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Scienze della formazione

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Società multiculturale? Un' "insalata" di culture
Siamo capaci di accogliere l'altro, lo straniero, l'immigrato? Oggi si parla tanto di società multiculturale: dal modello americano del melting pot all'immagine della salad bowl. Ma si tratta davvero di ridurre le differenze? O occorre invece concentrarsi sulle disuguaglianze nell'accesso alle risorse? Se ne è parlato al seminario "Quando integrazione non significa omogeneizzazione" organizzato dall'Associazione Pensiero Libero della facoltà di Scienze della Formazione

Provengono dall'altra sponda del Mediterraneo. A migliaia approdano sulle nostre coste. Con il loro bagaglio, fatto di suoni, colori, quelli della loro terra, di sogni, sconfitte, speranze. Con la loro cultura. E noi, siamo veramente pronti ad accogliere l'altro? Siamo capaci di superare "il narcisismo della più piccola differenza"? E creare un dialogo che superi il fondamentalismo di sentirci portatori dell'unica verità possibile?
Sono stati questi i temi affrontati nel corso del seminario organizzato dall'associazione studentesca Pensiero Libero "Quando integrazione non significa omogeneizzazione".
Da qualche anno - spiega Gabriella D'Agostino, docente di antropologia culturale nella Facoltà di Scienze della Formazione - "preso atto del fallimento del modello americano del melting pot, nelle riflessioni sulla società multiculturale si è fatta strada l'immagine della salad bowl: una sorta di "insalata", dove i diversi ingredienti che la compongono mantengono il proprio sapore, esaltati da un condimento comune. In realtà - continua - l'idea di società multiculturale dovrebbe essere sottoposta a seria riflessione. E il problema delle modalità di convivenza - spiega ancora - tra individui provenienti da diversi 'angoli di mondo', dovrebbe forse essere posto nell'ottica di una diversa distribuzione delle risorse e delle disparità di accesso, vera causa di conflitto e intolleranza, piuttosto che in termini di scontro tra culture".
La Sicilia, lungi dall'essere isolata è stata nei secoli, e continua ad essere, luogo d'incontro e di scontro tra civiltà diverse. Furono i tunisini, seguiti dai marocchini, a dare avvio all'immigrazione africana nell'isola, in seguito al terremoto della Valle del Belice che aveva privato quella area di un tessuto umano importante e alla crisi della riforma agraria in Tunisia che costringeva molti a cercare lavoro altrove. Ma i flussi migratori che hanno interessato la sponda isolana - sono stati anche di segno opposto: "molti siciliani - aggiunge la docente di antropologia culurale - soprattutto in seguito all'unificazione italiana, si sono trasferiti in Tunisia per sfuggire al servizio di leva obbligatorio".
Parlando di numeri, tra le città siciliane, Mazara del Vallo è la più rappresentativa per quanto riguarda il numero di immigrati, e viene spesso presentata come esempio di tolleranza e di pacifica convivenza tra gruppi di diversa origine. Ci sono tunisini residenti a Mazara da trent’anni. "Tuttavia - spiega la D'Agostino - se si guardano le cifre (aggiornate al 1999) sono solo 24 i matrimoni misti e su 203 bambini tunisini in età scolare solo 25 frequentano la scuola italiana. Segno questo di un distacco: le due scuole, nello stesso edificio - aggiunge - sembrano essere una metafora esemplare della separatezza delle due comunità, una a fianco all’altra eppure separate". Come ha scritto Karim Hannachi "la comunità tunisina non chiede … la comunità autoctona non dà. La prima non bussa, la seconda non apre. A parte qualche eccezione, ognuna di esse si limita al minimo necessario nel suo rapporto con l’altra".
“Cittadino senza cittadinanza”, l'immigrato, lo staniero è una di quelle realtà sociali determinate da norme condivise, prima fra tutte il possesso della cittadinanza, che differenzia autoctoni e non, e da cui discendono tutta una serie di diritti e doveri. Come il diritto di voto, quello amministrativo, che una recente proposta di legge di Alleanza nazionale vorrebbe estendere agli immigrati. In controtendenza rispetto alla legge Bossi-Fini, di cui è stata anche avanzata l'incostituzionalità. Motivo? "La pena prevista per lo straniero (il carcere o l'espulsione) - spiega l'avvocato Franco Di Maria - non sembra assolvere a quella funzione di risocializzazione prevista dalla Costituzione Italiana. E' soltanto sanzionatoria". Ma cosa cambierebbe per gli extracomunitari? Relativamente poco visto che il provvedimento interesserebbe solo il 5 per cento di loro.
Elisa Pizzillo

(9 dicembre 2003)

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