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Cronaca universitaria |
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040203mate2
Giornalismo
economico e proprietà della stampa
La riflessione del professore Francesco Giavazzi
In visita al Quality College del Cnr di Palermo, l'editorialista
economico del Corriere della Sera, commenta l’atipicità tutta
italiana del sistema proprietario della stampa, in cui esiste una grave
mescolanza tra poteri politico-economici e quotidiani. La libertà
d’espressione però, secondo Giavazzi, non ne risente troppo
“
Non esiste nessun altro paese avanzato nel quale l’organizzazione
che detiene il monopolio della rappresentanza degli imprenditori possiede
il maggior quotidiano economico”. Con queste parole, il professore
Francesco Giavazzi, commentatore economico del Corriere della Sera
e docente di Economia Politica alla “Bocconi” di Milano, ha
manifestato la propria preoccupazione a proposito dell’intreccio
- tipico del nostro paese - tra poteri politico-economici e stampa. In
generale però, Giavazzi non crede che la libertà del giornalismo
economico ne risenta troppo.
Dalle pagine del Corriere della Sera, lei ha di recente trattato
il tema dalla commistione dei poteri nelle proprietà dei giornali.
Secondo lei la situazione italiana è davvero così preoccupante?
"Secondo me, ci sono due problemi. C’è un assetto
proprietario dei giornali che è chiaramente anomalo perché
ci sono pochi paesi al mondo dove i maggiori quotidiani sono di proprietà
di gruppi industriali, quindi con ovvi conflitti d’interesse. Ciò
riguarda Repubblica, come il Corriere, il Sole 24Ore,
e tanti altri. Questa è una singolarità che crea un sacco
di problemi. Detto questo, io non credo che questo stato di cose limiti
fortemente la possibilità di esprimersi. Non siamo in un regime,
anche se ci sono dei casi preoccupanti. Al Corriere della Sera,
non mi è mai capitato, né col direttore che c’è
stato prima, De Bortoli, né con quello attuale [Folli, ndr], di
scrivere delle cose per cui mi abbiano detto “no, qui togli ‘questa
roba se no non le pubblico”, incluso quando si è parlato
di aziende che sono loro azioniste.
Talvolta, secondo me, sono i commentatori e i giornalisti stessi che internalizzano
i vincoli determinati dalla proprietà. Nel caso dei giornalisti,
mi rendo conto che può essere così, perché si tratta
del loro posto di lavoro. Per un commentatore è diverso. Di solito
si tratta di docenti universitari che, anche se vengono cacciati via per
qualcosa che hanno scritto, tornano all’insegnamento e basta. Però
certo l’anomalia resta".
Lei ha spesso suggerito ai quotidiani l’entrata in borsa.
Quali vantaggi avrebbero le testate sul versante economico e su quello
della libertà di stampa?
"L’entrata in borsa dà ai giornali la possibilità
di finanziarsi. Un giornale, in molti casi, ha bisogno di investimenti
costosi che gli attuali azionisti non sono in grado di fare. Il mercato
finanziario consentirebbe di acquisire capitale per la crescita. A proposito
della gestione, l’entrata in borsa non elimina da sola i problemi.
Bisogna creare un filtro fra l’azionista e il giornale, come un
comitato di garanzia, un sistema di controlli, o qualcosa di simile".
In generale, ci dia un giudizio sul giornalismo economico di oggi?
"Sicuramente è troppo locale. Per esempio, le analisi
di banche e finanza che continuano a guardare ai piccoli spostamenti del
mercato italiano e non si accorgono che il mondo sta andando da un’altra
parte. E poi, se uno guarda troppo provincialmente, c’è il
rischio che si lasci influenzare dalle dispute e dai poteri locali. Partendo
da lontano, si riesce a essere più distaccati".
Secondo lei, i giornalisti economici hanno perso la funzione d’intermediari
tra istituzioni e pubblico?
"No, poverini, non credo. Il nuovo vicedirettore del Corriere,
Massimo Mucchetti, mi sembra che sia una persona molto indipendente. È
un esempio che smentisce l’immagine del 'porgitore di microfono'".
La formazione di un giornalista economico parte da una facoltà
di economia o da una facoltà di giornalismo?
"Parte sicuramente da una buona università. Le nozioni
di economia di cui c’è bisogno si possono imparare anche
più in là. La facoltà di giornalismo mi sembra altrettanto
sbagliata. Uno non può cominciare a fare il giornalista a diciotto
anni. Prima si deve studiare la storia, la geografia, le lettere antiche,
insomma qualcosa che apra la mente. Poi dopo farà altre scelte".
Maria Teresa Camarda
rev cave
(5 febbraio 2004)
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al n. 10 del 1/6/2001
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