare e riflettere sulla tematica del mobbing. Il termine, inglese, indica molestie e comportamento scorretto sul posto di lavoro da parte di capi o colleghi su una vittima designata

“Immaginate che qualcosa sta cambiando nel vostro posto di lavoro: segnali inquietanti, coincidenze, il collega che bisbiglia alle vostre spalle, nel corridoio non vi salutano più, a mensa nessuno siede accanto a voi, sulla vostra scrivania mancano gli attrezzi necessari per svolgere il vostro lavoro…”. Se provate queste strane sensazioni siete o state per diventare la prossima "vittima di mobbing" sul vostro posto di lavoro. A trovarsi in questa assurda situazione purtroppo oggi sono in tanti, più di quanto si possa immaginare, dipendenti di fabbriche e uffici che si trovano da un momento all'altro a subire vere e proprie persecuzioni da parte di capi o colleghi sul proprio posto di lavoro.
E' stata Malde Vigneri, docente di Fondamenti biologici del comportamento umano alla Facoltà di Lettere e filosofia presso l'Università di Palermo, a parlare di mobbing, fenomeno nascosto, ma di cui si sente parlare sempre più spesso, nel corso della presentazione del film di Francesca Comencini, “Mi piace lavorare (Mobbing)”, venerdì scorso al cinema Aurora, con Nicoletta Braschi, come attrice protagonista. La proiezione della pellicola e il dibattito, organizzati con il patrocinio dal corso di laurea in Filosofia e scienze etiche dell’Università di Palermo, sono diventati l'occasione per riflettere su un argomento così delicato. Un fenomeno che, il più delle volte, fa perdere la cognizione persino di quelli che sono i diritti inviolabili dell’uomo. La professoressa Vigneri che ha condotto questo ‘incontro di riflessione’ ha spiegato l’origine del termine. “La parola mobbing viene dal verbo inglese ‘to mob’, affollarsi attorno a qualcuno. Nel ’69 Konrad Lorenz la usò per la prima volta in etologia con il significato di ‘eliminazione di un membro del branco’, fino al significato moderno che delinea una patologia di gruppo del lavoro”.
In Italia il fenomeno, vera malattia sociale, arriva alla ribalta solo nella metà degli anni ’90, quando iniziano a sorgere i primi sportelli per aiutare i mobbizzati a Milano e Bologna. A Palermo esistono diversi sportelli antimobbing, istituiti dal Comune, dai sindacati, dall’Ausl.
“Si può dire che il mobbng ha radici ataviche – sottolinea Malde Vigneri – dato che è la prevaricazione del più forte sul più debole. Non si tratta però di un conflitto personale, ma l’azione di un intero gruppo contro una vittima designata all’eliminazione, un vero capro espiatorio. Il mobbing è frequente nelle istituzioni che possiedono una strutture antica, - sottolinea la docente - che pur modernizzandosi entrano in crisi, soprattutto le agenzie sanitarie, pubbliche o bancarie in cui va crescendo la necessità di specialisti da un lato e la presenza dei lavoratori giovani che hanno contratti economicamente più bassi dall’altro lato”.
Secondo la psicoterapeuta, “il mobbing è un fenomeno complesso. Perché il gruppo ha sull’adulto una portata vastissima, perché nel gruppo le situazioni emozionali si amplificano, perché nel gruppo tendono a rafforzarsi i ruoli in senso tribale, in quanto si ha bisogno d un’affiliazione totemica con il padre e la guerra o la lotta diventano tentativi di rifondare i confini sfilacciati e la perdita interna di un gruppo in crisi. Una volta iniziato, il mobbing comporta una coesione del gruppo attorno al padre, lo stesso che ha deciso di dare il via all’azione.”
Ma la vittima come reagisce? “La risposta emotiva del mobbizzato – spiega la Vigneri - è in una prima fase di stupore, incredulità, per poi trasformarsi in sconcerto, ira, ribellione. E’ comunque una ferita che non si rimarginerà mai, che ha dei risvolti patologici, con sintomi di insonnia, depressione, ansia. E poiché diventa una malattia, la vittima cerca aiuto nella famiglia, che per il 50 per cento delle volte comprende e aiuta la vittima, ma per l’altra metà, concorre ad aumentare l’isolamento e la delusione del mobbizzato. Chi attua azioni di mobbing però è sicuramente un individuo malato (perversioni morali, psicosi asintomatica), persone incapaci di elaborare la propria fragilità e sofferenza che esteriorizzano verso l’altro per liberarsene”.
L’ultimo passo, quello che per chi ha iniziato ad attuare il mobbing, era l’obiettivo, cioè la resa e le dimissioni arriva prima o poi. Ma sono molti quelli che spesso in un secondo momento solo per sete di giustizia chiedono un risarcimento per i danni subiti.

Noemi Brugarino
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(17 febbraio 2004)

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