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Linformazione
buona è una merce che si paga un tanto al chilo |
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Una notizia piccola piccola pone al giornalismo
una questione etica cruciale e imbarazzante. A Gela la dirigente di una
scuola ha ricevuto da unemittente locale la richiesta quasi perentoria
di pagare un canone annuale, a un prezzo neppure tanto esoso, per assicurarsi
uninformazione benevola sullattività del suo istituto.
Scrive leditore: "Cara direttrice, per tutto lanno che
è appena trascorso abbiamo parlato bene della tua scuola, con sacrifici
e senza alcun costo per voi. Tuttavia, nostro malgrado, ti comunichiamo
che ciò non sarà più possibile a costo zero,
a meno che non vi rivolgiate ai nostri uffici commerciali. Con 600 euro
+ Iva lanno, vi offriamo un servizio di televideo".
Che cosa sta dicendo leditore di quella televisione? Sta candidamente
ammettendo che fino a ora i suoi giornalisti si sono occupati della scuola
con un occhio di riguardo. Mai una critica, mai un rilievo, ma solo la
notarile registrazione di conferenze, saggi ginnici, iniziative culturali
rivolte (si suppone) al territorio. Con la stessa benevolenza quella televisione
avrà magari seguito le attività di altri enti e di altre
istituzioni e chissà se anche a loro ha presentato alla fine il
conto di questo trattamento di favore.
Questa lettera rivela prima di tutto un grave deficit di cultura imprenditoriale.
Un editore che vende linformazione come merce, un tanto al chilo,
è uno che pensa solo alla dimensione commerciale della sua tv.
Ma proietta anche unombra pesante sulla deontologia dei suoi cronisti.
Se davvero la redazione ha solo pensato di parlare bene della
scuola la lettera è un monumento alla violazione di un principio
elementare e basilare fissato perfino in un articolo della legge sullordinamento
della professione: È diritto insopprimibile dei giornalisti
la libertà dinformazione e di critica, limitata dallosservanza
delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui
ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità
sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà
e dalla buona fede.
Il giornalista che rinuncia a esercitare liberamente il suo lavoro e lascia
spazio a condizionamenti e ammiccamenti deprime il decoro professionale.
E riduce a pezzi quella che la legge professionale definisce la fiducia
tra la stampa e i lettori. Quale fiducia può ingenerare in
un lettore poco distratto sapere che linformazione si può
anche comprare e che le notizie si possono plasmare? Il caso di Gela sarà
magari un piccolo episodio ma è pur sempre indicativo di un fenomeno
che non ha più dimensioni locali. Basti osservare con occhio esercitato
la roba (come definirla diversamente?) che compare in alcune pagine, nelle
quali linformazione si mescola con la pubblicità e il confine
che separa un genere dallaltro è diventato sempre più
sottile, sempre più sfumato, sempre più impercettibile.
Il trucco è ben mimetizzato sotto letichetta, improbabile
e fumosa, di speciali. Sono pagine inserite nel corpo del
giornale di solito gestite non dalla redazione ma dalla concessionaria
di pubblicità. Quello che conta qui non è il contenuto,
che infatti non risponde a criteri giornalistici, ma il contenitore destinato
a ospitare messaggi, dichiarazioni, interviste, articoli che hanno un
committente disposto a pagare una fattura. Così quello che non
avrebbe mai la dignità di una notizia in queste pagine deborda
oltre ogni regola e ogni senso della misura. Diventa speciale
lapertura della stagione lirica ma anche la sagra della ricotta,
linaugurazione di un autosalone, lattività di un centro
per la preparazione degli studenti che assicura almeno nove esami
in un anno anche a chi frequenta altri campi e non sa neppure comè
fatta unaula universitaria.
La commistione è una marmellata che fa scomparire linformazione.
E siccome è una pratica ormai dilagante, cè il rischio
che si proponga addirittura come un modello di nuovo giornalismo
il quale non è interessato alla qualità e non ha alcuna
pretesa di proporsi come voce critica, autonoma e affidabile. Da qui muove
una questione fondamentale che non riguarda più solo i giornalisti
ma dovrebbe interessare anche i lettori. Da Gela arriva perciò
un grave segnale: cogliamone tutta la portata prima che il tenue rapporto
di fiducia si spezzi con effetti devastanti.
(13 novembre 2003)
Ateneonline (www.ateneonline-aol.it)
Testata periodica registrata presso il Tribunale di Palermo
al n. 10 del 1/6/2001
Direttore: Giuseppe Silvestri. Direttore
responsabile: Dario Fidora
Redazione a cura della Scuola di Giornalismo - Corso di
laurea in Scienze della Comunicazione
Presidente: Antonio La Spina
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