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L’informazione “buona” è una merce che si paga un tanto al chilo

 

di Franco Nicastro


Una notizia piccola piccola pone al giornalismo una questione etica cruciale e imbarazzante. A Gela la dirigente di una scuola ha ricevuto da un’emittente locale la richiesta quasi perentoria di pagare un canone annuale, a un prezzo neppure tanto esoso, per assicurarsi un’informazione benevola sull’attività del suo istituto.
Scrive l’editore: "Cara direttrice, per tutto l’anno che è appena trascorso abbiamo parlato bene della tua scuola, con sacrifici e senza alcun costo per voi. Tuttavia, nostro malgrado, ti comunichiamo che ciò non sarà più possibile a “costo zero”, a meno che non vi rivolgiate ai nostri uffici commerciali. Con 600 euro + Iva l’anno, vi offriamo un servizio di televideo".
Che cosa sta dicendo l’editore di quella televisione? Sta candidamente ammettendo che fino a ora i suoi giornalisti si sono occupati della scuola con un occhio di riguardo. Mai una critica, mai un rilievo, ma solo la notarile registrazione di conferenze, saggi ginnici, iniziative culturali rivolte (si suppone) al territorio. Con la stessa benevolenza quella televisione avrà magari seguito le attività di altri enti e di altre istituzioni e chissà se anche a loro ha presentato alla fine il conto di questo trattamento di favore.
Questa lettera rivela prima di tutto un grave deficit di cultura imprenditoriale. Un editore che vende l’informazione come merce, un tanto al chilo, è uno che pensa solo alla dimensione commerciale della sua tv. Ma proietta anche un’ombra pesante sulla deontologia dei suoi cronisti. Se davvero la redazione ha solo pensato di “parlare bene” della scuola la lettera è un monumento alla violazione di un principio elementare e basilare fissato perfino in un articolo della legge sull’ordinamento della professione: “È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”.
Il giornalista che rinuncia a esercitare liberamente il suo lavoro e lascia spazio a condizionamenti e ammiccamenti deprime il decoro professionale. E riduce a pezzi quella che la legge professionale definisce la “fiducia tra la stampa e i lettori”. Quale fiducia può ingenerare in un lettore poco distratto sapere che l’informazione si può anche comprare e che le notizie si possono plasmare? Il caso di Gela sarà magari un piccolo episodio ma è pur sempre indicativo di un fenomeno che non ha più dimensioni locali. Basti osservare con occhio esercitato la roba (come definirla diversamente?) che compare in alcune pagine, nelle quali l’informazione si mescola con la pubblicità e il confine che separa un genere dall’altro è diventato sempre più sottile, sempre più sfumato, sempre più impercettibile. Il trucco è ben mimetizzato sotto l’etichetta, improbabile e fumosa, di “speciali”. Sono pagine inserite nel corpo del giornale di solito gestite non dalla redazione ma dalla concessionaria di pubblicità. Quello che conta qui non è il contenuto, che infatti non risponde a criteri giornalistici, ma il contenitore destinato a ospitare messaggi, dichiarazioni, interviste, articoli che hanno un committente disposto a pagare una fattura. Così quello che non avrebbe mai la dignità di una notizia in queste pagine deborda oltre ogni regola e ogni senso della misura. Diventa “speciale” l’apertura della stagione lirica ma anche la sagra della ricotta, l’inaugurazione di un autosalone, l’attività di un centro per la preparazione degli studenti che assicura almeno “nove esami in un anno” anche a chi frequenta altri campi e non sa neppure com’è fatta un’aula universitaria.
La commistione è una marmellata che fa scomparire l’informazione. E siccome è una pratica ormai dilagante, c’è il rischio che si proponga addirittura come un modello di “nuovo” giornalismo il quale non è interessato alla qualità e non ha alcuna pretesa di proporsi come voce critica, autonoma e affidabile. Da qui muove una questione fondamentale che non riguarda più solo i giornalisti ma dovrebbe interessare anche i lettori. Da Gela arriva perciò un grave segnale: cogliamone tutta la portata prima che il tenue rapporto di fiducia si spezzi con effetti devastanti.


(13 novembre 2003)

 

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