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Cultura
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040113sic
La
macchia umana: ritratto dell'America
del politically incorrect
Nello sfondo dell’America degli anni Novanta quanto mai bigotta
e ipocrita si consuma La Macchia Umana, vicenda di un professore
di lettere classiche che perde il suo lavoro con l’accusa di essere
razzista. Hopkins affiancato dalla scarmigliata Kidman due grandi
attori ma una deludente interpretazione
Il regista Rorbet Benton attinge a piene mani dal romanzo di Philip Roth
per confezionare La macchia Umana, il suo ultimo film. Per girare
questo drammone sull’America perbenista, è stato ingaggiato
un cast di eccellenza in cui spiccano Anthony Hopkins, nei panni del professore
di lettere classiche accusato di razzismo, e Nicole Kidman nei panni di
una giovane donna che vive facendo la cameriera e tenta di sfuggire al
suo passato.
La storia è ambientata alla fine degli anni Novanta, nell’America
in cui infuriavano le polemiche sul “sex gate”. Il professore
ebreo Colemann Silk è accusato di aver usato il termine “spook”
(zulù) nei confronti di alcuni suoi allievi che non brillavano
per le presenze. Così dopo anni di dure lotte contro il sistema
di cui lui stesso è stato vittima, il professore Silk è
costretto a lasciare il suo lavoro. La moglie muore per il trauma del
licenziamento di crepacuore. Silk si ritrova solo, arrabbiato con la società
che non gli ha permesso di essere quello che era quando era giovane e
ora gli ribatte in faccia l’accusa di razzismo. Silk incontra la
trentenne Fauna, dal passato travagliato e misterioso (Nicole Kidman)
con la quale instaura una nuova relazione e alla quale rivelerà
il suo segreto. I due moriranno nella consapevolezza di essere incompresi
agli occhi del mondo.
Antony Hopkins si mostra poco credibile nella figura di Colemann Silk,
uomo dall’identità scomoda e nascosta. Una Nicole Kidman
fragile, scarmigliata e al limite di un esaurimento nervoso, con la sua
interpretazione distaccata sembra fuori luogo nelle scene d’amore
con Hopkins, che risultano solo imbarazzanti e fredde. Rapporti sessuali
consumati senza piacere che lasciano l’impressione di “qualcosa
di sporco”.
Nella sequenza del film i flashback non vengono dosati in modo adeguato
e la visione della pellicola risulta in alcuni momenti straniata, complici
anche i pochi dialoghi e interventi musicali. L’intero ritmo del
film è lento e poco articolato, ma la fotografia è ben curata
e si pone come uno dei punti di forza del film.
Silvia Iacono
(13 gennaio 2004)
rev gept/cave
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