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Scienze della formazione
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031117elpiAp
Società
multiculturale? Un' "insalata" di culture
Siamo
capaci di accogliere l'altro, lo straniero, l'immigrato? Oggi si parla
tanto di società multiculturale: dal modello americano del melting
pot all'immagine della salad bowl. Ma si tratta davvero di ridurre
le differenze? O occorre invece concentrarsi sulle disuguaglianze nell'accesso
alle risorse? Se ne è parlato al seminario "Quando integrazione
non significa omogeneizzazione" organizzato dall'Associazione Pensiero
Libero della facoltà di Scienze della Formazione
Provengono dall'altra sponda del Mediterraneo. A migliaia approdano sulle
nostre coste. Con il loro bagaglio, fatto di suoni, colori, quelli della
loro terra, di sogni, sconfitte, speranze. Con la loro cultura. E noi,
siamo veramente pronti ad accogliere l'altro? Siamo capaci di superare
"il narcisismo della più piccola differenza"? E creare
un dialogo che superi il fondamentalismo di sentirci portatori dell'unica
verità possibile?
Sono stati questi i temi affrontati nel corso del seminario organizzato
dall'associazione studentesca Pensiero Libero "Quando integrazione
non significa omogeneizzazione".
Da qualche anno - spiega Gabriella D'Agostino, docente di antropologia
culturale nella Facoltà di Scienze della Formazione - "preso
atto del fallimento del modello americano del melting pot, nelle
riflessioni sulla società multiculturale si è fatta strada
l'immagine della salad bowl: una sorta di "insalata",
dove i diversi ingredienti che la compongono mantengono il proprio sapore,
esaltati da un condimento comune. In realtà - continua - l'idea
di società multiculturale dovrebbe essere sottoposta a seria riflessione.
E il problema delle modalità di convivenza - spiega ancora - tra
individui provenienti da diversi 'angoli di mondo', dovrebbe forse essere
posto nell'ottica di una diversa distribuzione delle risorse e delle disparità
di accesso, vera causa di conflitto e intolleranza, piuttosto che in termini
di scontro tra culture".
La Sicilia, lungi dall'essere isolata è stata nei secoli, e continua
ad essere, luogo d'incontro e di scontro tra civiltà diverse. Furono
i tunisini, seguiti dai marocchini, a dare avvio all'immigrazione africana
nell'isola, in seguito al terremoto della Valle del Belice che aveva privato
quella area di un tessuto umano importante e alla crisi della riforma
agraria in Tunisia che costringeva molti a cercare lavoro altrove. Ma
i flussi migratori che hanno interessato la sponda isolana - sono stati
anche di segno opposto: "molti siciliani - aggiunge la docente di antropologia
culurale - soprattutto in seguito all'unificazione italiana, si sono trasferiti
in Tunisia per sfuggire al servizio di leva obbligatorio".
Parlando di numeri, tra le città siciliane, Mazara del Vallo è
la più rappresentativa per quanto riguarda il numero di immigrati,
e viene spesso presentata come esempio di tolleranza e di pacifica convivenza
tra gruppi di diversa origine. Ci sono tunisini residenti a Mazara da
trentanni. "Tuttavia - spiega la D'Agostino - se si guardano
le cifre (aggiornate al 1999) sono solo 24 i matrimoni misti e su 203
bambini tunisini in età scolare solo 25 frequentano la scuola italiana.
Segno questo di un distacco: le due scuole, nello stesso edificio - aggiunge
- sembrano essere una metafora esemplare della separatezza delle due comunità,
una a fianco allaltra eppure separate". Come ha scritto Karim
Hannachi "la comunità tunisina non chiede
la comunità
autoctona non dà. La prima non bussa, la seconda non apre. A parte
qualche eccezione, ognuna di esse si limita al minimo necessario nel suo
rapporto con laltra".
Cittadino senza cittadinanza, l'immigrato, lo staniero è
una di quelle realtà sociali determinate da norme condivise, prima
fra tutte il possesso della cittadinanza, che differenzia autoctoni e
non, e da cui discendono tutta una serie di diritti e doveri. Come il
diritto di voto, quello amministrativo, che una recente proposta di legge
di Alleanza nazionale vorrebbe estendere agli immigrati. In controtendenza
rispetto alla legge Bossi-Fini, di cui è stata anche avanzata l'incostituzionalità.
Motivo? "La pena prevista per lo straniero (il carcere o l'espulsione)
- spiega l'avvocato Franco Di Maria - non sembra assolvere a quella funzione
di risocializzazione prevista dalla Costituzione Italiana. E' soltanto
sanzionatoria". Ma cosa cambierebbe per gli extracomunitari? Relativamente
poco visto che il provvedimento interesserebbe solo il 5 per cento di
loro.
Elisa Pizzillo
(9 dicembre 2003)
rev nu/cave
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1/6/2001
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