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Ap- Scienze motorie

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Diritto sportivo a rischio dopo il caso Catania
Liotta: "Solo le federazioni tutelano tutti gli sportivi"
Secondo il preside di Scienze motorie non esiste problema nello sport, che non possa essere risolto attraverso i regolamenti sportivi. Basta applicarli, avendo chiare le competenze dei soggetti coinvolti.
"Le norme federali - dice Liotta - garantiscono sia le società professionistiche che la sopravvivenza delle competizioni sportive"

“Lo sport non è sinonimo di professionismo: è anche il mondo delle competizioni giovanili e amatoriali. Soltanto un diritto sportivo autonomo e federazioni forti possono tutelare gli interessi di tutti gli sportivi”. Secondo Giuseppe Liotta, preside della facoltà di Scienze motorie e docente di Diritto privato, “piuttosto che parlare di crisi del diritto sportivo, occorre chiarire le competenze dei soggetti e degli organismi che operano nel mondo dello sport”. In questo modo, si può anche trovare una spiegazione alla baraonda, che ha investito il calcio italiano con il caso Catania e lo scandalo fideiussioni.
Da un punto di vista strettamente tecnico, non esiste problema in ambito sportivo, che non possa essere risolto attraverso i regolamenti federali. Basta semplicemente applicarli. Eppure, per un paio di mesi, è sembrato che nessun abitante del pianeta calcio ne avesse intenzione. Il caso Catania ha dimostrato che norme teoricamente certe, come la squalifica di un calciatore, possono essere suscettibili di interpretazione nebulosa e soggettiva. Poi, prima dell'inizio del campionato lo scandalo fideiussioni sul quale la magistratura, sia ordinaria che sportiva, ha aperto un'inchiesta. Questi fatti di cronaca hanno insinuato il dubbio di una legge dello sport debole, impreparata a gestire certi casi, bisognosa del soccorso della giustizia ordinaria. Ma è proprio così?
”E’ impossibile pensare a un diritto e una giustizia sportivi non indipendenti dalla legge ordinaria – afferma Liotta – perché verrebbero meno i concetti stessi di sport e di competizione sportiva”. Basta pensare, in primo luogo, alle norme tecniche, le così dette regole del gioco: senza di esse non potrebbe esistere alcuna disciplina sportiva. “La finalità principale del diritto sportivo – spiega il preside - è assegnare il titolo di campione del mondo nelle diverse discipline. Pertanto, queste regole, uguali ovunque, vengono dettate dalle federazioni sportive internazionali e recepite da quelle continentali e nazionali, secondo una gerarchia definita”. Siamo di fronte a norme che sfuggono il vincolo territoriale e che, vista la materia, non interessano la legge degli stati.
Esiste, poi, un profilo giuridico del diritto sportivo che sanziona i comportamenti di gioco contrari alle regole tecniche. “Anche in quest’ambito – insiste Liotta – l’indipendenza della giustizia sportiva è di fondamentale importanza. Pensate a un tribunale ordinario che decida della squalifica di un giocatore: impiegherebbe dei mesi. Invece, la caratteristica dei gradi di giudizio sportivo è la celerità”.
Tuttavia, l’intervento dello Stato e delle sue leggi diventa inevitabile quando, all’interno della pratica sportiva, vengono lesi diritti rilevanti sia delle persone che del loro patrimonio. “Episodi del genere – spiega Liotta – si sono sempre verificati. Oggi, l’aumento dell’interesse economico per sport come il calcio, ha prodotto, da un lato, l’aumento del valore del contenzioso fra le parti, dall’altro, il ricorso frequente alla giustizia statale, anche per questioni di pura competenza sportiva”. Per evitare che le decisioni del giudice sportivo vengano sistematicamente scavalcate ricorrendo al tribunale ordinario, il governo ha varato un decreto definito appunto “salvacalcio”. “Nel merito – sottolinea il preside – è un provvedimento che pone l’accento proprio sul principio della competenza, indicando quali sono i campi d’intervento esclusivi del diritto sportivo”.
Ciò nonostante sembra essersi creata una frattura, sul piano degli interessi, fra la federazione, che impone la disciplina dei regolamenti a tutela dello sport, e le società sportive che, riunite nelle leghe dei professionisti, fanno la voce grossa in difesa dei diritti di chi investe. “Anche in questo caso – precisa Liotta – vanno considerate le competenze specifiche. Le leghe sono emanazione delle federazioni e, come tali, devono sottostare alle loro direttive sia in termini di regole del gioco che di norme contabili, come l’iscrizione mediante fideiussioni”.
Forse gli ultimi fatti apriranno la strada ad una riforma che dia maggiori poteri alle leghe. “Non è escluso – dice Liotta – ma il sistema centralizzato, oggi in vigore, è l’unico che possa garantire l’uniformità delle regole sportive a livello internazionale”.
Fabio Giacalone
rev-rova/andi/cave



(29 ottobre 2003)

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