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Ingegneria

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Emergenze ambientali, il futuro è nell'energia alternativa
Gianfranco Rizzo, docente al dipartimento di Ricerche energetiche ed ambientali, illustra la situazione attuale e le prospettive. Lo stato della ricerca scientifica in un periodo in cui le attuali fonti di energia stanno terminando. Ma la gente ha capito e il futuro può essere migliore

L'emergenza c'è, le fonti di energia attualmente utilizzate sono agli sgoccioli e, non essendo rinnovabili, l'uomo si trova di fronte ad una importantissima svolta: rivolgere i propri studi e le proprie ricerche ad altre fonti di energia.Il sogno di risolvere i problemi dell'umanità non è comunque utopia, e già da diversi anni si lavora per ottenere soluzioni ottimali alle carenze energetiche. Ma quali sono i vantaggi e gli ostacoli annessi al passaggio dalle vecchie fonti a quelle nuove? Risponde Gianfranco Rizzo, docente del Dipartimento di Ricerche Energetiche ed ambientali, il cui acronimo, "assolutamente voluto", è appunto DREAM.
"Non stiamo scoprendo l'acqua calda" - esordisce Gianfranco Rizzo - "semplicemente è un problema tornato di moda". Delle fonti alternative di energia si parlava già parecchi anni fa, "quella solare viene utilizzata da più di trent'anni da Israele tramite i pannelli solari", altre invece sono venute fuori negli ultimi tempi grazie agli enormi passi avanti fatti dalla comunità scientifica nel settore
. E così si cerca di ottimizzare lo sfruttamento della forza del vento (l'energia eolica), delle biomasse (scarti organici e alimentari) e del flusso delle correnti; ma il futuro sta nell'idrogeno, ed è sull'isolamento dell'idrogeno (senza produrre inquinamento) che si sta lavorando più alacremente negli ultimi anni. "L'obiettivo finale sarebbe produrre idrogeno tramite fonti rinnovabili, ma il traguardo appare lontano per problemi di natura tecnologica ed economica". I vantaggi delle fonti alternative di energia sono palesi: si tratta di "fonti quasi inesauribili, comunque rinnovabili e soprattutto meno inquinanti".
Ma la carenza di petrolio, carbone e metano non basta a spiegare gli inconvenienti, economici soprattutto, che derivano dall'uso delle attuali fonti di energia: difatti, continua Rizzo, si sta giungendo al punto in cui "i costi (ad esempio per l'estrazione del petrolio) sono maggiori dei benefici" per la società; il costo marginale delle risorse si va facendo quindi sempre più alto e meno conveniente. Se ai problemi di natura economica si aggiungono quelli ambientali, risulta chiara l'esigenza di cercare nuove soluzioni. Il secondo principio della termodinamica dice infatti che l'uso dell'energia produce inquinamento; nella produzione di enrgia "non può esserci il 100% di efficienza, ci sarà sempre una percentuale di rilascio nell'ambiente di sostanze inquinanti". Fortunatamente aumenta la consapevolezza della gente di fronte ai problemi ambientali odierni, "ci si preoccupa di ciò che accadrà alla nostra specie" continuando a sfruttare l'ambiente in questo modo. I governi subiscono quindi, dalla società civile, sempre più spinte ad occuparsi di questi argomenti.
E così negli ultimi tempi c'è stato un proliferare di finanziamenti governativi per consentire agli studiosi di andare avanti; i vari Programmi Operativi, Nazionali e Regionali, Agenda 2000 e tanti altri progetti, anche comunitari, tendono a garantire la copertura per le spese necessarie. Ed ormai "la comunità scientifica non è più ferma alla fase della ricerca, ma da tempo è entrata nel campo delle applicazioni".
Il professore Rizzo tiene comunque a sottolineare che "la ricerca a costo zero non esiste" e che per raggiungere gli obiettivi prefissati sono necessari studi sempre più approfonditi e quindi più costosi. Certamente i governi aiutano la ricerca scientifica, ma "la stessa discrepanza tra la situazione italiana, dove viene concesso circa l'1% del Prodotto interno lordo, e quella statunitense (oltre il 2% del Pil va alla ricerca) e degli altri paesi avanzati, non aiuta". Questo non vuol dire che l'italia sia in ritardo rispetto ad altri: sotto questo aspetto "Internet ha globalizzato la ricerca", ricercatori e studiosi si scambiano materiale e informazioni utili per l'intera comunità scientifica. Ad essere in ritardo è invece il terzo mondo che nonostante "alcuni picchi isolati di India e Cina, presenta ancora gravi carenze strutturali".
Diverso il problema per quanto riguarda le scuole; i maggiori centri di ricerca sono tutti collegati ai migliori college americani, nel resto del mondo bisogna "cercare di non perdere il treno delle università di punta", ricordandosi comunque che ad essere basilare non è tanto la scuola da cui si proviene, ma la capacità di "inserirsi in un mercato del lavoro globale".
Aldo Cangemi

(13 febbraio 2004)

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