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Scienze motorie
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031010alrAPsmo
Sindrome
di Ddai, le cause sono anche neurologiche
Recenti
studi hanno evidenziato che i disagi legati alla disattenzione e all'eccesso
di motricità hanno una radice non soltanto emotiva e relazionale,
ma anche medica e neurobiologica. Questi disagi consistono nell'irrequietezza
e nella perdita del controllo motorio. Il professor Sanfilippo, docente
alla facoltà di Scienze motorie:"Tra gli approcci terapeutici,
lo sport è un metodo per il raggiungimento di un equilibrio armonico
del corpo"
I disturbi legati ad instabilità motoria e attentiva e a difficoltà
nell'apprendimento hanno un'origine non soltanto psicologica ed emotiva
ma anche biologica e costituzionale. Questo il risultato di recenti indagini
che hanno messo in luce l'esistenza di nuove metodiche per la valutazione
e il trattamento dei disturbi cognitivi e dellattività motoria.
Come spiega il professor Antonio Sanfilippo, docente di Malattia dell'apparato
locomotore alla facoltà di Scienze motorie, "ricerche attuali
effettuate sui disturbi delliperattività con instabilità
motoria e dell'attenzione e con difficoltà nellapprendimento
rientrano in quella che oggi è definita sindrome di Ddai".
Questa costituisce oggetto di studi genetici e neurobiologici che ne hanno
riconosciuto unorigine non soltanto di tiopo cognitivo ma anche
medico e neurologico.
La patologia colpisce prevalentemente soggetti in età evolutiva
ed è caratterizzata da eccessiva irrequietezza, alterazione dei
ritmi del sonno e dellalimentazione, disorganizzazione nel controllare
e selezionare leccesso di stimoli e infine difficoltà nel
portare a termine un compito con passaggio repentino da unattività
a unaltra. I sintomi più evidenti sono pertanto la disattenzione,
limpulsività e liperattività che possono compromettere
ladattamento alla vita scolastica e sociale.
Per diversi anni, in Italia, il modello prevalente di interpretazione
di questi disturbi è stato quello di tipo psicodinamico che aveva
individuato nella mente dellindividuo e nelle sue relazioni con
lambiente quei disagi che potevano determinare i disordini del comportamento
e delle funzioni motorie. Linquadramento attuale della malattia
in chiave diagnostica ha messo in evidenza unalterazione dei sistemi
cerebrali e in particolare dei neurotrasmettitori per il controllo dellattenzione,
della motricità e delleccesso dellattività motoria.
I soggetti che presentano questo tipo di disturbo - spiega il professor
Sanfilippo -, non hanno un handicap motorio specifico, anzi, al contrario,
manifestano un eccesso di motricità non controllabile. Dalle
valutazioni neuropsicologiche è emerso che si tratta di una disfunzione
complessa in quanto le zone cerebrali interessate sono quelle prefrontali,
frontali, limbiche e i nuclei di base, tutte deputate allorganizzazione
e alla regolazione dellattività mentale e motoria.
Dal punto di vista clinico i sintomi si possono riscontrare in altre patologie
quali i disturbi della condotta, la sindrome ansiosa, i deficit dellapprendimento
ed ancora lesioni frontali destre del cervello. Tuttavia, nel 1995, è
stato messo a punto un nuovo criterio diagnostico, il Dsm 4 (Manuale diagnostico
e statistico dei disturbi mentali) che ha riconosciuto la sindrome Ddai
come quadro specifico con alterazioni biologiche, genetiche e cognitive
connesse ai disturbi. La riabilitazione rivolta al recupero di tali
disagi - continua il docente - deve essere intesa sia in senso di rieducazione
motoria che di terapia comportamentale e cognitiva.
Nellevoluzione della patologia si è constatato che fra i
tre e i nove anni limpulsività, liperattività
e la disattenzione risultano combinate; dopo i dieci anni i primi due
sintomi si riducono mentre si amplificano i disturbi attentivi. Con letà
adolescenziale e adulta, si possono presentare, come esiti del Ddai, disturbi
di personalità antisociali, abuso di sostanze tossiche, cambiamenti
di umore e incapacità a gestire situazioni sociali e lavorative.
Lindividuazione della malattia avviene attraverso esami strumentali
(risonanza magnetica ed elettroencefalogramma), esame neurologico, batterie
di test neuropsicologici, osservazioni e colloqui con i familiari. Lapproccio
terapeutico varia a seconda delletà del paziente e della
gravità della malattia e prevede un intervento di tipo integrato
rivolto a tutte le
componenti che interagiscono fra loro. Il lavoro, pertanto, si articola
in diversi livelli che comprendono laspetto farmacologico, metacognitivo
e psicomotorio con particolare attenzione allattività sportiva
per una presa in carico globale del paziente. Un progetto motorio adeguatamente
mirato favorisce, infatti, larmonizzazione dello schema corporeo
e permette la coordinazione delle posture e delle capacità motorie.
Lo sport - conclude il docente - ha un valore terapeutico in quanto
è una valvola di sfogo di unenergia in esubero da canalizzare.
Antonio La Rosa
rev rova/andi/cave
(13 ottobre 2003)
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al n. 10 del 1/6/2001
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