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Medicina e chirurgia

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Droghe leggere o pesanti? Il problema è la dipendenza
Parallelamente alla diatriba sulla decisione di condannare l'uso di sostanze come cannabis ed ecstasy, non sempre percepite come pericolose, alcune ricerche superano la distinzione tra droghe leggere e pesanti. Entrambe stimolano i centri del piacere che vengono sollecitati in modo anomalo. Parla Daniele La Barbera, docente di Psichiatria: "Un uso intenso e cronicizzato delle droghe leggere provoca comportamenti devianti"

Ha ancora senso fare una distinzione tra droghe leggere e pesanti? Mentre in Italia si scatena il dibattito su proibizionismo e liberalizzazione, gli studiosi hanno ormai superato questa diversità parlando piuttosto di pericolosità maggiore o minore legata alla capacità della sostanza di modificare il comportamento. La nuova legge che il Governo vuole emanare entro la fine dell’anno prevede la punizione per l’abuso, lo spaccio e il semplice uso di qualsiasi sostanza, cannabis compresa. Sul versante opposto, gli antiproibizionisti si battono da anni in modo da favorire la distribuzione sotto controllo di sostanze come l’eroina e la diffusione commerciale libera di derivati della cannabis, rivendicando il diritto dell’individuo a una scelta autonoma e informata. Sull' argomento si confrontano studiosi ed esperti, con vari punti di vista. Il professore Daniele La Barbera, ordinario di Psichiatria alla facoltà di Medicina e chirurgia, riesce a coniugare gli aspetti giuridici della questione con la dimensione clinica, studiando gli effetti patologici delle sostanze sull’organismo e sul comportamento. “Non ha senso - sostiene - criminalizzare il fenomeno dell’uso delle droghe a vario titolo, in quanto la proibizione non costituisce il rimedio più efficace finendo, al contrario, per provocare la proliferazione dei mercati illegali con effetti spesso dannosi per la salute dei consumatori".
Neuroscienziati e tossicologi superano la distinzione tra droghe leggere (cannabis, marjuana, oppio) e pesanti (eroina, cocaina, ecstasy) affermando che tutte provocano danni all’organismo, in quanto stimolano l’attivazione di un neurotrasmettitore, la dopamina, liberandola nell’area limbica, zona cerebrale coinvolta nelle risposte alle emozioni. Mentre in condizioni normali determinati stimoli suscitano il piacere che tende ad esaurirsi dopo la scarica neuronale, la droga esercita un’azione induttiva che promuove un rilascio costante di dopamina, ma con un bisogno di quantità sempre maggiore. Ma se non esiste più distinzione tra droghe leggere e pesanti, si può sempre parlare di dipendenza? “Il pericolo - aggiunge il docente - è proprio nell’associazione patologica droga-piacere in quanto le proprietà gratificanti delle sostanze, nel segno dell’assuefazione, spingono il soggetto a ripetere l’esperienza”. Il fenomeno della dipendenza scatena un impulso psicobiologico responsabile di comportamenti abnormi, antisociali e trasgressivi. La psichiatria internazionale utilizza dei criteri specifici per identificare la diagnosi di tossicodipendenza come la difficoltà a controllare l’assunzione, l’investimento del proprio tempo sulla ricerca della sostanza, l’insistenza nel consumo nonostante tutti i problemi di carattere medico, familiare e sociale. La concomitanza di queste tre condizioni è pienamente indicativa di vera dipendenza, a prescindere dal tipo e dalla quantità della droga. “Le droghe cosiddette leggere - sottolinea La Barbera - non sono certamente meno dannose di quelle pesanti, in quanto se protratte nel tempo e con dosaggi elevati determinano danni organico-cerebrali e turbe del comportamento che variano dall’inerzia volitiva, mancanza di progettualità e apatia alla impulsività, esplosioni colleriche e aggressività”. Se è indubbia la tossicità di ogni sostanza, esiste, tuttavia, una soglia personale responsabile delle diverse reazioni individuali, che possono essere condizionate anche da altri fattori di natura ambientale (la qualità e la purezza della sostanza, i ritmi e le diverse modalità di assunzione). Queste sono le variabili che stanno alla base dell’incontrollabilità del fenomeno soprattutto quando le sostanze, potenziate dall’alcool o da situazioni stressanti, possono portare l’individuo all’overdose. “Al di là della pericolosità di ogni specifica sostanza - conclude il docente - il vero problema sembra riguardare la particolare tipologia della personalità del tossicomane che si caratterizza per insicurezza, bisogni affettivi ed esigenze di autoaffermazione”.
Antonio La Rosa

(27 novembre 2003)

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