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Inchiesta

040123nomi
Lo sfruttamento minorile nelle fabbriche di giocattoli
Non è gioco, né lavoro, è solo schiavitù
Condizioni di lavoro disumane, orari impossibili, misure di sicurezza inadeguate, salari miseri. E’ questa l’altra faccia del pianeta giocattoli, quella del Sudest asiatico dove i bambini lavorano per fabbricare i giocattoli che saranno poi venduti in Occidente. Il caso dell’Indonesia

Sono l’oggetto del desiderio per milioni di bambini di tutte le età: bambole, robot e pupazzi. In tutto il mondo. Tranne che in una zona della terra: il Sudest asiatico. Qui, infatti, i bambini lavorano per costruire i giochi con cui quelli del resto del mondo trascorrono le loro ore più felici. Per i piccoli asiatici i giocattoli sono un incubo, sottoposti come sono a condizioni disumane, sottopagati e sfruttati nelle fabbriche di giocattoli in cui sono costretti a lavorare per poter sopravvivere.
Dai paesi asiatici provengono i giocattoli per i bambini con le famose scritte “Made in China” o “Made in Taiwan”. Perché è qui che esiste l’altra faccia del pianeta giocattoli, quella più terrificante da raccontare, che non ha niente a che fare con un gioco.
Quella del giocattolo è un’industria a lavoro intensivo che ha avuto origine in Europa e che più tardi si è spostata negli Stati Uniti (oggi, i più grandi esportatori in tutto il mondo). Dal 1985, però, l’industria del giocattolo ha lasciato anche gli Usa. Le compagnie americane ormai producono sempre meno i loro prodotti, e si occupano più che altro del marketing e della distribuzione. La produzione è progettata per i produttori stranieri, che hanno un costo minore rispetto agli Stati Uniti, visto i salari estremamente bassi di molti dei paesi in via di sviluppo.
Ma una volta arrivata in Asia, l’industria del giocattolo ha assunto un carattere nomade. Prima si è spostata in Giappone e poi in paesi come la Corea del Sud, Hong Kong e Taiwan. A partire dal 1988, però, in questi paesi i salari si sono alzati e il numero di scioperi e l’influenza dei sindacati, soprattutto in Corea del Sud, sono aumentati. Ciò ha spinto l’industria del giocattolo a migrare in Thailandia, Cina ed Indonesia, paesi che disponevano di condizioni preferibili: salari bassi e sindacati deboli.
Da anni, quindi, le grandi multinazionali hanno trasferito qui le loro produzioni, tenendo la proprietà dei marchi e concedendo le licenze a fabbriche locali: accade così che mentre le prime sei più grandi compagnie di giocattoli del mondo sono americane e giapponesi, i più grossi produttori sono in realtà fabbriche situate in paesi come Cina, Thailandia, Malesia, Filippine, Indonesia, etc., dove la manodopera a basso costo può venire adeguatamente sfruttata, facendo aumentare a dismisura il tasso di profitto.
Un esempio di questa situazione si trova in Indonesia. Qui l’industria di giocattoli sta crescendo velocemente. Ad essere prodotti sono soprattutto pupazzi imbottiti e componenti, ma anche giocattoli di legno. In una fabbrica che produce vestiti per la Barbie, uno dei giocattoli più famosi della Mattel Corporation, si violano quotidianamente sia gli standard internazionali sul lavoro minorile, che le stesse leggi indonesiane. Già a partire dalle ore di lavoro. Secondo le leggi indonesiane, un bambino non può lavorare per più di 4 ore al giorno. Invece, i bambini che lavoravano in fabbrica sono divisi in due turni da sette ore ciascuno: dalle 8 alle 15.30, e dalle 16 alle 23; con appena 30 minuti di pausa tra un turno e l’altro. La stessa legge sul lavoro in Indonesia stabilisce anche che il datore di lavoro provveda a un programma di educazione per i bambini lavoratori. Ma anche questa regola fondamentale viene disattesa.
Per i primi nove mesi di lavoro in fabbrica i bambini sono “in prova”. Questo vuol dire che durante questo periodo non ricevono alcuna paga, né altri benefici che riguardano la loro salute. A proposito di paga, questa è molto variabile e va aumentando una volta che aumenta il periodo di assunzione dei bambini lavoratori. In ogni caso è di molto inferiore a quella degli adulti
e da essa si devono sottrarre i soldi necessari per l’assicurazione sul lavoro. Anche se non viene rilasciata nessuna carta assicurativa. Perciò se qualcuno si ammala o si fa male sul lavoro deve provvedere a pagarsi le spese mediche. La fabbrica non fornisce nemmeno i guanti da lavoro, e i bambini devono acquistare anche un’uniforme (una maglietta con il simbolo della fabbrica) e gli attrezzi da lavoro, come forbici e attrezzi per cucire. Ai che fa il turno di notte viene distribuito solo un uovo ed un bicchiere di latte. E alla fine del turno, dopo le 23, si torna a casa a piedi perché il datore di lavoro non fornisce un mezzo di trasporto.
Noemi Brugarino
rev. bute/cave

(23 gennaio 2004)

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